Gabriele e i suoi fratelli. I Russo ed il teatro Bellini di Napoli

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Gabriele RussoIo e Gabriele Russo abbiamo appuntamento alle 13 al Teatro Bellini di Napoli, ma quando arrivo lui è nel bel mezzo delle prove de Il Giocatore, la sua nuova prova da regista. Gli attori sono in scena, le luci basse, il teatro deserto se escludiamo la presenza di Gabriele con due dei suoi collaboratori. E la mia, che mi sento un’intrusa che, grazie allo slittamento delle prove e del conseguente ritardo di Gabriele, finisce per guardare in anteprima assoluta una parte dello spettacolo che debutterà il 14 marzo. Dopo il successo di Arancia Meccanica, il regista torna a confrontarsi con la grande letteratura, scegliendo il capolavoro di Dostoevskij in un adattamento di Vitaliano Trevisian. Sul palco ci sono suo fratello Daniele insieme a Marcello Romolo, Camilla Semino Favro, Paola Sambo, Alfredo Angelici, Martina Galletta, Alessio Piazza e Sebastiano Gavasso. È l’8 marzo, mancano sei giorni alla prima e in quei minuti che resto in fondo alla sala avverto tutta la tensione, la concentrazione, la necessità di rifinire le scene in maniera meticolosa. Li lascio lavorare e attendo il momento di pausa per parlare con il regista.

Gabriele, sbirciando le prove de Il Giocatore ho notato c’è qualcosa che mi ha ricordato Arancia Meccanica

Ho scelto di lavorare con gli stessi attori e collaboratori, sviluppando un linguaggio riconoscibile. Inoltre, i due testi hanno una linea in comune che è quella onirica. Ma quest’opera si muove su tre livelli diversi: la narrazione del romanzo, la genesi stessa del romanzo e, infine, il momento in cui Daniele Russo e Camilla Semino Favro, oltre ad interpretare Aleskej e Polina, diventano Dostoevskij ed Anna Grigor’evna Snitkina, la sua stenografa.

Con questo spettacolo torni a dirigere tuo fratello.

È la terza volta. Dopo la prima (nel 2007 con gli Innamorati di Goldoni, ndr) a lungo non abbiamo fatto più nulla insieme. Se la terza volta è più vicina alla seconda, ovvero ad Arancia Meccanica, è perché non solo noi ci siamo trovati bene ma lo spettacolo è piaciuto particolarmente. Abbiamo così pensato di non spezzare questo filo subito, contrariamente a ciò che faccio di solito. Guardando infatti i miei lavori precedenti si può notare come abbia sempre cambiato sempre genere e filone. Ora, invece, sto trovando un’identità specifica.

Con tuo fratello Daniele gestisci il Teatro Bellini, un progetto condiviso insieme a vostra sorella Roberta. Lavorare con i propri familiari è più facile o più difficile?

Il lato negativo è lo stesso delle collaborazioni con degli estranei: ci sono caratteri diversi e possono esserci punti di vista divergenti. Ma lavorare tra fratelli ha anche un vantaggio: tutti e tre siamo carichi di responsabilità e questo ci porta a triplicare le forze poiché se da un lato dirigere questo teatro è un onore e un privilegio, dall’altro è anche un peso. Il nostro non è un settore facile da far crescere, inoltre bisogna curare i lati burocratici ed amministrativi – che sono una rogna – ed essere sempre attenti ad innovare e creare energia. Dico sempre che è come se dovessimo organizzare una festa tutte le sere.

Il Bellini è un teatro storico che con voi si è saputo rinnovare, e che oggi è frequentato da un pubblico giovane. Qual è la tua idea di teatro moderno?

Abbiamo fatto vivere il teatro a 360 gradi con molte altre attività. Perché se è vero che il momento fondamentale è quello dello spettacolo, è altrettanto vero che il teatro vive di mille altri eventi, di formazione e informazione. Noi abbiamo cambiato il modo di comunicare e siamo molto attenti alle scelte, fatte con l’obiettivo di far funzionare la sala.

Siete molto attenti anche alla valorizzazione dei giovani. C’è qualcuno che dobbiamo tenere d’occhio?

Talmente tanti che mi è impossibile farti qualche nome. Attualmente stiamo sostenendo i ragazzi che abbiamo selezionato per Teatro Bellini Factory, che studieranno qui per tre anni. Li abbiamo scelti molto giovani, puri, da formare. Abbiamo un progetto di accademia attento ai tempi che cambiano, per questo oltre a puntare su tanta didattica io e le persone con cui condivido questa avventura faremo entrare gli allievi nel meccanismo teatrale a 360 gradi.

Tuo padre e tua madre sono gli attori Tato Russo e Dalia Frediani. Cosa ti hanno insegnato come artisti e come genitori?

Come artisti mi hanno insegnato a vivere questo mestiere con amore, che a volte si traveste da ossessione. Avendo vissuto sempre in teatro, questo è diventato il centro della vita, degli argomenti, della quotidianità. Nonostante la passione ci vuole sacrificio perché è un mestiere faticoso, senza orari, che non finisce mai. E questo può creare problemi nel privato. Ma il fatto di aver vissuto sempre con degli artisti mi ha anche insegnato a vivere con serenità gli eventuali successi ed a stare coi piedi per terra perché il nostro è un mestiere in cui non ti è mai permesso di sederti sugli allori.

Ci sono stati momenti difficili nella tua carriera?

Sempre! E non è retorica. Il momento della regia è un momento in cui si va in grossa difficoltà. Il fatto di viverlo con grande impegno e con molta cura dei particolari determina un grande sforzo, anche perché questo è un lavoro in cui non si è mai contenti, ci si sente inadeguati, ci si rapporta con gli attori con la responsabilità di guidare una macchina sbagliando il meno possibile. Da un lato c’è una fase adrenalinica, dall’altro un’ansia che mi divora fin troppo, vorrei vivere con maggiore serenità. Ma forse questa sofferenza fa pare del teatro, non che gli artisti siano sofferenti ma provano l’ansia per qualcosa che non riescono mai a raggiungere totalmente.

C’è qualcosa che non ti perdoni?

Gestire il teatro mi prende energie anche sul versante artistico e quindi, a volte, mi rimprovero di essere preso da cose che so che sono fondamentali ma mi sembra sottraggano qualcosa a quello che è il vero obiettivo di chi fa un lavoro artistico.

Ricordi un episodio Off relativo ai tuoi esordi?

C’è stato un Romeo e Giulietta in cui ho sofferto molto in scena, al punto da averlo vissuto all’epoca come un momento Off. Ma le esperienze che vivi negativamente sono forse più importanti di quelle che vivi positivamente. In quell’occasione, infatti, mi è scattata l’esigenza e il desiderio di passare alla regia, che è diventata la mia specificità.

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Il Giocatore racconta di un uomo che sperpera il denaro a causa del vizio del gioco. Tu che rapporto hai con il denaro?

Un rapporto pessimo, ho rispetto per il denaro ma quel che ho lo spendo. Riguardo al vizio del gioco, è un tema che ho conosciuto in quanto un mio amico aveva una dipendenza. L’ho seguito anche nelle Associazioni dei Giocatori Anonimi, rendendomi conto che si tratta di un vizio ossessivo compulsivo radicato nella società, tra quelli maggiormente diffusi. Da qui mi è venuta voglia di affrontare un testo che parlasse di questo problema. Ne ho letto qualcuno e ho optato per Il Giocatore perché racconta di persone ossessionate in assoluto, non solo dal gioco ma anche nelle dinamiche dei rapporti. Per me, infatti, a differenza di quanto alcuni sostengono, questo non è un romanzo sull’amore.

A proposito di vizi, ci sveli una tua debolezza?

Fumo. Confesso che io sarei tendente ai vizi, li ho assaporati da lontano ma conoscendo il mio carattere so che è meglio che mi fermo, ho sviluppato un debito controllo.

Credi in Dio?

Sono ateo.

Lo Stato oggi come potrebbe aiutare il teatro italiano?                                                                                     

Sicuramente aumentando contributi e servizi ma, soprattutto, formando, creando pubblico, mettendo il teatro e più in generale la cultura al centro della vita delle persone. Inoltre, si potrebbero utilizzare meglio gli strumenti di comunicazione come la televisione. Non che si debba fare teatro in tv, ma bisognerebbe abituare le persone a fruire di contenuti culturali.

Vivi a Napoli, teatro a cielo aperto. Qual è il tuo rapporto con la città?

Ho vissuto a Roma per sette anni e stavo benissimo, ma ora non ci tornerei, sto meglio qui. Da cittadino percepisco un miglioramento, vedo una certa vitalità e vivacità. Da artista credo però che i napoletani in quanto tali non debbano scegliere di portare in scena sempre la loro città. Non perché sono di Napoli devo necessariamente raccontarla, e non penso che questo rappresenti qualcosa di sociale. Per me è più sociale fare le lezioni di storia con la casa editrice Laterza o affrontare il tema della ludopatia. Credo che sia più utile questo alla città.