Nei mari del web (e del nostro tempo) sta affogando il pudore

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Il comune senso del pudore, dove sta? Che fine ha fatto? E’ morto o sta solo poco bene?

Il pudore ormai è OFF, in entrambi i sensi: spento e underground, sottotraccia. Sotto cultura del buon senso.

Macchina del tempo, luglio 1950, era geologica democristo/paleozoica: il futuro Presidente della Repubblica Oscar Luigi Scalfaro siede al ristorante romano “da Chiarina” insieme a due colleghi della DC, a un certo momento si alza, attraversa la sala e schiaffeggia la signorina Edith Mingoni in Toussau, rea di adottare un dress code sconveniente (leggi: decoltè e pazienza che faccia un caldo bestia). 

Luglio 2016, il Presidente della teocrazia islamica dell’Iran è in visita di Stato a Roma e le autorità mettono i mutandoni ai nudi dei Musei Capitolini per non sconvolgerlo (in realtà per preservare commesse miliardarie con Teheran, il fine giustifica i mezzi).

Dici “pudore” e pensi al sesso, ma in realtà come direbbe De Gaulle si tratta di un “vaste programme“.

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Viaggio nel tempo ma anche nello spazio. Regno Unito, millenovecentoequalcosa, bar della Camera dei Comuni, la deputata Bessie Braddock apostrofa Winston Churchill, dandy e gran bevitore di Martini: «Winston Churchill, lei è ubriaco» e lui: «Signora, lei è brutta. Ma io domani sarò sobrio». Mica c’è solo Vasco Rossi ubriaco come un tegolo a San Remo (chi ha meno di trent’anni non sa di cosa stiamo parlando).

Nel voto eternamente posticipato, nel sesso biologico inesistente, nella cacciata di Dio; nelle nuove forme di comunicazione, e nel suo continuo vomitare news e opinioni, il pudore, ovvero quel confine intimo tra l’individuo e l’eccesso, l’ambiguità, quel filtro salvifico, si affloscia e, lentamente, muore.

Una volta certe cose si facevano di nascosto, Carmelo Bene ce l’ha insegnato (celebre puntata del Maurizio Costanzo Show: «…osceno vuol dire fuori dalla scena, cioè visibilmente invisibile di sé»). Quando non esistevano i tablet c’erano i libri da leggere con una mano sola e del resto la storia delle lettere è piena di gaia levità oscena: i sonetti sconci di Belli, le storie del Boccaccio, le scorribande del Divin Marchese, Baudelaire e il maledettismo annesso, il grande Henry Miller, poi sono arrivati i cento colpi di spazzola di Melissa P. e le cinquanta sfumature di Erika James Leonard, che sicuramente non hanno letto il grande Guido Almansi:

«Quanto al contenuto dell’opera d’arte, essa rappresenta quasi sempre una violenta trasgressione delle leggi scritte che regolano il comportamento sociale e la conversazione civile. La grande arte non aprla mai di brava gente che vive semplici vite modeste, come nei romanzetti rosa. Sempre gente sporca dalle vite sporche. Assassinio, incesto, spargimento di sangue, tortura, tradimento, infedeltà, genocidio, allucinazione, morte violente, infanticidio, umiliazione fisica e morale, incubo, morte di fame, malattie atroci, castrazione, necrofilia, vampirismo, licantropia, o, più semplicemente, l’intollerabile infelicità della vita quotidiana: questo è “the stuff” di cui sono composti sogni e opere d’arte» (“Estetica dell’osceno”, p. 209).

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Impariamo da lui, impariamo l’arte e non mettiamola da parte. Anche qui a un certo punto arrivano le Melisse P. a convertire in estetica trash le dotte elucubrazioni sull’osceno: Ai Wei Wei, artista superstar, allacattelan-dito-medio privazione del pudore aggiunge quella del ridicolo quando si fa immortalare spiaggiato come il celeberrimo piccolo Aylan.

Una volta Maurizio Cattelan ci stupiva con la stella cometa a cinque punte come il simbolo delle Bierre, ma ora ci stupiamo noi che un’amministrazione comunale non sospettabile di idee progressiste abbia dato nel lontano 2010 l’ok per fargli piazzare ab aeterno il famoso “dito” in Piazza Affari a Milangeles, mentre il curatore della Biennale veneziana 2015 ciarla di lotta di classe, fa leggere il Capitale ai Giardini e poi si lascia immortalare sulla pagine patinate di Vogue come un Feltrinelli qualsiasi.

E a proposito di rivoluzionari arricchiti: giusto l’altro giorno Toni Negri ha magnificato i fasti della lotta armata davanti a un uditorio di studentelli dell’Università di Genova (e dove, sennò?): poteva arricchire la collezione d’arte di famiglia, invece ha preferito cicalare sulla ricchezza della lotta armata.

Per riprendere il succitato Vasco Rossi in una sua celebre canzone, “la dignità, dove l’avete persa?”. Suggerirei: nel cesso, dal momento che l’art system magnifica la mostra “Shit and Die” del curator Cattelan e il suo cesso d’oro al Guggenheim di N.Y. Del resto non bastava la merda d’artista, ora ce ne danno a tonnellate, ottanta per l’esattezza: Mike Bouchet a Manifesta 11, lasciate ogni speranza voi che entrate.

E, visto che stiam parlando di deiezioni, passiamo agli orifizi: Milo Moirè (LEGGI), trentunenne svizzera definita artista, action painter che fa cadere uova colorate dalla vagina, povero Jackson Pollock, lui si faceva curare dallo psicanalista, lei invece si fa masturbare dai passanti in piazza, tu chiamale performance se vuoi.

Ma poi. Chi se ne frega dei ranocchi crocifissi (Martin Kippenbeger) e dei Cristi immersi nel piscio (Andres Serrano): ci si scandalizza invece dei disegnatori poverini di Charlie Hebdo che han fatto arrabbiare i maomettani per aver raffigurato il loro profeta culo all’aria, mentre per le oscenità e gli abomini con oggetto l’altro monoteismo gli indignati speciali magari avevano pure abbozzato un sorriso compiaciuto. Tagliano la gola a un sacerdote durante la messa e recitano i versi del Corano in chiesa a braccetto col parroco engagè, cosa mai vista in 1400 anni, va tutto bene madama la signora.

Milo Moirè espelle uova dalla vagina in riva al mare
Milo Moirè espelle uova dalla vagina in riva al mare

Ma che parliamo a fare di arte e letteratura e società? Sono argomenti da fuori onda come le intercettazioni telefoniche del conversario politico atte a ottenere sputtanamenti  a mezzo stampa, quindi passiamo a bomba su Facebook, il cui politicamente supercorrettissimo azionista di maggioranza ha avuto la spudoratezza di fare outing e candidarsi alle prossime elezioni americane in nome di una comunità globale, la stessa che massacra e uccide la povera Tiziana Cantone, mentre ai piani alti censurano le tette ma non i post dei tagliagole dell’Isis.

Non c’è più pudore, da nessuna parte. E’ tutta colpa dell’Internet?  Sì potrebbe proprio dire di sì: Il Corriere della Sera pubblicò in prima pagina la foto di un miliziano serbo che teneva in mano la testa di un croato, quella foto me la ricordo come l’avessi vista stamattina, ora invece la “redazione” dell’Isis fa fatica a ottenere un numero congruo di visualizzazioni dei suoi video perché ormai dopo aver visto bruciare vivo in gabbia il pilota giordano fatto prigioniero dallo Stato Islamico gli utenti globali non si entusiasmano più e sono abituati a tutto.

Quasi a tutto: a Trump no, non ci si sono ancora abituati, nun ce vònno stà. Lui, così moderno, che anziché fare i briefing con la stampadownload (2) cinguetta su Twitter, «Enjoy!», «Sad!». Una volta c’erano gli album di famiglia, ora gli album stanno su Facebook e il tuo marmocchio lo vedono tutti (non erano affari di famiglia?), perfetti sconosciuti inclusi, perché non siamo solo animali sociali (Aristotele dixit), ma anche intrinsecamente voyeur e proprio perché animali sociali non ci facciamo mai i cazzi nostri, è questa la geniale scoperta di Zuckerberg.

Che farebbe oggi Oscar Luigi Scalfaro in questo marasma indistinto, dove le Edith Mingoni in Toussau il decolté non ce l’hanno proprio e te le escono subito subito (come la Ratajkowski in foto)?