L’Italia è un’estranea per il Friuli, periferia di questa terra

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image (3)Ogni volta che metteva piede sul treno che l’avrebbe riportata a Bologna, Irma provava quel misto di sollievo e malinconia. È una sensazione che possono capire solo gli esiliati e i fuorisede. C’è qualcosa che ti trattiene, ma sai di dover partire.

Ecco, Irma Saldutti sapeva che non sarebbe mai tornata a vivere a Cividale del Friuli – una cittadina di 11 mila anime, situata 135 metri sul livello del mare, ai piedi delle Alpi Carniche e a 15 chilometri da Udine –, eppure, non appena si allontanava dal paese, sentiva una strana forza che sembrava sospingerla fuori dalla cabina di quel treno pronto a condurla in terra straniera.

Non c’è nessun errore in questo aggettivo, perché l’Italia è una estranea per il Friuli, al pari di Austria o Slovenia. Anzi forse lo è anche di più. Il disinteresse degli altri infatti non è rilevante, ma quando è il nostro stesso Stato a non ricordarsi di noi fa più male, crea più distanza.

Irma sapeva che gli affetti, un amore irrazionale e incondizionato e un radicamento invisibile le rendevano ogni volta più complicate le partenze. Non che la decisione di tornare a Cividale la prendesse a cuor leggero, aveva sempre paura di essere risucchiata da quel posto. Solo che quella del ritorno era una necessità a cui non riusciva a sottrarsi. Ogni tanto, prepotente e sotto traccia, si ripresentava quel bisogno di casa e lei partiva verso quei luoghi che forse non le appartenevano più, in cui si riconosceva appena, ma che comunque erano parte di lei.

Quella volta però era diverso, quel viaggio era nato per dire addio ad Alfredo e ben presto si sarebbe trasformato in un incubo…

La mantella del diavolo (ed. Bompiani) di Cristina Battocletti, friulana trapiantata a Milano, mostra proprio questo legame insano, ma in modo positivo, con il suo Friuli. “Perché sai che quella terra lì la puoi amare solo tu. Se non lo fai tu, non lo farà nessun altro. È simile a quel senso di protezione che ha un genitore verso il figlio che sente di dover tutelare di più”.

Lo descrivi quasi come se fosse indifeso…

«È una terra molto dura, in cui la storia ha creato delle generazioni altrettanto ruvide. È stata conquistata, calpestata e abbandonata da tutti, dai Barbari a Napoleone, ma solo come valico verso l’Italia e le sue terre più fertili. Il Friuli fa scattare nei friulani una sorta di sindrome di Stoccolma. Come quando ti senti attratto dalle cose che ti fanno sentire delle emozioni più forti. È una sensazione simile a quando si vive una di quelle storie d’amore difficili, le ricordi con dolore ma anche con trasporto».

Questo era più vero per le scorse generazioni?

«Sì, probabilmente le nuove generazioni non hanno questa stessa visione. Il Friuli che ho vissuto io dal 1972 al 1990, più o meno, era una terra in cui c’era stagnante un senso forte della guerra, dell’ingiustizia e della povertà. Era un posto in cui la storia ti opprimeva, trovavi i bossoli della seconda guerra mondiale, arrivavano i profughi dall’ex Jugoslavia. Però quella percezione di rapimento lì c’è. Quando passi il confine con il treno, vedi le montagne e ti dici: “sono arrivato”. Sono le tue, anche se sono meno belle delle altre».

Quindi si è perso qualcosa tra le due generazioni?

«Non hanno quel senso di pesantezza legato all’incombenza di quello che era accaduto durante la guerra. Forse è sempre mancato un momento di ripensamento collettivo per eliminare il senso di colpa che invece così si è tramandato per generazioni. Oggi i campi di internamento del periodo della guerra sono stati smantellati. Qualche anno fa addirittura su uno di questi siti volevano costruire un centro commerciale, poi per fortuna il progetto è stato bloccato. I miei nipoti non conoscono tante cose dell’epoca».

Il Friuli si sente parte dell’Italia?

«C’è una percezione di estraneità rispetto l’Italia. Ancora in molti non sanno dove sia il Friuli Venezia Giulia. Nel 1999 era stato fatto un sondaggio e il 70% degli italiani pensava che Trieste fosse in Austria. È una regione periferica che nessuno ha mai calcolato, finché non ci fu il terremoto bestiale del ‘76».

Un sisma che fece 100 mila sfollati, cancellò paesi e vide morire quasi 1000 persone (ndr)

«L’Italia non ha mai pensato al Friuli, l’essere una regione a statuto autonomo ha favorito questa cosa. È una terra strana, è stata povera e battuta dalla storia. È stata calpestata. I friulani si sentono diversi, perché di essi ci si dimenticava. Sono diventati degli ossi duri e sono autonomi nel senso che per loro Roma è estranea, non gli appartiene».

È ancora così?

«Non è cambiato il senso di estraneità rispetto all’Italia. Forse si è un po’ più vicini che in passato, ma non tanto. È come se il Friuli fosse più spostato verso la Mitteleuropa, ma senza mai sentire un’appartenenza».

Questo essere abbandonati a se stessi come ha influito sul carattere dei friulani?

«Il confine friulano ha un arco alpino imponente e nei secoli chi si avventurava quella zona, soprattuttosegnalazione-la-mantella-del-diavolo-di-crist-L-H4FOYo nei luoghi in cui è ambientato il romanzo, doveva avere un buon motivo. Spesso l’unica ragione è stata la conquista e questo ha prodotto una diffidenza e una ritrosia istintive. Poi nei friulani ci sono anche una forma di timidezza, che poi esperisce in aggressività, e una di sottanità».

Sottanità?

«È stata una terra abituata ad essere calcata da genti, da barbari, da dominatori e ha conservato a lungo la sensazione di non riuscire a farcela da sola, di essere solo un’ottima macchina da ingranaggio. Quasi come se non si sentisse degna abbastanza da poter prendere il comando. Questo però si traduce anche in una sorta di superiorità».

In che modo?

«Nel senso che tu sei sotto, ma alla fine ti senti superiore rispetto a chi ti comanda».

Tutto ciò rende il Friuli Venezia Giulia periferia?

«Rispetto all’Italia sì, senza dubbio. È periferica fisicamente: per i friuliani è difficoltoso anche solo raggiungere Milano. Il collegamento ferroviario è terrificante. Parliamo di circa 400 km tra Udine e Milano e per percorrerli si impiegano 5 ore. C’è però anche una perifericità di pensiero, perché se non hai collegamenti sei ai margini, estraneo, sia nei lati buoni che in quelli cattivi».

Il lato oscuro dei civaldesi che mostri nel romanzo è anche frutto di questa emarginazione?

«Certa prepotenza della classe benestante della provincia non è propriamente friulana, ma di tutte le province».