Terra contesa e dimenticata. L’Alto Adige periferia

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61K-C86CuwL._SX310_BO1,204,203,200_Una baita con le sue travi in legno, un fuoco scoppiettante, una nuvola di fumo che sale su per il comignolo e si disperde nel cielo terso. Una cartolina dalle montagne dell’Alto Adige potrebbe raffigurare questa scena. O anche un verde così intenso da far male agli occhi, le vette che si distinguono in lontananza e ai loro piedi il tipico paesino con il campanile che si staglia al centro di una serie di villette e alberghi dai tetti spioventi. Un ragazzo di New York come Jeremiah Salinger può restare affascinato da uno spettacolo del genere, anche se scoprirà presto come quel paesaggio da favola e il bel volto che riserva ai turisti siano solo la facciata del mondo di montagna. Il Bletterbach gli svela ben presto il lato migliore e quello peggiore del Sud Tirolo, in un modo in cui solo le frontiere possono fare.

Luca D’Andrea nella Sostanza del male (edito da Einaudi), il libro rivelazione dello scorso anno, racconta proprio questa storia e una delle periferie più intriganti d’Italia. Una terra di nessuno, contesa e dimenticata, dai molti cuori e dalle molteplici lingue.

L’Alto Adige si può considerare periferia?

È frontiera, confine. Un mondo in cui si sommano molte sfumature. C’è l’influenza tedesca, che è a sua volta è stratificazione di più tradizioni. Bavaresi, austriache o prettamente autoctone. C’è l’influenza italiana, ma di un’Italia figlia o nipote di migranti, veneta, trentina, ma anche campana e siciliana che, soprattutto a Bolzano, è riuscita in qualche modo a costruire una sorta di strana identità creola.

 Allora, cos’è per te la periferia cittadina e umana?

È quello che vedi con la coda dell’occhio. Quello a cui non presti attenzione. E che può metterti nei guai. Ma io non credo alle periferie, come concetto. Ogni luogo, anzi, ogni persona, è centrale e ha una storia che può essere raccontata.

 Il tuo è un romanzo che racconta dei personaggi con un marcato lato oscuro e questo emerge in tutta la sua violenza nel cuore della montagna altoatesina. Perché?

Qualche anno fa ho avuto la fortuna di collaborare come autore alla seria di documentari factual “Mountain Heroes” incentrato sul mondo del soccorso alpino. È stata un’esperienza molto forte, sia dal punto di vista umano che da un punto di vista, diciamo, da “scrittore”.  Per rispondere alla tua domanda, l’esperienza di “Mountain Heroes” mi ha permesso di vedere quello che per me era il mio paesaggio natale in maniera completamente diversa. Lasciami dire però che non scrivo guide turistiche. L’Alto Adige che racconto è il “mio” Alto Adige, molto più sinistro rispetto alla mia terra.

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Credi però che un luogo estremo, come può esserlo la Montagna, possa svelare il lato nero delle persone?

 Credo che la montagna, in certi contesti, ti metta di fronte a ciò che realmente sei in quel momento. Può mettere in luce la tua parte peggiore, ma anche quella migliore.

E Bolzano com’è?

Sono nato e cresciuto nel quartiere che, in maniera dispregiativa, all’epoca veniva chiamato “Sciangai”, scritto proprio così. Era l’epoca dello scontro etnico e della seconda ondata del terrorismo indipendentista. Era un quartiere molto vivo, forte, dove imparavi a prenderle ma anche a darle.

A sentirti sembra di essere in un romanzo di John Fante…

Giocavamo a quello che chiamavamo “hockey su asfalto” usando il muro del vecchio campo di concentramento come perimetro, e potevamo ascoltare i racconti dei vecchi che quel campo l’avevano visto in funzione. Era un posto in cui potevi sentire il razzismo e il puzzo dell’esclusione sulla tua pelle. Razzismo che veniva sia dall’area italiana che da quella tedesca. È un’esperienza che ti insegna a diffidare dalle posizioni “per partito preso”. Avevamo poco rispetto ad altri ragazzi della nostra città, Bolzano aveva appena iniziato a decollare da un punto di vista economico, ma noi eravamo figli di statali, impiegati, operai, ne eravamo esclusi. Quel Boom lo capimmo solo in seguito.

Cosa significava essere abitanti di Sciangai?

Per noi essere definiti “sciangaioli” era un vanto. Per me lo è ancora. Ho imparato molto dal vecchio quartiere. Nonostante tutto. Bolzano, all’epoca era una città molto cupa.

 E adesso che Sciangai non esiste più, come si è trasformata la città?

Lo spirito è scomparso e forse è bene così, non lo so. Di certo è una città molto meno cattiva di come lo era in passato, più accogliente, anche e soprattutto nei confronti dei giovani. È diventata una città molto più a misura di turista e questa è una buona cosa, dove c’è turismo c’è lavoro e le persone che hanno un lavoro non hanno tempo da perdere dietro ai conflitti etnici e infatti il terrorismo non esiste più. lasostanzadelmale-1200x630Rimangono molti problemi, naturalmente. Nessun luogo è perfetto.

Nei noir spesso le persone emarginate compiono gli atti peggiori, nel tuo romanzo non è così…

 Perché non credo ai buoni e ai cattivi. Sono convinto che chiunque possa mettere in pratica azioni di una crudeltà estrema e pochi secondi dopo commuoversi per un tramonto. Vale anche il contrario. La cosa interessante dello scrivere quello che scrivo – almeno per me – è proprio esplorare la luce e l’ombra che sono il vero motore di quello strano animale che chiamiamo uomo.

Come sono gli altoatesini?

Siamo gente, mi rendo conto, molto strana. Un po’ montanari e un po’ spaesati. Chiusi, almeno finché non dimostri di essere qualcuno di cui ci si può fidare. Allo stesso tempo c’è un grande senso di solidarietà. È  uno dei motivi per cui amo la mia terra, riesce ancora a sorprendermi.

 C’è un finto perbenismo in provincia?

Così a occhio, ho come l’impressione che il finto perbenismo sia diventato endemico…