Grippo: “fuori le donne dalla politica (e dal femminismo)!”

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AGrippoFuori le donne con la “d” minuscola, s’intende…

La mia è una sorta di “misoginia metodica”, che, alla stregua della “scepsi cartesiana”, intende sottoporre a dura prova la teo(bio)logia di genere. Del resto, il lavoro sporco qualcuno deve pur farlo. Occorre sgomberare il campo da una serie di fraintendimenti: il femminismo non può essere derubricato alla titolarità della patonza, sic et simpliciter. La casualità genetica, che ti decreta Femmina, non prefigura automaticamente una tua contiguità con Rosa Luxemburg o con Simone de Beauvoir. Così come la peculiarità di produrre ovociti non fa di te una statista. De Gaulle ed Eisenhower se la cavarono, comunque, senza… Anche Golda Meir, a pensarci bene. Nel senso che non ha mai propugnato il primato “razziale” della tuba di Falloppio sullo sfigato spermatozoo. Il femminismo, almeno nella sua stesura originaria, era atto assertivo, presa di coscienza, fiotto di “eversione”. L’esatto contrario del becero parassitismo di marca simil-biologica. Molte “suffragette da ringhiera” andrebbero arrestate per vilipendio della più grande liturgia emancipante del Novecento.


Il femminismo reale, oggi, ha dimostrato di essere liberista e capitalista, volto inoltre a scimmiottare l’agire maschile. Può essere questo – con l’individualismo esasperato – il grande limite della forza delle donne?

Il mercato, quale Categoria dello Spirito dell’iper-liberismo, non è innocente, per definizione. Premedita scientificamente strategie e dispositivi, capaci di tenere in ostaggio molecolarmente tutti i fiotti eretici, le energie volte a scalfirne la mistica “accumulatrice”. In quest’ottica, ha esercitato ed esercita fascinazioni, il più delle volte, scarsamente resistite anche dal cosiddetto “antagonismo di genere”. Del resto, la seduzione del carrierismo, inteso come risarcimento per l’antica soggezione sociale femminile, ampiamente brandita dalle teoresi iper-liberiste, ha funzionato perfettamente. Alla faccia dello “specifico” femminile. E qui si dispiega la più fragorosa delle contraddizioni: prima rivendichi l’originalità della tua lotta al sistema, e poi ti fai fottere dalle sue blandizie. Ma non dovevi portare l’assalto al Cielo del Capitale Testosteronico? Ho l’impressione che non abbiamo sfiorato nemmeno la tettoia. Siamo alla secessione dell’Utopia, allo smottamento di ogni magnifica pretesa visionaria.

Sulla scia delle priorità boldriniane. Docenti universitarie “femministe” e “liberali” insegnano nei loro corsi che “è tutta colpa del patriarcato” e che ci sia la necessità di codificare un nuovo tipo linguaggio “al femminile” e pieno di asterischi “per non offendere i generi”, visto che “il genere è una costruzione sociale”. Esigenza reale oppure moda radical chic?

Esistono complessità che si rifiutano di alloggiare presso rancidi e angusti “bipolarismi antropologici”: femmine contro maschi, trattoristi della Val Brembana contro forestali della Sila calabra, cassamortari di Latina contro pompisti funebri altoatesini, cultori di Nicola di Bari contro esegeti del carmenconsolismo. Non è che se porto l’attacco al capocantiere ipertestosteronico di Battipaglia, a bordo della mia desinenza “a” di boldrinica fattura, sarò restituita ai posteri come avanguardia della Rivoluzione d’Ottobre. Trattasi di sublime idiozia. Per non parlare di quella perversione semantica che si acquatta negli interstizi del termine “sessismo”. Pare ci sia concesso chiamare “cretini” solo i maschi. Se osi declinare al femminile lo stesso epiteto, ti becchi il 41Bis. Non scherziamo, ragazze. Se sei scema, ancorché titolare di gnocca, resti scema. La desinenza di genere, checché ne pensi la Crusca, non assolve da eventuali pallori neuronali. E poi, trovo mostruoso che anche il lessico debba generarsi da “procreazione assistita”. Manipolante la nobile progenie del latino e del greco. Le gabbie, e a maggior ragione quelle simboliche, riducono il nostro perimetro di spettanza pubblica. Ci costringono al gioco di rimessa, ad un corporativismo autofustigante. Mi piace tutto ciò che abdica al suo “dappresso”.

perfidia

Sempre nel suo blog (su ilgiornale.it) è stata particolarmente “cattiva” con Maria Elena Boschi e Virginia Raggi…

Mi pare, al contrario, di non aver infierito oltremisura. Avrei potuto concedermi qualche supplemento di perfidia. Pensi che, in tempi non sospetti, evocai Wilde in soccorso: “La bellezza è al di sopra del genio perché non necessita di spiegazioni”. Mi schiantai, tragicamente, contro i cinquantamila emendamenti minacciati dalla Serracchiani per infiacchire il Verbo di cotanto dandy.

Da anticonformista autentica, le è sempre interessato poco il consenso…

Eppure, le dirò, il mio blasfemo editoriale ha catalizzato il consenso di molte donne. Non tutte amiamo precipitare a bordo della nostra “nuvola di cipria”. Fuori le donne dal Palazzo, dunque. Fino a quando non sceglieranno di far fuori dalla sensibilità pubblica quell’insidioso, languido, intridente “femminino” (gabellato spesso come peculiarità non negoziabile), così poco consono alla Parola laica e “neutra” della Politica.

E’ previsto un suo ritorno nel piccolo schermo?

La tv è preclusa a quanti non professino il Credo edulcorato del “politicamente corretto”. Mi piacerebbe sparigliare in qualche talk, seppure da ospite. Senza esserne, necessariamente, l’officiante.

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