Parigi, 10 febbraio 1947: un trattato di pace senza giustizia

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Esattamente 70 anni fa a Parigi la giovane Repubblica italiana poneva ufficialmente fine allo stato di guerra firmando la pace che le potenze vincitrici della Seconda guerra mondiale le avevano imposto.

In precedenza la resa incondizionata, che portò all’armistizio caoticamente annunciato da Badoglio l’8 settembre ’43, ebbe tra le immediate conseguenze il vuoto di potere sulla costa dalmata e nell’entroterra istriano che portò alla prima ondata di uccisioni nelle foibe e di violenze da parte delle milizie partigiane di Tito nei confronti della comunità italiana ivi residente da secoli: almeno un migliaio le vittime in un mese.

Il 25 aprile, che pose fine alla guerra guerreggiata sul suolo italico, dette non solo il via alla mattanza antifascista con la quale culminò la guerra civile italiana, ma anche alla seconda ondata di massacri al confine orientale italiano, che stavolta travolse soprattutto i grossi centri urbani (Trieste, Fiume, Gorizia e Pola) ed il litorale istriano, ove la componente italiana costituiva la maggioranza della popolazione: almeno 10.000 le vittime in quaranta giorni di terrore.

L’accordo di Belgrado del 9 giugno 1945 determinò la spartizione dell’area contesa fra Italia e Jugoslavia in una Zona A sotto amministrazione militare angloamericana (Gorizia, Trieste e Pola) ed una B sotto amministrazione militare jugoslava: ciò non bastò a scongiurare nuove eliminazioni selettive di elementi di spicco della comunità italiana contraria all’annessione della Venezia Giulia alla nuova Jugoslavia del Maresciallo Tito (annientamento del Comitato di Liberazione Nazionale dell’Istria) ed eccidi mirati (uccisione di Don Bonifacio, beatificato in quanto martirizzato in odium fidei,  e strage di Vergarolla).

Istriani, fiumani e dalmati per un anno e mezzo confidarono che la Conferenza di pace rispettasse il conclamato principio di autodeterminazione dei popoli, magari consentendo lo svolgimento di un plebiscito, auspicarono che le atrocità compiute dal IX Corpus dell’Esercito Popolare di Liberazione della Jugoslavia e dall’OZNA, la polizia segreta “titina”, venissero denunciate: nulla di tutto ciò avvenne.

Quel 10 febbraio l’Italia perse definitivamente gran parte delle conquiste maturate al termine della Prima guerra mondiale al confine orientale a costo di immani sacrifici e la sorte di Trieste rimase ancora in bilico, con l’espediente del Territorio Libero di Trieste, nonostante la fallimentare esperienza delle città-stato sorte alla fine della Grande guerra (Fiume, Danzica e Memel). Il Consiglio di sicurezza della neonata ONU non identificò mai il governatore del TLT, sicché rimase in vigore l’amministrazione militare angloamericana sulla Zona A (il capoluogo giuliano) e quella jugoslava sulla B (i distretti di Capodistria e di Buie) fino al Memorandum di Londra del 1954: il 26 ottobre di quell’anno a Trieste finì la paura di un ritorno delle truppe di Tito, da quel lembo d’Istria partì invece l’ultima ondata di un esodo di proporzioni bibliche. Iniziato da Zara devastata dai bombardamenti anglo-americani su richiesta di Tito, proseguito a Fiume e nell’Istria, l’esodo interessò il 90% della comunità italofona, che optò per la cittadinanza italiana, come consentito dal Trattato di Pace, il quale peraltro tutelava le proprietà di chi abbandonava la propria terra. Quest’ultima disposizione fu tuttavia disattesa dalla Stato italiano, che si accordò con Belgrado affinché i beni abbandonati dagli esuli e nazionalizzati dal regime jugoslavo venissero usati per pagare gran parte delle riparazioni di guerra sancite a Parigi. Oggi le associazioni degli Esuli istriani, fiumani e dalmati reclamano ancora un equo indennizzo per le case, i terreni e le attività che furono costretti ad abbandonare in quei tragici frangenti, in cui si erano trovati terrorizzati dal clima di paura che l’OZNA aveva scatenato e privi di una classe dirigente capace di coordinare la resistenza nei confronti della dittatura nazionalcomunista che andava consolidandosi. Era stata, infatti, attuata la medesima logica delle fosse di Katyn: l’eliminazione selettiva dei punti di riferimento della società civile e l’annientamento delle figure di spicco capaci di organizzare un’opposizione al totalitarismo con personalità democratiche, patriottiche e non compromesse con il passato regime. Ne derivò la pulizia etnica dell’Istria, del Quarnaro e della Dalmazia.

Rassegnazione, disperazione, rabbia, delusione: queste erano le sensazioni che affliggevano i polesani in quei giorni di febbraio ’47, in cui la motonave Toscana traghettava senza sosta esuli istriani sull’altra sponda dell’Adriatico. Da Ancona e Venezia costoro avrebbero poi proseguito caricati su carri bestiame di convogli ferroviari che con estrema lentezza e lunghe pause, onde non intralciare il regolare traffico ferroviario, sarebbero giunti infine ad uno dei 109 Centri Raccolta Profughi sparpagliati nel territorio metropolitano e allestiti in vecchie caserme, scuole abbandonate, fabbriche diroccate o improvvisate baraccopoli in cui d’inverno una neonata sarebbe anche morta di freddo. Il transito di uno di questi treni per la stazione di Bologna dette luogo all’increscioso episodio del minacciato sciopero da parte della CGIL qualora “il treno dei fascisti” si fosse fermato per ricevere generi di conforto e cibi caldi che volontari della Croce Rossa Italiana e di altre organizzazioni umanitarie avevano preparato a beneficio soprattutto delle donne, dei bambini e degli anziani costretti ad affrontare il gelido viaggio avendo ricevuto soltanto una balla di fieno a famiglia per ricavarsi un giaciglio.

Ma quel 10 febbraio, mentre la “cupidigia di servilismo” e la mancanza di “sacro egoismo” patriottico facevano accettare un vero e proprio diktat, ci fu chi reagì violentemente. Una maestrina di origine fiorentina aveva assistito alle stragi titine del settembre ’43 a Spalato, aveva poi raccolto testimonianze inerenti i contemporanei infoibamenti in Istria, si era adoperata invano per creare un fronte trasversale tra le fazioni italiane tale da contrapporsi alle velleità espansionistiche jugoslave a guerra finita e adesso si adoperava nel Comitato per l’Esodo da Pola. Lei impugnò una pistola e uccise il generale Robin De Winton, comandante della piazza di Pola che passava in rassegna i suoi soldati: aveva in tasca un biglietto i cui toni accesamente patriottici si ricollegavano al martirio di Guglielmo Oberdan, simbolo della gioventù irredentista. Lei si chiamava Maria Pasquinelli e quelle pistolettate costituirono la risposta estrema, radicale e ormai priva di speranza all’imposizione di una pace che premiava sanguinari vincitori e faceva strame della giustizia.