Come sta il jazz italiano? La versione di Roberto Ottaviano

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Roberto-Ottaviano_imagefullwideCome sta in salute il jazz in Italia? E’cresciuto l’interesse del pubblico generalista o resta sempre una piccola fetta di sparuta élite? Quanto conta l’approccio alla cultura ed alle arti rispetto ad un percorso di contaminazioni e di identità?

Qualche risposta la si trova nella verve di Roberto Ottaviano, sassofonista e compositore, che ha studiato, insegnato e suonato nei templi della musica mondiale. Germania, Austria, Inghilterra, Irlanda, Scozia, Francia, Spagna, Portogallo, oltre che in India, Messico, Stati Uniti, Brasile, Israele ed in alcuni stati africani come Marocco, Senegal e Camerun.

Suona, compone e medita. La differenza tra il nostro Paese e tanti altri, è il succo del suo pensiero, è che altrove esiste ancora un pudore ed il senso di considerare la cultura come una risorsa inalienabile e che traccia quel tratturo in cui si muove (e cresce) l’intera filiera economica e sociale. Invece nell’agenda politico-amministrativa italiana, e nonostante una consolidata tradizione, trattiamo chi produce e chi diffonde cultura come quel venditore ambulante a cui passare pochi spiccioli.

Il jazz italiano – confida Ottaviano a OFF – è da tempo che ha abbandonato la nicchia per evolversi anche grazie a grandi interpreti come il Maestro Gaslini, Enrico Rava, mescolati alle generazioni di mezzo a cui appartengo quindi Paolo Fresu, Rita Marcotulli, Maria Pia De Vito. Esiste una vera e propria scuola italiana nell’ambito del jazz che ci è invidiata”. Si intravede quindi la possibilità che da elitario il jazz si possa fare popolare e ramificarsi fin nei tratturi più nascosti dell’Italia, come dimostrano le stagioni de “Nel gioco del jazz”, di cui Ottaviano è direttore artistico.

Un discorso che investe anche i tempi. Come per la natura, ripete Ottaviano, anche “la cultura ha bisogno di sedimentare, e solo dopo offrire i suoi colori ed i suoi frutti”. Il rischio, se si accelerano i tempi del consumo, è che poi la natura possa non fare in tempo a fare il suo corso e quindi fare appello a ciò che nasce in laboratorio. Con i risultati che un approccio artefatto alle arti e alla musica portano in quel grembo.

Ottaviano vanta un percorso artistico di tutto rispetto che lo ha portato ad esibirsi in Italia ed all’estero, nonché a dare vita ad alcuni interessanti progetti musicali quali il quartetto “Pinturas” ed il quartetto “Roba” con Glenn Ferris, Jean Jacques Avenel e John Betsch, e a collaborare con il quintetto “Canto General”. Inoltre stato uno dei pochissimi sassofonisti soprano a livello mondiale, in grado di poter rendere omaggio al musicista statunitense Steve Lacy, scomparso due lustri fa.

Ma è la prospettiva della musica italiana che si fa interessante nella versione di Ottaviano, se si pigia il tasto dell’elaborazione futura. “Nel nostro paese abbiamo alcuni tra i solisti ed autori più interessanti della scena mondiale. Tutto questo solo grazie alla individuale forza di volontà. Se ci fosse anche una piccola-grande nuova consapevolezza, allora il salto (definitivo) si potrebbe spiccare”. Con la spinta di un pubblico che, oggi, è finalmente davvero numeroso ed entusiasta.

twitter@FDepalo