Vessicchio: “Sanremo ormai non lascia traccia”

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Ha provato con l’urbanistica, l’edilizia, il disegno e la progettazione (su consiglio del padre) iscrivendosi ad Architettura. Ma niente, la sua strada era la musica. Una strada così segnata da renderlo un vero “essere mitologico” della tivù e della musica italiana.

A raccontarsi a OFF è il maestro Peppe Vessicchio, volto-simbolo del Festival di Sanremo e della televisione (anche se dichiara di non guardarla né di leggere i giornali): napoletano, del Rione Cavalleggeri, 61 anni il prossimo marzo, Vessicchio va con la mente alla sua infanzia da figlio di un impiegato dell’Eternit di Bagnoli.

L’Eternit: un dramma. L’amianto ha ucciso, uccide e continuerà a farlo.

Io sono nato nell’amianto. Mio padre lavorava all’Eternit che aveva fornito ai dipendenti delle abitazioni di favore prossime a Bagnoli. Le case erano interamente ricoperte di amianto. Io giocavo con l’amianto. Alla scuola media, nell’ora di “Applicazioni tecniche”, io tagliavo lastre di amianto col seghetto da traforo. Nessuno di noi era a conoscenza dei pericoli che correvamo. Molti amici di allora purtroppo oggi non ci sono più… una ventina d’anni fa un oncologo mi disse che io ero una “bomba a orologeria”.

Ha paura?

No. Affronto tutto con serenità. Mi affido a una teoria: mens sana in corpore sano vale anche al contrario. Se siamo in pace con ciò che ci circonda, allora anche il nostro corpo riuscirà a non assoggettarsi al rischio.

Lei crede in Dio?

Sì, io sono credente. Credo di potermi spingere ad affermarlo. Credo nel tutto, credo nell’Individuo, credo in una forza che li relazioni e, dunque, credo in Dio.

Come si è avvicinato alla musica?

In famiglia, grazie a mio fratello. Lo definisco “portatore sano di musica”. Il suo rapporto passionale con tutta l’espressione di questo fenomeno è stato contagioso. Grazie a lui, in casa, c’erano chitarra, fisarmonica e mandolino e si faceva musica per amici e parenti. La chitarra è stato il mio primo strumento. Allora avevo la passione per la bossa nova, ma il mio pallino è sempre stato l’esplorazione dei suoni, organizzarli, mettere insieme i timbri…

E suo padre, che diceva?

Fare il musicista non era ben visto da nessun padre. All’epoca, in Conservatorio, non esisteva nemmeno il diploma in chitarra e, per le famiglie, il “pezzo di carta” era sacro. Così tutti mi spinsero a iscrivermi al Liceo scientifico per poi fare Architettura. Ma io la sera andavo a suonare e, parallelamente, frequentavo il Conservatorio da uditore…

Lei è stato liceale negli anni Settanta. Che rapporto ha avuto con la politica?

Manifestazioni studentesche e occupazioni erano all’ordine del giorno. Non ci misi molto ad accorgermi che una parte delle persone che si occupavano di politica in senso pratico, attivo, agivano spesso in contraddizione con i principi sbandierati. Quindi mi è capitato di imbattermi in sedicenti “compagni” con manifeste propensioni oligarchiche piuttosto che nostalgici conservatori dotati invece di straordinarie visioni anticonformiste. La politica era già affetta da varie malattie. La più grave era già l’incoerenza che col passare degli anni è notevolmente aumentata.

Quarant’anni fa, figuriamoci oggi…

Il politico di oggi è diventato l’emblema dell’incoerenza, spesso sorpreso a rimangiarsi quello che ha detto il giorno prima. Ecco perché parlare della politica, anche in linea generale, è per me uno sport molto poco attraente.

Cos’ha votato allo scorso referendum costituzionale?

Il bisogno di cambiare qualche regola lo avvertiamo tutti. Il referendum offriva la possibilità di modificare un pacchetto di cose. Su alcune ero d’accordo, su altre no. L’indecisione mi ha accompagnato fino all’ultimo giorno. Arrivato alla domenica mi sono detto che avrei accettato quello che si sarebbe manifestato senza il mio contributo, col rischio di essere giudicato qualunquista. Sappiamo come è andata a finire: tutto è rimasto come prima. Il Governo Gentiloni è la logica conseguenza di tutto quello che è avvenuto prima.

Torniamo al Vessicchio maestro. Come esordì “ufficialmente”beppe-vessicchio nel mondo della musica?

Il primo che mi diede fiducia come arrangiatore fu Peppino Gagliardi, napoletano come me. Poi ci furono Peppino Di Capri e Fred Bongusto. Ma la svolta arrivò con Gino Paoli: facemmo insieme un disco di quattro brani e, subito dopo, Ti lascio una canzone. Fu la prima volta che non fui solo arrangiatore, ma coautore.

E gli inizi in tivù?

Fu sempre grazie a Gino Paoli che nell’85 conobbi Renato Serio che si sarebbe occupato delle musiche di Ornella Vanoni nel concerto dei due al velodromo dell’Eur nel 1984. Renato, che già dirigeva in televisione, ebbe l’incarico da Pippo Baudo di occuparsi delle musiche di Fantastico. Mi chiese quindi di fargli da maestro sostituto con l’Orchestra Rai. L’anno dopo, nell’86, Gianni Minà mi volle maestro titolare per un programma della Rai in occasione dei Mondiali in Messico. Da quel momento non ho più smesso…

Quando arriva a Sanremo?

Come direttore d’orchestra nel ’90. In realtà misi piede a Sanremo per la prima volta nell’85 quando ancora l’orchestra non c’era e noi arrangiatori seguivamo i cantanti come “fiduciari”. Io ero con Zucchero col quale avevo collaborato per Canzone triste.

Lei è una colonna del Festival…

Dal ’90 sarò mancato tre o quattro volte.

Cos’è il Festival di Sanremo nell’epoca dei talent?

E’ un programma televisivo: è gestito dalla tivù, si parla degli ascolti e di quanto è seguito e basta. Trattandolo così è logico che diventi sensibile a ciò che la televisione ha già reso prezioso. Ma è innegabile che musicalmente, negli ultimi dieci anni, Sanremo non ha lasciato nessun segnale forte nel mondo della discografia.

Quelli vengono dai talent…

Sicuramente i talent hanno dato una sterzata, hanno smosso il mercato discografico aumentano le speranze dei giovani…

Però…

Però: va bene se parallelamente non perdiamo di vista anche una strada che provi a costruire una cultura musicale. Non è giusto rischiare che i talent depauperino un percorso di formazione che ha reso grande l’Italia per secoli quale è l’istruzione della musica attraverso i Conservatori e gli altri istituti preposti. Il talent è come giocare al Lotto: nulla di male, se però non si affida solo alla lotteria l’ipotesi di portare avanti le proprie ambizioni o la propria sopravvivenza. Così il talent: nulla di male, se però non si affida solo a questo il proprio futuro nella musica.

Che potere ha la televisione nella formazione musicale degli italiani? La prima della Scala con la Butterfly ha registrato un record di ascolti: una media di oltre 2 milioni e mezzo di ascoltatori…

Vivaddio! Questo è un indizio importante. La tivù di Stato non può passare i programmi colti solo alle 2 di notte… Il concerto di musica classica è impopolare? Sono impopolari anche l’arte della danza e del teatro. E il coraggio e le capacità dell’operatore culturale dove sono? Ricordo che fu grazie a Confalonieri Peppe_Vessicchio_Amiciche le domeniche mattina venivano trasmessi i concerti della Scala su Rete 4. Se lo ha fatto una tivù commerciale, a maggior ragione dovrebbe farlo la tivù di Stato…

Per tutti, Peppe Vessicchio è il direttore d’orchestra di Sanremo. Ma chi è davvero Peppe Vessicchio al di fuori di quella settimana di febbraio?

[ride] Vessicchio è un compositore che scrive e arrangia. Ora mi occupo di trascrizioni di classici per organico da camera: la trascrizione mi piace molto. Ho un gruppo di musicisti, i Solisti del Sesto Armonico, con i quali collaboro stabilmente.

C’è qualche progetto underground, OFF, legato a Vessicchio?

Studio l’armonia in relazione ai fenomeni naturali. Quando scoprii che le mucche del Wisconsin, ascoltando Mozart, producono più latte, pensai di “infondere” musica anche nelle serre. Diamo musica a pomodori, zucchine e fragole: con Mozart reagiscono benissimo, con Beethoven quasi nulla. Qui è nata la curiosità che mi ha cambiato la vita spingendomi ad analizzare le composizioni Mozart molto più a fondo per poi trarne conclusioni che oggi mi permettono di scrivere con un procedimento compositivo che ho definito “armonico-naturale”. Dopo quasi tre anni di sperimentazione nelle serre, grazie ai risultati, si sono finalmente aggiunti una decina di altri agricoltori che produrranno anche loro ortaggi senza alcun tipo di trattamento convenzionale: solo musica, acqua e frequenze.

1 commento

  1. caro vessicchio , cosa dice ? è dal 1961 che la canzone di san remo non lascia tracce , quell’anno è stato l’unico e ultma volta che una canzone italiana ha travalicato la frontiera del nostro paese .

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