Quattrocento anni di nature morte. Inanimata e ardente storia italiana

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Maestro della fiasca di Forlì, Fiasca fiorita_ Pinacoteca Civica, Forlì_ © Forlì, Archivio MuseiPesche, mele, uva, asparagi, carciofi, fichi: turgidi, lucidi, dolci, pronti per essere mangiati. Erano davvero dei maghi quei pittori del Seicento. A cominciare da Caravaggio, il primo, intelligente ‘mago’ moderno, che aveva capito che la pittura di natura morta, di fiori e frutti, valeva come quella di storia. Allora quei soggetti si chiamavano “oggetti di ferma”, cioè modelli immobili, in inglese still life. Era stato lui ad affermare l’autonomia del tema, quando lavorava presso il Cavalier d’Arpino. La famosa Canestra di frutta, del 1598-1599, conservata presso la Veneranda Biblioteca Ambrosiana di Milano, ne è testimonianza con i suoi chicchi d’uva, le mele bacate, qualche foglia secca tra la freschezza di altre.

Dopo di lui una serie di seguaci avevano creato capolavori, tavolate di frutta e ortaggi con limpide brocche d’acqua, cesti, canestri, vasi, tutti rigorosamente ripresi dal vero. Pittori distinguibili l’uno dall’altro attraverso sottili affinità stilistiche e chiamati con nomi fittizi come Maestro di Hartford, Maestro del vasetto, Maestro delle mele rosa, Pensionante del Saraceni, in mancanza della vera identità ancora oggi da ritrovare. Altri invece, più fortunati, hanno i loro nomi, come Pietro Paolo Bonzi, Agostino Verrocchi, Giacomo Legi (o Liegi). Alcuni di loro allievi dell’Accademia istituita a Roma dal marchese Giovanni Battista Crescenzi nel suoCanestra di frutta, Caravaggio, © Veneranda Biblioteca Ambrosiana - MilanoDe Agostini Picture Library LQ Palazzo alla Rotonda adiacente al Pantheon.

Autori di una quarantina di dipinti esposti nella mostra, “L’origine della natura morta in Italia”, aperta alla Galleria Borghese di Roma (sino al 19 febbraio 2017, catalogo Skira). Fiore all’occhiello è la Canestra di frutta di Caravaggio, seguita dalle opere del misterioso Maestro di Hartford, capace di dipingere persino le chioccioline con le loro antenne vaganti tra la verdura. Di questo abile pittore molto vicino a Caravaggio (tanto che Federico Zeri lo aveva confuso con lui, giovane), la mostra presenta otto dipinti. Quattro dei quali appartenuti alla collezione del cardinale Scipione Borghese, dove si trovavano in origine insieme al Bacchino malato e al Ragazzo con canestra di frutta di Caravaggio, tutti presenti in mostra e riuniti per la prima volta dopo quattrocento anni. Le sei opere facevano parte dei centocinque quadri sequestrati il 4 maggio 1607 dall’agente fiscale pontificio al Cavalier d’Arpino, pittore, impresario, mercante e collezionista. Sequestro ordinato dal papa Paolo V Borghese per donarli all’ingordo nipote Scipione Borghese.