Guardami! Sono il ritratto del mondo che cambia

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Un nano con un sigaro, Burri in autocombustione e la Chinafrica, sono alcune delle opere esposte fino al 29 gennaio all’Unicredit Pavillion di Milano nella mostra Look at me! Da Nadar a Gursky. Una serie di ritratti di grandi maestri, da Cartier Bresson a Weegee, da Man Ray a Marclay, fino a Richter e Arbus.

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Una mostra che tenta di restituire l’evoluzione del ritratto fotografico come strumento per raccontare i cambiamenti della società e il suo divenire complessa. Lo stratificarsi delle classi, la commistione di razze e di sessualità, l’incendiarsi delle diversità, sono tra gli elementi restitUnuiti dalle opere selezionate.

La mostra è composta da 170 opere, suddivise in tre livelli e in sei sezioni tematiche: Il volto della società, L’individuo e la massa, L’artista come modello, Hall of fame, Il ritratto del corpo e La messa in scena. Percorrendo la mostra si attraversano i secoli, dall’Ottocento ai giorni nostri, e le fotografie restituiscono un ritmo di vita e un rapporto con l’arte e i suoi strumenti molto diverso da quello a cui siamo abituati.

Nell’Ottocento la fotografia era un’assoluta novità, si andava nello studio del fotografo per tempi lunghissimi a farsi ritrarre. Oggi invece ciascuno di noi con uno smartphone schiaccia un pulsante e si fa un selfie. La costante è che le fotografie continuano a mostrare il rapporto tra gli individui e le società che gli stanno intorno”, ci spiega Walter Guadagnini, curatore della mostra, nell’introdurci il progetto.

Il primo piano della mostra parte da ritratti in posa prodotti in estenuanti sedute in studi ottocenteschi in cui i volti e gli individui sono il centro focale per giungere a immagini di massa in cui si perdono i connotati del singolo e a dare significato all’immagine è la massa.  

fotografia-161219154405Nel secondo livello si è giocato sul ruolo dell’artista come creatore di senso, ma anche come parte dell’opera. Una galleria di volti noti con foto di grandi maestri, potrete anche rimirare il ritratto di Baudelaire, proprio lo stesso che per anni avete visto nel vostro libro di letteratura delle superiori. Ebbene sì.

Nella Green House, oltre allo splendido panorama, si tornerà alla costruzione delle foto. Infatti in questa parte finale della mostra si entra in una serie di lavori dal retrogusto cinematografico e scenico. Si passa dalle foto di strada e dai volti che raccontano storie all’orchestrazione di pose e di ogni dettaglio per creare un significato.

Le dieci opere che chiudono la mostra sono l’ultimo lavoro di Arbus e sono il finale perfetto, un misto di sguardi, grottesco e messa in scena.