La matematica? Una scienza realistica protetta dagli dei

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Che cos’è la matematica? Pura astrazione, una creazione della mente, dirà qualcuno. Per Paolo Zellini, docente di Analisi numerica all’Università di Tor Vergata e autore Adelphi, è molto altro e molto di più. Lo spiega nel suo ultimo libro, zellini_interv2La matematica degli dèi e gli algoritmi degli uomini (Adelphi, pp. 258, € 14), in cui si chiarisce indirettamente perché un libro di matematica finisca in una rubrica di filosofia.

Perché la matematica ha accompagnato l’uomo dagli albori della civiltà, dalle prime8d29439e55c7973a6fd7156ca2b250ca_w600_h_mw_mh_cs_cx_cy osservazioni della natura ai prodigi dell’informatica. “Le fonti fanno capire che l’aritmetica e la geometria antiche cominciavano ad assumersi il compito di offrire un fondamento della stessa realtà”, spiega Zellini. Basti pensare ai teoremi greci che tutti abbiamo studiato sui banchi di scuola, ai pitagorici, ai celebri paradossi di Zenone, alla filosofia matematica di Platone. E poi a territori per noi europei quasi inesplorati, quelli dei calcoli babilonesi e della matematica vedica, ossia indiana.La matematica dunque ha un profondo senso della realtà, e il numero è il suo simbolo. Non a caso le cattedrali gotiche e romaniche hanno dimensioni calcolate al millimetro su precise proporzioni numeriche, e la loro totemica presenza è lì a dimostrare la concretezza e la necessità della scienza dei numeri. Un tempo c’erano gli dèi vedici e quelli greci a proteggerla, poi sono venuti Descartes e tutti gli altri, fino ai concetti di continuo aritmetico, agli algoritmi, agli schemi computazionali. Niente paura dunque: la matematica non è l’idea astratta di geni distanti anni luce da noi. Essa ci accompagna ogni giorno: non ci sarebbe computer in grado di funzionare né palazzo in grado di stare in piedi senza il suo ausilio. Nei secoli si è solo – diciamo così – fatta profana. Ma ciò non ha tolto nulla al suo straordinario valore simbolico e reale, sotteso in silenzio alla realtà visibile.