Sedici anni senza Gabriella Ferri, la Calliope trasteverina

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gabriella-ferriSedici anni fa se ne andava Gabriella Ferri

Musa del canto romano, ispiratrice di una sua personalissima Odissea, Gabriella Ferri è la malinconica Calliope trasteverina. Romana come il primo dei sampietrini conficcato sul suolo dell’Urbe, inclina, mediante una meravigliosa Dove sta Zazà, la sua voce anche nel verso partenopeo. E ondeggiando tra la Campania e il Lazio si fa grandezza di un patrimonio tutto italiano. La Janis Joplin dei vicoli romani è la pregiata custode di un’estensione rocamente poderosa, l’allegoria dell’amica italica dello statunitense Tom Waits. Poiché se di interpretazione popolari si è sempre parlato, è nell’elemento del blues che la Ferri incunea le sue ballate; possibilità di fulgore ed espansione.  In Dove sta Zazà – scritta nel 1944 da Raffaele Cutolo- “il possesso dei diavoli blu” è tutto in quel ciondolare in un inizio lento e disperato, per poi indugiare nel parlato sino ad arrivare alle vette del grido lacrimante.

Gabriella Ferri è nel blues quanto nello scanzonato, nella teatralità come nell’intimismo, figura l’unione emblematica del “clown bianco” e “l’augusto”, una fusione esplosiva dentro il quale il basso e l’alto, volteggiano all’unisono. Il bianco è la grazia di una Remedios o di Sempre, l’augusto sottolinea il rotolarsi con Enrico Montesano nell’interpretazione de A Cammesella  o negli stornelli con Claudio Villa. Un dualismo, peculiare di ogni grande artista, che termina troppo spesso in una lacerazione privata. Strappo tanto prezioso alla sua arte, dove il popolare si accomoda nel ricevimento del blues. Meno alla vita, quella vera, fuori dall’occhio di bue, dove la melodia blu diviene solo il colore di una malinconia e di una solitudine priva di chitarra. Dunque silenziosa, violentemente taciturna, mesta eppur esplodente. La musa è quella di una mitologia, un’elongazione fatta disperazione, di una gloria, sancita proprio dall’eliminazione da Sanremo; peculiare sorte che diviene negli anni l’abbraccio caloroso nella misura della grandezza.

La Ferri donna è meravigliosamente tutta dentro quei grandi occhi bistrati di nero, lo sguardo malinconico, ripiegato in se stesso al punto tale da non accorgersi dell’amore che la avvolge e continua a circondarla negli anni. Non nella morbosità di un dettaglio, nella nota biografica o nell’invadere la sacralità della sua morte, ma nel renderle omaggio in una piccola ode si fonda  lo scritto. Elegia di una barcarola controcorrente, dentro il testo Vamp di Paolo Conte e nelle corde di una ballata triste in Stornello d’estate.

Voce al sapore di miele e fiele, vigorosa nel canto, fragile al cospetto dell’impietosa realtà, dentro una bellezza bionda e in uno stile originale, si incolla indosso con le oscillazioni vocali e dentro quell’eyeliner nero quanto la sua caducità. Patrimonio italiano, popolanamente vertiginosa, amata di quell’amore che non è giunto in tempo a trattenerla.

“Te possino dà tante Gabriellate”