“Spingere Rovazzi è uno scempio illogico”

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emanCoincidenze. Come urtare un tizio in metro e scoprire, alzando lo sguardo, che è vestito da Re Magio. Questa però a Milano, sotto Natale, non è una vera e propria coincidenza, è il minimo sindacale. Senza seguire, dunque, la stella cometa sulla linea gialla della metropolitana e senza oro, incenso né mirra, andavo ad incontrare un trentatreenne dagli occhi di ghiaccio, la penna feroce e un milione di views della sua “Amen” su Youtube: Emanuele Aceto, in arte Eman, cantautore calabrese, collezionista di coincidenze.
 
Emanuele, Eman, Amen: il tuo nome ti piace.
Ho solo abbreviato Emanuele in Eman. Poi ho scoperto che nella Bibbia c’era un menestrello con lo stesso nome. E che c’è una cantante di musica cristiana che si chiama come me. In arabo, invece, Eman significa “Fede”.
 
E il tuo primo disco si chiama Amen. Che coincidenze.
Con la titletrack tentai Sanremo due anni fa, non andò.
 
Non lo trovi remissivo il “così sia”? 
No, è affrontare la vita: “Come as you are, as a friend, as an old enemy”, come diceva Cobain. Sperando di non fare la stessa fine.
 
In “Amen” c’è un “padre” che potrebbe ucciderti se non dai il tuo meglio. “P” maiuscola o minuscola?
Libera interpretazione.

Q
uindi tuo padre ti voleva cantautore? 
Ho mollato Ingegneria a metà perché rapito dalla musica. Secondo te come l’ha presa?
 
Ai talent ci sono molti cantautori.
Mi hanno proposto quest’anno di fare Amici e ho risposto che piuttosto tornavo a zappare.
 
Tutto pur di evitare Ingegneria, eh?
No, è che le scelte di puro marketing non mi appartengono.

 
Il “vizio” ti appartiene, ne canti spesso.
Sono profondamente convinto che i vizi servano a sentirsi meno soli. Li molli solo se vuoi essere triste.
 
Hai mai pensato di smettere? Non con i vizi, con la musica.
Sempre. Anche ora.
 
E questo non ti fa paura?
No. Non essere capito mi fa paura, faccio lavoro doppio per trovare la chiave che renda i miei pezzi fruibili.
 
Uno che ha “la chiave” è Rovazzi.
Rovazzi è come Pupo quando cantava Gelato al cioccolato. La follia, all’epoca, sarebbe stata spingere solo Pupo uccidendo Battisti. Uno scempio illogico. Ed è esattamente ciò che sta succedendo oggi.
 
Quindi i cantautori sono morti?
No, non sono morti: Fabi, Silvestri, De Gregori, sarebbe un sogno poter scrivere con loro!  Il problema è che a capo della musica ci sono solo esperti di marketing. E lasciamo perdere l’indie italiano con quei testi senza senso.
 
Parli da ingegnere.
No, è che per molto tempo sono stato balbuziente: parlavo poco ma osservavo tanto e leggevo parecchio. Chi scrive ha il dono di trovarsi davanti al mare e vedere più in là, quindi, che lo faccia. Bene.
 
Scrivi mai da sbronzo?
No.
 
Scrivi sempre da sobrio?
No.
 
Canti: “É una vita che sono ubriaco più di voi”. Ci sfidi?
Sì.