Le donne da “favola” di Ziliotto

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thumbLa quotidianità stanca. La posa plastica, anche. Scordatevi il ritratto d’autore, il bianco e nero mosso – che fa tanto figo di questi tempi -, il viso aggraziato, lo sguardo nel cielo a suggerire profondità di pensiero. In sottofondo non sentirete il leggiadro scorrere di Ludovico Einaudi, piuttosto è consigliabile metter su un bel disco dei Prodigy, gli eterni Signori dell’elettronica anni ’90.

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La realtà provoca, stuzzica, solletica e davanti all’obiettivo c’è la strafottenza dei ruoli invertiti, delle regole capovolte, dell’eversione fotografica. C’è l’ode al mondo onirico, filmico, a Alice nel paese delle meraviglie e alle atmosfere di Tim Burton; c’è la rotonda e colorata interpretazione delle cose di Botero e, soprattutto, c’è il Pop Surrealism, alla Ron English maniera. Ci sono seni al vento, donne – barbute, con teste di coniglio, tatuate e nude, a fissare un teschio dorato, interrogando la propria coscienza -; c’è erotismo underground, meno banale dell’ammiccamento, del vedo non vedo, ci sono uomini dalla testa di cavallo, di maiale. C’è la nostalgia incurabile ed inquieta dell’ambrotipia – un antico metodo per la realizzazione di immagini su lastre di vetro sperimentato per la prima volta dalla seconda metà dell’800 -, con i volti, gli sguardi fermi nel tempo, in bianco e nero. Inquietudine retrò.

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C’è la modernità, la sperimentazione e la ricerca dell’antico nella fotografia di Dennis Ziliotto, fotografo padovano, di Monselice, che attraversa la realtà parlando della vita, dei rapporti, dell’amore, della metamorfosi che ogni uomo compie in una metafora favolistica: “Le mie opere sono un insieme di fantasia e personaggi bizzarri, che sono stanchi di camminare attraverso i loro giorni invariati, giorno dopo giorno”