Il lungo viaggio dell’arte nell’intimità

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In arte, genitali. La rappresentazione dell’umana intimità non è pratica legata alla modernità, all’invenzione della fotografia, né alla totale disinibizione odierna. Eppure i genitali maschili e femminili, non sono sempre stati sinonimo di oscenità. Da Jamie McCartney, scultore inglese, che ha plasmato la Grande Muraglia di vagine, ovvero quattrocento calchi di genitali femminili esposti, agli espliciti richiami al sesso orale, che si fondeva col senso proibito di perversione demoniaca, nella pittura cinquecentesca di Hans Baldug Grien, detto Grien (1485-1545), passando per la sempiterna L’Origine du monde di Gustave Courbet, fino a Needed to Erase Her di Hannah Wilke; dall’osanna disegnato a Priapo, divinità del sesso maschile, del tedesco Friedrich Wilhelm Kleukens, morto nel 1956, fino ai disegni erotici ottocenteschi di Peter Fendi, austriaco, che sapevano coniugare comicità e sessualità. Fin dalla classicità greca e romana, fin dagli albori, le forme dell’intimità sono oggetto d’espressione. Per esplorare l’umana condizione, per dimostrazione di virilità, di femminilità, per l’affermazione di un’identità, di un messaggio. L’arte orientale, quella occidentale, finanche quella tribale hanno da sempre rappresentato, dipinto, scolpito i genitali maschili e femminili allontanandone l’immagine dalla brutalità, dall’impudicizia, come inno alla Natura, cercando la sublimazione, tecnicamente intesa in psicoanalisi, ovvero generando un meccanismo che sposta una pulsione sessuale verso una meta non sessuale.

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