La battaglia civile nel teatro di Angelo Longoni

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angelo-longoni-kyue-1280x960webE’ un drammaturgo calato nel presente e nella società attuale Angelo Longoni, che considera il teatro una tribuna civile in cui mostrare la realtà quotidiana e attivare una riflessione negli spettatori. Nato a Milano, dove si è formato presso la Civica Scuola d’Arte drammatica Piccolo Teatro, dopo aver lavorato per alcuni anni come attore, ha firmato testi e regie teatrali, televisive, cinematografiche e ha pubblicato alcuni romanzi e racconti. Dopo la tournée dell’emozionante spettacolo “Modigliani”, da lui scritto e diretto, con protagonista Marco Bocci, torna a misurarsi con la contemporaneità. In questi giorni, infatti, è in scena alla Sala Umberto di Roma fino al 20 novembre il suo intrigante e coinvolgente spettacolo “Ostaggi” in cui dirige Michela Andreozzi, Jonis Bascir, Pietro Genuardi, Gabriele Pignotta e Silvana Bosi in un ritmo frenetico di battute esilaranti che aiutano però a entrare in contatto con una dimensione tragica e dolente di crisi individuale e collettiva.
Il teatro è magistralmente utilizzato come uno strumento di indagine della verità, mettendo in luce le contraddizioni e gli errori di un mondo in frantumi, quanto le ricadute psicologiche e interiori sugli esseri umani. L’identificazione del pubblico è autentica e immediata in uno specchio catartico che tuttavia non assolve le responsabilità.

Cosa accade in questo spettacolo?

“E’ un evento teatrale particolare che sembra un classico della cinematografia. Un uomo in fuga, molto maldestro, dopo la rapina a una banca, entra a caso in una panetteria, prendendo in ostaggio le persone che sono lì: una signora ottantenne, un extracomunitario che vende accendini e una donna che fa la prostituta, ricevendo in casa, ma con un passato del tutto normale e rispettabile. Questi personaggi rappresentano varie sfaccettature della crisi economica della nostra società, tranne il panettiere che ha un’attività regolare per mantenere famiglia e figli. Diventa l’unico ostaggio utile in quanto parte attiva dell’economia. Si sviluppa così una strana forma di cooperazione con momenti divertenti e poetici, tutti dovuti al rapinatore che non è certo uno specialista né è abituato a compiere reati”.

Siamo tutti ostaggi?

“Volevo rappresentare le conseguenze reali di una condizione di crisi economica che affligge tanti livelli della nostra società. Si capisce subito che si tratta di un’umanità concentrata con tanti aspetti comuni. Nascono interazioni sensibili di condivisione e un rapporto interpersonale inedito. Per la prima volta ho voluto scrivere un testo che fosse un misto di commedia e poesia: tutti sono colpiti da un modo di vivere ai margini e da un disagio nei confronti della società”.

Si ispira ai fatti di cronaca?

“La realtà quotidiana mi fornisce sempre spunti per quello che scrivo. La disperazione generata dal conflitto fra le persone e lo Stato ha prodotto danni incalcolabili. Equitalia è uno di quei casi che ha messo in ginocchio la gente che lavora con tecnologismo e spietatezza. Nemmeno la camorra richiede quei tassi d’interesse e ora si ha un bel dire che la chiuderanno, ma cambierà solo il nome. Il contrasto nei confronti dei cittadini sarà il medesimo. Non si risolve facilmente un problema così gigantesco. Il mio “delinquente” qui è figlio di quei vessati dallo Stato in una situazione di crisi. L’accanimento si produce soprattutto sulla gente normale”.

Perché sceglie il teatro per affrontare questi temi?images-35

“Il teatro rispetto al cinema ha più libertà di espressione perché, quando hai a che fare con grandi budget, devi rendere conto a chi investe: sono molteplici le interferenze produttive. Il teatro, invece, è una zona franca. In questo momento è il modo di comunicare più diretto e più semplice. Il cinema ha solo occhio al mercato ed è molto politicizzato, per non parlare della televisione”.

Quale messaggio desidera trasmettere al pubblico?

“Vorrei che venisse colta la metafora sulle disuguaglianze sociali, razziali, economiche e che lo spettatore individuasse l’idea di una crisi da cui uscire solo attraverso la solidarietà e l’unione delle persone. Si mettono in luce nel testo le differenti caratteristiche umane che però possono dialogare e trovare una proficua complicità”.

Ha altri progetti in cantiere?

“Fino al 20 novembre ho in scena al Teatro Golden di Roma “L’amore migliora la vita”, è la ripresa di una storia interessante che già ha avuto molto successo lo scorso anno. Denuncio l’ipocrisia imperante in questo Paese: la legge sulle Unioni Civili è stata approvata in ritardo, scontentando tutti. Al termine della stagione presenterò poi, di nuovo alla Sala Umberto di Roma, lo spettacolo “Boomerang” in cui metto sotto la lente d’ingrandimento la famiglia come istituzione primaria nella storia italiana e tuttavia, forse proprio per questo, massima espressione di falsità sotterranee. Sembra essere diventata un patto di persone che hanno privilegi sociali da difendere a tutti i costi. E’ una commedia più caustica di quelle precedenti”.