La mafia s’ammazza a pennellate

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Può la storia di un pittore iniziare con un omicidio? Sì.

Per Emanuele Modica è stato così. Un’ammazzatina nelle campagne palermitane negli anni ’60, uno di quei delitti che all’epoca ha avuto sì e no un trafiletto nella cronaca locale, ma che ha cambiato la vita di un uomo.

Emanuele aveva 24 anni e l’uomo ucciso da ‘ignoti’ per essersi opposto alla vendita di un terreno era suo padre. Quel ragazzo pensò ad imbracciare un fucile e a farsi giustizia da solo. Era una Sicilia diversa quella di allora e aveva un suo sistema giudiziario. La vendetta era quello che Emanuele aveva sempre visto, non conosceva altro che violenza e un insano concetto di rispetto da instillare con sangue e piombo.

Emanuele Modica
Emanuele Modica

Tutti i sospettati di allora furono prosciolti. A tutt’oggi quello è delitto irrisolto”, a raccontarlo è lo stesso Emanuele Modica. Lui è il figlio di quel contadino a cui spararono nella stalla dove faceva la guardia alle sue 4 o 5 mucche, unica ricchezza di una famiglia povera con 7 figli.

In quella stessa stalla, in cui sin da bambino aveva iniziato a scarabocchiare, Modica bruciava di rabbia, di rancore e meditava vendetta. Poi qualcosa lo ha fermato e invece che assassino è diventato un pittore. Un artista che ha portato i suoi quadri in giro per l’Italia in una tenda. Lui arrivava in città, piazzava la struttura nella piazza e mostrava le sue opere. Incontrava persone che gli raccontavano la loro vita e a cui lui narrava la sua esperienza, soprattutto attraverso ciò che aveva dipinto. Erano tele in cui raffigurava i mali della sua Sicilia di allora, ma anche di oggi: la mafia, la povertà, la violenza e l’omertà.

Non è mai stato un pittore d’accademia, ma di strada. “Non ho frequentato una scuola, eravamo una famiglia povera ma numerosa. È stata la natura ad insegnarmi a disegnare, ho imparato a dipingere tracciando con un “pizzo” di carbone i profili delle immagini che mi suggerivano le muffe create dalla condensa del respiro degli animali”.

Dal 1967 dopo la prima esposizione in una galleria Modica ha deciso però che il pubblico sparuto di quell’ambiente non era il suo. Lui voleva portare il suo racconto ai giovani e alle persone che non sarebbero mai entrare in una galleria, a coloro i quali l’arte non la studiavano sui libri. Ed è così che è nata la Tenda, quella che ha portato per cinquant’anni in giro per l’Italia con i suoi quadri e la voglia di raccontarsi, di protestare contro la mafia, di far conoscere la Sicilia e la sua rabbia per quell’omicidio compiuto da ‘nessuno’.

L’unica mia difesa e offesa è stata l’arte. Fede e pennello sono stati la mia vendetta”. Questo è il messaggio che ha cercato di trasmettere questo uomo alle persone che ha incontrato.

Emanuele Modica è stato un artista antimafia quando esserlo non significa vincere premi o ottenere targhe. Lo è stato nel momento peggiore di tutti, e forse in quello più giusto. Lo hanno minacciato, ostacolato, ma lui ha continuato a portare in giro il tendone, i quadri e ad accogliere quelli che in tanti non accettavano. Come quando a Bergamo volle sistemare la Tenda nello spiazzo antistante la stazione, mal frequentato all’epoca, pieno di tossici e senza tetto. Lui gli ha aperto le porte e gli ha dato un posto in cui stare. Ne ha raccolto pezzi di vita, si è fatto raccontare le storie e le sfortune di tanti e le ha riportate nei suoi lavori.

L’opera che riassume il suo impegno civile, artistico e sociale è Omertà. Un quadro che rappresenta figure quasi paurose, con gli occhi sbarrati, con la lupara sopra le loro teste e una vittima che si scorge sulla destra. I colori sono cupi ma c’è una luce bianca che attraversa il quadro. Un segno di speranza come le albe di Saverio Strati, sta lì quasi a dire “Domani spunterà il sole”.

Modica ha trovato un suo modo di reagire, ha usato l’arte e la cultura per fronteggiare un sistema che lo stava schiacciando. E ha tentato di condividere questa vita con quante più persone possibile.  Adesso due giovani, Salvo Taranto (sceneggiatore) e Renato Lisanti (regista), hanno riacceso i riflettori su questo artista e hanno realizzato un documentario sul Pittore della tenda. Lo riporteranno a Palermo, la città da cui è partito molto tempo fa in cerca di qualcosa. Un qualcosa che neanche lui capiva all’ora cosa fosse, forse la fama, forse una nuova visione, più probabilmente le persone che ha incontrato.

Quasi tutti coloro i quali combattono le mafie sostengono che la bellezza e l’arte possano aiutare a sconfiggere la criminalità organizzata e la brutalità che la caratterizza. Monsignor Bregantini, a lungo impegnato nella Locride e nella lotta alla ‘ndrangheta, lo ha dichiarato in numerose interviste e nelle sue omelie: “il gusto della bellezza è la migliore antimafia, più degli eserciti e delle procure”. Lo stesso ha ribadito ogni magistrato con una visione che andasse oltre le manette e il gregge.

Antimafia
Paolo Borsellino e Letizia Battaglia

Modica non è stato solo nella sua battaglia civile e artistica. Le fotografie di Letizia Battaglia, classe 1935, hanno raccontato dalle pagine dell’Ora la stessa Sicilia che Modica ha ritratto. Le immagini di morte e di vita catturate per le vie di Palermo dalla Battaglia sono state una dimostrazione di come l’arte possa aiutare a sconfiggere uno dei peggiori aspetti di questa battaglia: l’indifferenza. Il non sapevo non era più possibile davanti a quei volti impressi sulla pellicola e stampati sulle pagine dei quotidiani.

Più di recente, nel 2014, nella capitale è stato creato un murales antimafia dal writer David Vecchiato, in arte Daviù.  Vecchiato oltre ad essere uno dei più attivi urban artists italiani, è un fumettista, uno scrittore, nonché ideatore e curatore del progetto Museo di Urban Art (MURo) di Roma. L’opera è stata realizzata con la collaborazione con l’associazione DaSud nella borgata Finocchio in uno spazio del parco Collina per la Pace, nato nell’ex proprietà del cassiere della banda della Magliana, Enrico Nicoletti. Un muro lungo dieci metri è stato ricoperto di messaggi contro il brutale potere economico e sociale delle associazioni mafiose e con le frasi di persone come Peppe Vallarioti, un politico del Pci di Rosarno che fu ucciso nel 1980 anche lui assassinato da ignoti.

Ma raccontare e denunciare non basta. Ci vogliono anche istruzione e alternative perché tutto non si riduca ad uno sterile discorso intellettuale, per quanto nobile.  Modica la sua rabbia l’ha incalanata nell’arte, ma ha anche trovato qualcuno che ha creduto in lui e che lo ha condotto su una strada diversa dal sangue.

Le alternative esistono, come testimonia la storia di Antonio Presti. Lui, figlio di un vecchio imprenditore siciliano, nel 1982 ha deciso di reinvestire i capitali paterni per fondare Fiumara d’Arte nella valle dei Nebroidi, un parco di sculture che vanta opere di Tano Festa, Pietro Consagra, Italo Lanfredini, Mauro Staccioli e molti altri. Fiumara è diventato un luogo di arte e di nuove speranze, di educazione alla bellezza. E Presti ha sempre dichiarato che a spingerlo a realizzarlo è stata la convinzione che la conoscenza e la cultura debbano contribuire a cambiare le coscienze.

Antonio Presti
Antonio Presti

Le coscienze di quelli abbagliati da facili guadagni, da una visione manipolata del rispetto o che non riescono a vedere altre strade perché nessuno gliele ha mai mostrate. L’arte, come dimostrano queste storie può fornire nuovi orizzonti e non solo slogan. Negli anni sono nati concorsi per cantanti, pittori, fotografi e sono state consegnate targhe che attestano che il tal o talaltro artista è un pittore/fotografo/cantante antimafia.  “Spesso” – sostiene Modica – “però tutto finisce per essere una bolla di sapone. Lì per lì ci sono i concorsi, le giornate, però poi esplodono nel nulla. Non molti hanno la coerenza di continuare questa lotta”.

Una lotta come questa va portata avanti con costanza, per una vita e per dare qualcosa, non per prenderla.