Fra il visibile e il descrivibile, l’immaginazione di Alessandro Cannistrà

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lab2webIl suo studio milanese è una contaminazione fra spazio vitale e luogo di lavoro, ma non pensate a un ambiente malsano in cui la living room convive beatamente insieme a quadri e cricca di vernice e stracci e pennelli sparsi a terra, anche perché lui i pennelli non li usa: la “grotta” di Alessandro Cannistrà (Roma, 1975; vive e lavora a Milano) è in realtà uno spazio molto ordinato e molto pulito, potresti cuocerci un uovo direttamente sul pavimento e l’area lavoro è ben distinta dall’area “vita” (anche se, lo sanno tutti, ma proprio tutti, per un artista il lavoro e la vita sono inscindibili) in un unico open space. Mirabilia dell’ergonomia domestica. Certo, un risultato simile Alessandro Cannistrà non l’avrebbe potuto ottenere quando realizzava le sue opere bruciando il petrolio direttamente in casa, ma ora che è passato alla candela può concedersi il lusso di operare senza dover indossare la maschera antigas e senza dover ripulire le pareti dai resti della combustione almeno una volta al mese. Il piano di lavoro di Cannistrà non è esattamente il tavolo e nemmeno il pavimento, bensì una struttura in legno pendente dal soffitto alla quale assicura di volta in volta la tela su cui lavorare, dal basso, dirigendo il fuoco di una grossa candela opportunamente modificata con uno stoppino “maggiorato” direttamente sulla superficie della tela sopra la sua testa (ecco, pensate all’epoca in cui lui, per fare lo stesso mestiere, anziché con la cera doveva fare i conti con i miasmi del petrolio combusto).

Dovremmo dire che le sue opere raffigurano un soggetto, come tutte le opere della storia dell’arte non inquadrabili nell’arte aniconica (traduzione per i miei piccoli lettori: arte caratterizzata dall’assenza di figura, avete presente i quadri di un colore solo con le tele estroflesse?, ecco quella). Dovremmo, heri dicebamus, ma non lo faremo, perché in realtà le opere di Alessandro Cannistrà non raffigurano un bel niente (senza tuttavia essere iconoclaste) . Il visibile è lì, lo riconosciamo per un bosco, una roccia, un paesaggio, un elemento della Natura, difficilmente potremmo sbagliarci.  Eppure a Cannistrà non importa un fico secco di raffigurare (un bosco, una roccia et cetera), perché il suo streben (sforzo) romantico è quello di rappresentare. Un passo indietro. C’è differenza fra raffigurare e rappresentare:  un ritratto di Innocenzo X  raffigura un Papa (nella fattispecie, proprio Innocenzo X ) ma rappresenta, chessò, il potere. Claro?

Ecco che dunque il busillis, nelle opere di Cannistrà, non è tanto rappresentato (ops, scusate) da un bosco, una roccia et cetera, che pure identifichiamo sulle tele nelle loro sfumature di fumo, quanto dalla possibilità di raffigurare il visibile: in questo senso la sua arte è un’arte “trascendentale” nel senso kantiano del termine, cioè nel senso della “possibilità di” realizzare o no il visibile. E a questo punto conta poco o nulla il mezzo con cui realizzare questa possibilità, perché l’unica cosa che veramente conti non sono il pennello o il carboncino o il video o una Polaroid, bensì il gesto. Avete presente Fontana quando bucava la tela? Ecco, c’entra nulla con l’arte di Alessandro Cannistrà, ma la filosofia è la stessa: il gesto, appunto (Lucio Fontana : ”Io buco la tela e da lì entro nell’infinito”). Siamo ai livelli dell’arte concettuale nel senso più puro e semplice del termine, di là dalle categorizzazioni storico/estetiche. Cannistrà, raffigurando la Natura, riprende il sentimento dei Romantici (il Sublime, l’immensamente grande e smisurato che ci fa sentire la nostra minorità) riattualizzandolo: fra il visibile e il descrivibile da un lato e l’immaginabile dall’altro si pone uno scarto, un vuoto da riempire con il tentativo della raffigurazione.

Ma, contrariamente a quanto possiate pensare, Alessandro Cannistrà non è tutto chiacchiere e distintivo. A giorni, precisamente venerdì 12 novembre 2016, inaugurerà la sua mostra personale in un nuovo fichissimo spazio polifunzionale di Roma: Contemporary Cluster #01 feat Alessandro Cannistrà, questo il titolo della mostra presso Contemporary Cluster, è l’esatta messa in pratica di quello che nell’Ottocento inglese era il movimento di William Morris noto come Arts and Crafts, Arti e Mestieri, consacrato alla contaminazione dell’arte visuale con la sfera della produttività. Quante volte ho detto che l’arte contemporanea avrebbe molto da imparare da settori a essa tangenti come la moda, la musica et cetera? Contemporary Cluster  è dunque un progetto innovativo in cui Alessandro Cannistrà declina la propria ricerca aprendosi a svariati settori per un crossover di diverse discipline: l’artigianato (una serie di t-shirts), la musica (un disco, quattro tracce degli Altar Boy che saranno la versione auditiva dell’arte visuale di Cannistrà), la moda (la copertina del disco, realizzata da Lumen et Umbra su indicazioni dell’artista), l’editoria (un libro, Colli editore), i gioielli (un monile, realizzato da Paolo Mangano Jewelery Design ed emblema dell’universo visivo dell’artista romano/milanese) e l’automotive (il serbatoio di una moto BMW, ovviamente brandizzato Cannistrà).

Dice investiamo nella Cultura. E quale esempio migliore di Contemporary Cluster #01 feat. Alessandro Cannistrà per spiegare cosa significhi far ripartire il Paese anche nella Cultura diversificando gli investimenti?

Ma, sorpresa: nello studio di Alessandro Cannistrà non s’è parlato di questo (non era una convention), o meglio: non solo di questo. Buona lettura.

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Caro Alessandro, cos’è la Natura per te? 

“Dall’idea di noi stessi di fronte a una grande bellezza, una maestosa bellezza selvaggia, si crea un rapporto che personalmente sento molto forte. La Natura per me è questo: un rapporto fra me e tutto quello che mi si presenta come selvaggio (anche una metropoli): in termini ottocenteschi possiamo dire che la Natura sono io, sei tu, l’altro…”

Ma nelle tue opere non c’è mai traccia umana

“Mi appassionano di più il selvaggio, la palude, tutto ciò che di estremo può avere la Natura, il paesaggio. Non rappresento l’uomo perché già esisto io come essere umano: rappresentarlo, o rappresentarmi, sarebbe per me uno sforzo incredibile”

Perché usi un mezzo espressivo particolare come il fumo?

“Il fumo genera casualità: quando si imprime su una superficie, questa casualità si svela. E con un po’ di lavoro la si può rendere più o meno gradevole, anche se per me è bella a prescindere”

Cosa resta del Romanticismo (l’Estetica del Settecento et cetera)? Cosa è per noi, oggi, Sublime?

“Penso che la dominante sia la tecnologia; esiste un’arte romantico/tecnologica e alcuni lavorano su questo, fra i quali mi metto anch’io, però non la si vive veramente, proprio perché la dominante è la Tecnica. La parte trascendente, naturalistica, si è persa, anche se c’è sempre un gran desiderio di affrontare, per esempio, un viaggio: in effetti già il viaggio in sé è qualcosa di romantico, ma è contaminato da una dimensione turistica più legata alla Tecnica che non al Sublime. Il Sublime è una sfera di cui solo pochissime persone fanno veramente esperienza: una grande solitudine davanti a forze estreme.  Oggi invece abbiamo un pacchetto tutto compreso e non siamo più abituati a ricevere: sappiamo già cosa vogliamo vedere. Io preferisco perdermi, rimanere in mezzo al fango, avere paura dei lupi e stare isolato nel deserto a contemplare le cose, ma è chiaro che questa attitudine è solo mia. Si è soli nella dimensione in cui riceviamo quello che ci viene dato, non si sa da chi: si riceve, si prende, si utilizza, si consuma, non c’è meditazione nel consumo immediato. Ecco perche dico che si sta perdendo questa dimensione, diciamo, “romantica”. Il mio intento è quello di elaborare un pensiero che possa non tanto riportare alla luce questa parte romantica del Sublime, ma collaborare con ciò che so e conosco della scienza e della tecnologia, nella maniera più semplice possibile, per un pubblico ormai devastato dalla non riflessione,  dal non vivere, dalla paura nei confronti del tempo, della malattia”

Ma tu, che vuoi perderti nel deserto, come ti sei trovato con l’organizzazione di questa mostra complessa?

“Guarda, ti porto l’esempio di un grande viaggiatore, che per fare il suo grande viaggio di cinque anni ha dovuto combattere contro una montagna di situazioni burocratiche. Poi lo ha fatto, il grande viaggio, portando con sé questa conoscenza che ha trasmesso a noi. Ora, io non sono certo al suo livello, ma fondamentalmente la situazione è la stessa: mi “perdo”, ma al ritorno cerco di proiettare quello che ho visto e che ho vissuto e il modo per farlo è un buon incontro con persone estremamente valide e ricettive, come gli organizzatori del progetto Cluster. Quindi, “perdersi nel deserto” va  bene, ma io non vivo in una campana di vetro! Queste sono le cose che mi pace fare e che affronto a viso aperto”

Come scegli i tuoi soggetti?

“Camminando tanto: da quando esco di casa (e non vedo l’ora di uscire) tutti gli input sono buoni per poter mettere a punto un soggetto. Domina ciò che è più spontaneo, autentico e selvaggio. Mi predispongo molto volentieri a questo,è un buon dialogo”

Chi merita una tua opera?

“E’ una bella parola….. meritare….penso che ogni giorno io debba essere umiliato. Potrei scherzare e dirti che nessuno, o tutti, meritino una mia opera, ma forse mentirei…..Direi che merita una mia opera la mia testa, il mio continuo pensare”

Perche vivi qui?

“E’una domanda filosofica o cosa?”

Libera scelta

“Libera scelta” potrebbe essere una buona risposta. In senso ampio va bene ogni luogo, perché c’è sempre questa intenzione ad assaporare tutto quanto e sentire l’evolversi necessario delle cose. Questo fa parte del voler vivere e dell’esigenza del vivere”

Quindi non c’è una ragione specifica, “logistica” diciamo, per cui stai a Milangeles anziché a Roma

“Un punto d’appoggio in Italia va benissimo, ma per vivere va bene ogni dove. Milano è più gestibile: è più piccolina, il caos è ridotto rispetto a Roma e quindi per me va bene così. Se uno cerca il silenzio può andare al Parco Nord: ho fatto una mappatura dei miei spostamenti lì (e anche al Parco di Monza) e non c’è stato un luogo in cui mi sono spostato in cerca di silenzio in cui il silenzio non ci fosse”

Che cosa ci dobbiamo aspettare dalla tua mostra romana?

“Spero tanto che da tutti questi sforzi si crei una disponibilità al dialogo con se stessi: mi metterò in discussione attraverso questa molteplicità di linguaggi, confrontandomi con un pubblico di addetti ai lavori (artisti, galleristi) che saranno a loro volta messi in discussione”

Ma tu pensi che il pubblico capisca le tue opere? E’importante che le gente le capisca?

“Se capiscono o no, non m’interessa e non dovrebbe interessare neanche a loro”

Segui il mercato dell’arte?

“Lo seguo quanto seguo il quotidiano, quindi poco”