Non esistono Figli di un Dio minore: sul palco due mondi si fondono

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Nel 1986 “Figli di un Dio minore” è stato un film pluripremiato, alla base c’era l’omonima opera teatrale di Mark Medoff. Il regista Marco Mattolini si è battuto per anni per portarla in scena mettendo tutta questa passione e, oseremmo dire, “vocazione” nel risultato finale apprezzabilissimo sul palco. «La difficoltà – racconta ad OFF – stava nel trovare attori non udenti e un attore protagonista che imparasse la lingua dei segni. Giorgio Lupano l’ha studiata per quattordici mesi” per dar corpo al logopedista, che rende in scena in maniera impeccabile con una partecipazione encomiabile, senza mai appesantire il personaggio che incarna con messaggi o sovrastrutture. A interpretare Sarah, la studentessa non udente che ha una relazione con lui, è stata chiamata Rita Mazza, che “vive tra Parigi e Berlino perché da noi non ci sono compagnie teatrali per sordi, se non gruppi amatoriali. Ci siamo sforzati di rendere lo spettacolo fruibile per tutti con una serie di escamotage visivi (come ombre cinesi e proiezioni)”, ben inseriti nell’economia della messa in scena e dello sviluppo drammaturgico. Tutti gli attori di Figli di un Dio minore, dai protagonisti a coloro che li affiancano (Cristina Fondi, Francesco Magali, Gianluca Teneggi, Deborah Donadio) riescono a creare un mix tra la gestualità della lingua dei segni e quella teatrale con quella semplicità disarmante che arriva dritto al cuore dello spettatore.

Un passo fondamentale è stato il seminario di sette mesi tra attori udenti, poco e non, teatranti ed esperti di comunicazione. “In alcuni momenti dello spettacolo abbiamo fatto sì che gli attori, anche quegli udenti, segnassero e parlassero contemporaneamente, quindi gli udenti sentono e i sordi vedono. In altre scene capita che non ci sia una totale accessibilità per gli udenti”, ci aveva raccontato il regista prima di vedere lo spettacolo al Teatro Franco Parenti di Milano. Quest’ultima scelta vuole dare ancor più corpo all’idea – realistica – di quanto questi due mondi molto spesso siano incomunicabili. Escludendo, qualche volta, ora lo spettatore udente ora il non udente si viene a creare ancor più immedesimazione con quello che questo testo vuole mettere a tema. La scena è semplice, con gli attori che diventano all’occorrenza servi di scena per far accadere e/o immaginare il cambio di location. I 135′ (con intervallo) scorrono velocemente, merito della bravura degli interpreti così come dei cambi di registro previsti. In particolare i confronti tra Sarah e James non possono non lasciare il segno, ce n’è uno che nella seconda parte ha una forza tale da far venire la pelle d’oca e diventa cruciale perché le identità e i sentimenti si incontrano e scontrano portando a delle conseguenze.

Con partecipazione, il regista ci aveva confessato come “per molti sordi recitare (professionalmente) in teatro abbia significato uscire dal ghetto in cui può “relegare” la lingua dei segni“. Lasciando, quindi, da parte l’etichetta di “teatro sociale”, questo lavoro ci ricorda come “tutto il teatro è civile, se lo si fa vivendolo come una comunità che si riunisce e racconta dando atto così all’integrazione.

Figli di un Dio minore è in scena al Teatro Franco Parenti di Milano fino al 6 novembre e poi prosegue la tournée