Tra segni e sporcature nasce la sensualità

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kaliakra-emila-sirakovaNel corso di questi ultimi cinque anni l’abbiamo vista in diverse mostre, sia personali che collettive, in Italia e fuori dai confini patri, in gallerie private, spazi pubblici e fiere d’arte, presentando ad ogni occasione una novità estetica e compositiva che segnava una crescita esponenziale come il toro di Wall Street. Stiamo parlando di Emila Sirakova, nata a Sofia in Bulgaria nel 1984 ma residente a Milano da ventidue anni, artista che fa del segno e della macchia le essenze della propria cifra espressiva.

Da una produzione limpida e netta fino agli ultimi esiti lavorativi caratterizzati da “sporcature” e colore (esempi: The blue room, Anche tu sei l’amore II) e applicazioni in carta stampata (pagine di libri e altro vetusto materiale cartaceo come registri, vecchi spartiti, cambiali degli anni Venti, telegrammi coevi, carte nautiche, registri delle tasse degli anni Trenta ….), il tema dominante è il corpo, l’anatomia, il nudo femminile nella fattispecie. Accademia di Brera e fashion design, Emila Sirakova trasfigura sovente le suggestioni legate alla letteratura e alla musica in elementi intrinsecamente solidali alle singole opere, il che avviene spesso a partire dai titoli, che ci fanno pensare a opere letterarie e romanzi (esempio: Mille mari nello stomaco, Il logaritmo delle intenzioni) o a elementi cifrari misteriosi (Alla ricerca delle altre due proiezioni). Può capitare di perdercisi, in questo universo fatto di immagini e segni e simboli, come il cetaceo che nell’opera Volevi essere quella con il mare dentro si immerge nelle profondità marine, giusto nel mezzo di un seno desnudo.

Ne parliamo con lei, nella sua casa/studio in zona Navigli.

Cara Emila, nella tua produzione i riferimenti letterari (e musicali) non mancano: qual è la tua formazione?

“Direi che la mia sia la formazione di chi ama il mondo, i libri, i viaggi, la musica e la curiosità. Ovviamente ho avuto una famiglia che ha contribuito tantissimo sin da quando ero piccola a tutto quello che riguarda la cultura e l’interesse verso il mondo esterno. D’altra parte con nonna e madre giornaliste entrambe, non poteva essere diversamente. Poi ho sempre disegnato nella mia vita, a cinque anni avevo imparato anche a leggere e scrivere da sola disegnando le lettere. Mentre negli anni bui del comunismo in Bulgaria, c’era un periodo in cui avevamo tutti il regime della luce, due ore di elettricità e due senza. Io avevo all’incirca tre-quattro anni, e mia madre ogni sera mi leggeva un libro con la mitologia greca, a lume di candela. A cinque anni sapevo già tutti i miti a memoria ed ero già perdutamente innamorata dell’universo greco antico, quindi poi è stato un passaggio naturale, quello di iscriversi al liceo classico e approfondire gli studi umanistici. Una volta concluso il liceo, mi sono iscritta all’Accademia di Belle Arti di Brera, dove mi sono laureata in pittura, e successivamente al Biennio Specialistico di Fashion Design al Politecnico di Milano”

Due parole sulla tua tecnica (se non è un segreto confessionale)

“No, non c’è nulla di segreto! Negli anni scorsi hoea77bd1ff07c34830007ad6a000dc9d9 lavorato col disegno soprattutto utilizzando un doppio strato di carta. Una parte del lavoro si sviluppava sullo strato inferiore, magari lo sfondo, i capelli del soggetto, oggetti vari, rami, radici, mentre la parte più importante, il soggetto stesso, lo rappresentavo sullo strato superiore. I due strati erano sovrapposti ma non incollati tra di loro davanti, per cui quando al variare dell’umidità e della temperatura la carta “respirava”, lo strato superiore si tirava ai lati o rilassava, creando sempre effetti leggermente diversi. All’inizio usavo una carta giapponese molto particolare, che trattavo con olio extravergine, una volta finito il disegno, per esaltare la trasparenza, poi ho sperimentato con varie carte sintetiche, che hanno un’ottima trasparenza e resa, oltre ad essere molto resistenti, sono quelle che utilizzo tutt’ora. Negli ultimi due anni, oltre ai disegni su strati plurimi di carta, ho iniziato a sperimentare con carte antiche. Passo molto tempo in giro per mercatini e negozietti, a cercare documenti degli anni ’20 e ’30, cambiali, telegrammi, cartine nautiche, libri e lettere, che poi utilizzo come sfondo, attaccandoli su un telaio di legno, e su cui poi disegno. A volte addirittura ci sono dei miei collezionisti che mi portano delle carte antiche trovate chissà dove per i prossimi lavori… Ad ogni modo è divertente il gioco di parole che può venire fuori, dall’abbinamenti di determinati significati o parole, che possono emergere dai fogli antichi, con il soggetto stesso del disegno o con i vari tatuaggi che ricoprono alcuni dei corpi, disegni sui disegni, in un rimando che mi piace pensare simile a quello escheriano. Infine, sempre negli ultimi anni, ho iniziato ad abbinare al disegno, che è la mia tecnica preferita in assoluto, dei colori – acrilici, più spesso anche smalti, e bitume. Mi piace molto l’effetto del disegno, diventato colorato a sua volta, spesso così preciso e dal sapore antico, inserito in uno sfondo di pennellate più sporche, urgenti, che a tratti finiscono addirittura per coprirlo e cancellarlo. Penso proprio che sia la direzione principale del mio lavoro, il colore che interviene e strappa il segno alla sua precisione e definizione, oltre all’aver recuperato un piacere quasi infantile e immediato nella sperimentazione cromatica”

Un’opera del passato (teatrale, musicale, letteraria) che ti piacerebbe commentare con dei disegni: quale, se vi è?

Probabilmente mi piacerebbe tantissimo creare un volume illustrato di favole bulgare. Ci stavo pensando proprio ultimamente. Sono racconti potenti, ancestrali, pagani, che ovviamente e purtroppo sono quasi sconosciuti nel mondo contemporaneo aldilà dei confini della Bulgaria. Però in essi ricorrono spiriti simili a quelli presenti in ogni cultura umana, e che sovente aiutano ad esorcizzare varie paure, e sicuramente sono contraddistinte da una ricchezza folcloristica enorme. Tutto sommato amo molto rappresentare ciò che sta sepolto nel subconscio collettivo e ci guida, senza però apparire in superficie. Non per ultimo, mi piacerebbe poter illustrare un giorno uno dei miei libri preferiti, I dialoghi con Leucò, di Cesare Pavese, che ritengo uno scrigno preziosissimo di poesia e di metafore sulla vita, struggente e cruda. Adoro le illustrazioni fatte da Aubrey Beardsley alla Salomè di Wilde ad esempio, e qualcosa di simile, ovviamente sviluppato secondo la mia estetica, potrebbe essere davvero divertente e impegnativo!”

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E’ importante che il pubblico capisca le tue opere o preferisci i “finali aperti”?

E’ importante che il pubblico si faccia delle domande se guarda un mio quadro. Da un lato ho una propensione naturale per il lavoro caratterizzato da un elevato valore estetico, cosa che mi rendo conto non sia facilmente assimilabile nell’arte contemporanea oggi, o quantomeno rischia di porre etichette riduttive e limitanti. Forse dei lavori più diretti e meno rifiniti potrebbero avere un seguito maggiore, d’altra parte questo sarebbe solo il primo livello interpretativo di ciò che faccio. Per me ogni disegno ha un racconto, una storia, una sua forza e una sua fragilità. Mi piace molto quando crea dubbi e domande; in quel caso si, c’è la mia intenzione e la storia che racconto, ma dall’altra parte ci potrebbe essere qualsiasi altra interpretazione o sensazione da parte di chi lo guarda, ed è una delle reazioni che mi interessano di più. E’ come se fosse un contenitore in cui ciascuno inserisce ciò che vuole. Alcune opere d’arte mondiale, come la Pietà di Michelangelo, la Gioconda di Leonardo o addirittura progetti contemporanei come ad esempio i lavori di Louise Bourgeois, che adoro, o The Visitors di Ragnar Kjartansson colpiscono un pubblico molto ampio proprio perché riescono a toccare elementi differenti nell’animo di ciascuno. Diciamo che sicuramente piacciono a ciascuno per motivi suoi personali, oltre a quelli storico-culturali e al tipo di svolta che possono aver segnato nella visione collettiva dell’arte e del modo di comunicare di ciascun artista. D’altra parte anche le maggiori opere letterarie, musicali o poetiche hanno la stessa potenza e capacità di smuovere il sentire comune, creando dibattiti, sensazioni anche contrastanti e curiosità”

emiliasirakova_artodyssey4Meglio la donna angelicata o la femme fatale (in riferimento alla tua produzione)?

Tu Emanuele, con quale delle due preferiresti avere a che fare? Nessuna in particolar modo immagino, perché non si può essere solo una cosa o l’altra. Soprattutto nel 2016, quando abbiamo passato secoli a dividere le donne in angeli o prostitute, come se non ci fosse una maggiore complessità nel carattere femminile (e a questo punto diciamolo, anche in quello maschile). Per cui rappresento una donna che rappresenta oltre al genere femminile stesso, anche la parte femminile di ciascuno, che probabilmente non è nemmeno così legata ad un genere specifico. In alcuni casi rappresento i corpi femminili con una maggiore sensualità, a volte sono quasi erotiche, soprattutto nei lavori in cui ho inserito le maschere tradizionali bulgare dei kukeri, primordiali e bestiali, perché per me rappresentano le paure nei confronti di sesso, sessualità e libertà individuale che ancora oggi sussistono a un livello molto profondo e guidano la società umana. D’altra parte, se disegnassi delle figure maschili in contesti simili, si potrebbe pensare che siano figure forti, gloriose, eroiche. In fin dei conti sarebbe solo una questione di pregiudizio, che ancora permane in forma sotterranea, a volte nemmeno troppo, nella società. Per cui donna sia, e donna non dal punto di vista femminile, “delicato”, ma umano e basta, in quante facente parte della molteplicità di caratteristiche comuni di tutti.

Le mostre “al femminile” non si son mai negate a nessuno, ma se in un mondo diverso da quello delle quote rosa obbligatorie ti proponessero una mostra “al maschile”, cosa pensi che potresti realizzare?

Quello che realizzo già. Non ho mai partecipato a mostre sulla femminilità e spesso tale definizione mi infastidisce. D’altra parte, se io fossi un maschio, che disegna e dipinge esattamente ciò che faccio ora nessuno mai mi chiederebbe qualcosa riguardo mostre “al maschile” e “al femminile”, ma penserebbe che probabilmente ho molto successo con le donne e le modelle…Di certo non penso di avere una mano “femminile” nel disegno e nemmeno vorrei averla…

Che disegno/pittura farà Emila Sirakova fra 32 anni?

Se lo sapessi già mi priverei di tutto il divertimento! A dire il vero non ho idea dice tipo di quadri farò tra un anno o due, figuriamoci così tanto. Ma di sicuro ciò che faccio è una delle cose più meravigliose che potrei fare, quindi non mi pongo il problema. Dipingo/disegno e basta.