La dolce porcellana per distruggere il sistema di massa

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francesco-de-molfetta-de-capital-porcellana-bisquit-resina-tecnica-mistaDal Pensatoio di Rodin al DE-capital, dal DISCOPOlo a Vase Bond, passando per Le fasi della Dita e L’apPUNTAmento. No, non è il promemoria per districarsi in un mondo nuovo e scanzonato, ma il parzialissimo compendio di quello che, fino al 12 novembre 2016,  potrete vedere nell’imperdibile mostra milanese di Demo, al secolo Francesco De Molfetta, dal titolo POPcellana: trenta opere in porcellana di gran pregio, oro vero e colorazioni organiche, per la massima parte inedite e realizzate in sinergia con una storica azienda di porcellane di Capodimonte secondo una tecnica di lavorazione invariata dal Settecento.

Presentata da 29 ARTS IN PROGRESS, la  galleria fondata da Eugenio Calini e Luca Casulli che ha appena aperto la sede di Milano dopo anni di lavoro a Londra, POPcellana di dissacrante ha tutto, come nella migliore tradizione pop: critica della civiltà dei consumi e aberrazione delle abitudini di massa, secondo una cifra stilistica, quella fatta propria da De Molfetta, che abbiamo imparato a riconoscere negli anni e che in questa occasione vediamo riconfermata nel suo aspetto insieme ironico e tragico. Un funambolo della parola come Stefano Bartezzaghi l’apprezzerebbe assai, con questi titoli caratterizzati da un costante slittamento semantico che ci fa sorridere e pensare (amaro) sulla nostra reale condizione umana di consumatori malati. Quello di De Molfetta è molto più di uno sberleffo, è un pugno in faccia con guanto di velluto: lui trasfigura sia il segno che il simbolo, sia il brand universale (McDonald’s, Redbull, American Express) che l’inconscio collettivo (il sesso, il denaro, il potere), decostruendo l’iconografia familiare fermandosi a un tiro di schioppo dall’iconoclastia, il tutto per mezzo dell’ironia, l’arma degli intelletti più acuti. Risultato: accostamenti inediti fra universi di discorso normalmente alternativi.

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Ecco che allora Il Pensatore di Rodin, la celebre scultura bronzea che rappresenta un filosofo seduto sulla cima di una roccia a simbolizzare la Filosofia, nella mostra di De Molfetta diventa il Pensatoio, dove il soggetto pensoso è colto in quello stato che una volta veniva detto “ritirata” e che l’iconografia tradizionale ci riconsegna come il luogo in cui la gente si ritira a leggere il giornale (e più in generale il luogo appartato in cui ci si ritira a meditare): il water-closet su cui siede il pensatore di De Molfetta è lo reductio ad adsurdum dei think tank della cultura politica, quelle fondazioni e associazioni dette appunto pensatoi in cui si discetta intorno ai massimi sistemi politici e che il compagno Mao avrebbe inquadrato nei princìpi guida della pedagogia della merda. E mentre l’opera intitolata DE-capital raffigura una coppia decapitata da una carta American Express che fa sgorgare dal collo dei due innamorati non sangue ma oro, accompagnandosi nel titolo alla reminiscenza del celeberrimo Das Kapital di tale Karl Marx, nel DISCOPOlo di De Molfetta  il celebre Discobolo di Mirone, da atleta nell’atto di lanciare il disco, si trasforma in casalingo nell’atto di ramazzare la stanza con una scopa. E se a Saint Tropez trovate ormeggiati gli yacht alti sette piani, a POPcellana vedete il grande vaso di Pandora di James Bond (Vase Bond), con le Walter PPK in oro (vero) a fare da impugnature della pregiatissima anfora, ricettacolo di tutti i mali della società improntata al produci/consuma/crepa. In mostra non mancano certo le opere più forti in cui il sesso, magari “non” consumato davanti a un bel video su YouPorn, la fa da padrona e la più bella tra tutte, a giudizio di chi scrive, è HANDJOB (due mani che si baloccano con una modella supersexy ma soprattutto molto perturbante, nel più pieno senso freudiano del termine).

Ricercatezza formale, virtuosismo tecnico e raffinatezza operativa: queste le caratteristiche della produzione d’arte De Molfetta d.o.c., che fa di POPcellana  (anche) un esempio al quale ogni volenteroso che dicesse “Mamma, voglio fare l’artista!” dovrebbe ispirarsi: lavoro, lavoro e ancora lavoro.