Da Bari storie di famiglie, criminalità ed Europa

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tumblr_inline_mozsnjbeot1qz4rgpIl perdono non esiste nel mondo di Rocco ù Uastat. Non si può permettere debolezze o ripensamenti, lui il boss della camorra barese. Lo ha imparato negli anni, mentre costruiva il suo impero criminale per le strade di Bari. Non c’era amicizia che contasse più del potere, neanche quelle di vecchia data con Nicola Mignolino, Vitino il Centralinista e Nanuccio il Sorriso. Solo i figli gli avevano fatto scoprire un lato tenero, avrebbe difeso la loro vita a costo della sua. Soprattutto quella di Esther, la sua bambina. Adesso che è bloccato in un letto d’ospedale non  riesce a fare a meno di ripensare a come tutto è iniziato per le strade di Bari Vecchia. Ruggero Cristallo nel La mia stessa legge (ed. Rubbettino) ha raccontato due decadi di criminalità barese trasformandole in una saga familiare. E lo ha fatto narrandola dalla prospettiva del cattivo, del capostipite di un impero, dalla sua ascesa al suo declino.

E a fare da quadro a questa storia i vicoli di Bari vecchia, il luogo dove tutto ha avuto inizio per poi oltrepassare i confini della città, della provincia, della regione e dello Stato.

Bari vecchia come i Quartieri spagnoli, culla e madre della criminalità…

“La città vecchia ha ‘prodotto’ fior di criminali negli anni scorsi. E continua a farlo. Ma, da oltre 10 anni, grazie al rinnovo urbanistico, Bari vecchia è punto di riferimento della movida barese e del mondo culturale. Le organizzazioni criminali, ormai, fanno affari altrove. Il paragone con i quartieri di Napoli appartiene dunque a una visione del passato, a un cliché che sarà difficile cancellare”.

E del resto della città che ne dice?

“Bari è complessa, piena di sfaccettature”.

Ad esempio?

“Guarda al futuro e al passato nello stesso tempo. Punta ad essere una città europea: ha appena inaugurato un ponte che è un capolavoro di ingegneria; sta per rinnovare il suo rapporto con il mare attraverso opere che rinnoveranno quasi 20 km di lungomare; vuole essere un contenitore culturale per il mondo del cinema, dello spettacolo, dell’arte. Ma è anche vittima dei suoi vecchi vizi. Di quelle abitudini che l’hanno condotta ad essere terreno fertile per micro e macro criminalità, per il mondo dell’usura e per quello dei colletti bianchi infedeli e corrotti”.

Il conflitto tra queste due anime può essere risolto?

“Uscire da questo compromesso sarà la sfida dei prossimi anni. Sarà impossibile da vincere se non ci si concentrerà anche sulle periferie, abbandonate, lontane dal cuore della città, e lasciate morire di povertà e degrado”.

Com’è cambiata Bari rispetto a vent’anni fa?

“È una città che ha fatto tanti progressi. Sarebbe necessario che lo spirito levantino, anima del commercio_35 e della crescita economica della città, perdesse il suo volto deteriore: quello che porta a ritenere che tutto sommato le regole possano essere ignorate o modificate a proprio piacimento pur di prevalere furbescamente sull’altro”.

La periferia nel noir ha rappresentato il cuore delinquenziale delle città. È così anche nella realtà?

“Sì, lo è. Bari non si discosta da altre realtà. Penso a Roma, penso a Palermo, dove le assurde scelte urbanistiche di 60 anni fa hanno prodotto ghetti che sono diventati nel tempo sacche fertili per lo sviluppo della delinquenza. Dove c’è degrado, dove c’è povertà, dove c’è disperazione, dove c’è lontananza, c’è sempre la criminalità”. 

Com’è la periferia di Bari?

“Da Nord a Sud, dal San Paolo da un lato, ai confini di Japigia dall’altro, è il simbolo della indifferenza della classe sociale che governa la città, che ama le inaugurazioni di facciata e dimentica la realtà. Una realtà che è fatta piuttosto di trasporti pubblici che non funzionano, di servizi inesistenti, di assistenza sociale latitante e di disperazione dilagante”.

Quale luogo riassume tutto ciò?

“Si chiamava Catino. Oggi ha preso il nome di San Pio. Ma la sostanza è quella di un quartiere dove i miracoli non sono mai accaduti”.