Milano: in passerella la sfida tra eccessi e sobrietà

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Mentre le stelle dei social e le celebrities sono in volo alla volta di Parigi per assistere all’ultima delle fashion week in calendario a settembre, a Milano si riflette su quanto i designer vorrebbero vedere sfilare, questa volta tra le vie delle città glamour, la prossima estate. Svariate le fonti di ispirazione che hanno calcato le passerelle della settimana della moda milanese, dai paesi lontani ai favolosi (e pare intramontabili) seventies, il tutto tinto di tonalità accesissime.  Volendo però tracciare una veloce sintesi di quanto visto in passerella, la Spring Summer 2017 sembra indissolubilmente legata a due contrapposti filoni di pensiero. C’è quello che raccoglie i più rigidi (o forse consci dell’esigenza di vendere) proseliti di un concetto di eleganza sempre più morigerato, e quello che, parlando di moda, alle fantasie più estreme sembra non saper rinunciare. Arbitro insindacabile di questo match che vede schierati estrosi contro pacati, sarà un domani il mercato, che inesorabilmente sentenzierà il vincitore tra questi due ideali antagonisti giusto all’alba della prossima stagione calda.
A guidare la squadra della sobrietà si colloca Armani. Il sovrano dell’eleganza tricolore, per descrivere la sua ultima fatica, ha coniato persino un neologismo: qui si parla di “Charmani”, ossia della fusione tra lo charme che rimanda ad un’eleganza senza tempo e la magia della matita di Giorgio Armani. La sintesi si traduce non nel più classico cavallo di battaglia del Re della moda –l’abbinamento giacca e pantaloni maschili- ma in una successione di uscite che, seppur studiate per rompere gli schemi e rinfrescare i look, rimangono fedeli all’identità del marchio. Via libera quindi a morbidi bermuda che si fermano sopra il ginocchio, giacche che finiscono in frange che leggere ondeggiano ad ogni passo, abitini a corolla e ampi pantaloni che strizzano l’occhio a terre lontane il tutto rigorosamente in un’unica tonalità di blu, smorzata da stampe e accesa da bagliori metallici.

Armani però non è l’unico a puntare su una raffinatezza garbata. Al suo fianco, in un’immaginaria lotta alla conquista dello stile indiscusso, si schierano nomi importanti, che puntano a soddisfare le esigenze e i gusti delle donne. Impossibile, in questi termini, non pensare a Tomas Maier, la mente creativa che da ben 15 anni guida Bottega Veneta. Il designer per celebrare il mezzo secolo della maison, ha portato in passerella capi adatti e adattabili a tutte le sue ammiratrici, che siano giovanissime come la regina dei social Gigi Hadid, quarantenni come la sempre in voga Eva Herzigova o splendide nella loro età matura come la settantenne Lauren Hutton, che proprio al braccio della bionda Hadid ha chiuso la sfilata della griffe. Queste 3 generazioni in rosa, la prossima estate vivranno strette nei loro trench. Un capo iconico per definizione l’impermeabile, che sotto il segno della creatività di Maier, ha sfoggiato una versatilità assolutamente moderna, al punto da sostituirsi, quasi, all’abito delle signore.

La normalità insomma, sembra essere diventata un trend. La nuova tendenza si sposa perfettamente con l’ultima fatica di Miuccia Prada. Il marchio della signora della moda, rompendo con il passato, si riscopre semplice, e propone un’eleganza sotto certi versi “sbagliata”. Prada rinuncia insomma agli orpelli, e si concede una collezione che è un manifesto di sobrietà, se non fosse per un unico vezzo: le piume. I piumaggi si ripetono quasi in ogni outfit e bordano pigiami orientali, trench e top, stemperando il rigore forzato del nuovo bon ton firmato Prada.

Vestiremo quindi in modo più semplice la prossima estate? Non è detto. Dall’altra parte della barricata, in difesa di outfit originali e coraggiosi, si schiera un esercito ben guarnito di nomi blasonati del sistema moda. Comandante di questo battaglione dell’eccesso non può che essere il Jeremy Scott di Moschino, che ancora una volta dedica una collezione alle bambole. Non si parla però di Barbie, qui. Le sue sono paper doll, figurine di carta che una volta si ritagliavano dai giornalini per bambine, e con cui si giocava alla moda cambiandone gli abiti piegando semplicemente le linguette. Quello di Scott però non è solo un passatempo da ragazzine. Piuttosto, è un sofisticato quanto eccentrico studio sul trompe l’oeil con cui riproduce accessori, fiocchi, drappeggi quasi fossero reali, il tutto coronato da un omaggio alla scandalosa Valle delle Bambole di Jacqueline Susann, sublimato da manciate di pillole, sparse qua e là, sui capi della capsule già in vendita a poche ore dalla sfilata.

La fantasia, sfrenata o leziosa, quindi illuminerà come un raggio di sole la prossima estate. Quella di Vivetta ad esempio sarà fiabesca, degna di un mondo incantato popolato da elfi e fate incastonati in paesaggi orientaleggianti, ma c’è chi, come quel timido e schivo Alessandro Michele che ha traghettato in pochi mesi Gucci in una nuova dimensione a tratti onirica, con delle ideali lanterne magiche, ha illuminato il percorso di una collezione tanto estrosa quanto furba. Tra accenni vittoriani, pellicce fluo, pennellate rock e citazioni stilisticamente dotte (una per tutte, l’ossequiosa riverenza all’iconico abito d’oro plissettato della Mariuccia Mandelli di Krizia) ha servito al pubblico uno strabordante menu di abiti e accessori adatti a tutti i gusti, sospeso in una dimensione parallela dove tutto, persino i dettagli retrò presi dalle epoche più disparate, può asservire l’ingordo gioco della moda. Un salto indietro nel tempo lo fa pure Fendi, che ripropone in salsa fashion il gioco di equilibri tra storia e modernità che Sofia Coppola ha messo in atto nel suo zuccheroso film dedicato a Maria Antonietta. Sotto l’abile guida di Karl Lagerfeld e Silvia Venturini Fendi, la regina qui sovverte le regole dell’abbigliamento dell’epoca e prende il volto dell’altra Hadid, Bella, e delle sue filiformi colleghe, che ne interpretano il mito indossando romantici grembiuli su top sportivi e gonne damascate, giacchine mini dalle maniche ampie e motivi rigati che dominano la maggior parte delle uscite.
Il viaggio temporale, come per magia, trasporta l’osservatore a caccia di tendenze in panorami altri, luoghi di fantasia ideati ad hoc per contenere l’impulso dell’estro creativo. È il caso del Tropico che, nell’immaginazione di Dolce & Gabbana (che da anni sfila in autonomia rispetto all’articolato calendario di Milano Moda Donna) , fa capolino idealmente tra la Campania e la Sicilia, e diventa la scenografia fantastica dell’ennesimo trionfo dell’italianità firmato dal brand. Simboli della tavola tricolore, dal pane alla pasta, e poi gelati, agrumi, cascate di fiori, insegne di trattorie e pescherie, anticipati dal ritmo sfrenato della taranta, sfilano tra le palme tempestati di ricami, perline e strati di rouches. Poi ci sono le suonatrici della banda, che al posto della borsa usano il tamburo e una miriade di simboli religiosi, dagli ex voto alle croci, passando per le immaginette ad infarcire il le fila delle militanti dell’eccesso patinato, la quadratura del cerchio che traccia deciso l’identità del marchio.

 

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