Piazzese: “La mia Palermo è un blues triste che vuole cambiare musica”

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2395-3Finì la sua Camel, salì i quattro piani di scale che lo speravano dal suo divano e dal giradischi. La Marca si versò un Laphroaig e si abbandonò al Misterioso di  Thelonious Monk. Il suo amico, il commissario Vittorio Spotorno gli aveva teso un’imboscata con quella uscita a quattro. In fondo lui credeva di fargli un favore, Spotorno credeva nel matrimonio, in una vita inquadrata. Era uno sbirro dopotutto.

La Marca invece aveva una sua visione delle cose. Scapolo, sulla cinquantina, professore di biologia all’Università di Palermo, aveva una passione per le belle donne, le buone letture, il sarcasmo e gli Lp di maestri blues e jazz. E per Michelle, anche se non lo avrebbe mai ammesso ad alta voce.

Lui e Spotorno era grandi amici, condividevano alcuni principi, ma non la visione della vita. Anche Palermo, la loro città, sembrava diversa se a mostrartela era l’uno o l’altro. I luoghi, i palazzi, le facce per strada erano gli stessi, si potrebbe obiettare. Sì e no. C’è qualcosa di profondamente diverso nello sguardo dei due amici e nelle risposte che leggono intorno a loro.

La Palermo vista da Spotorno, un uomo delle istituzioni che combatte il crimine e la mafia, viene scandagliata da un occhio diverso. La Marca ha più legami con la borghesia cittadina e non riconosce un mafioso al primo sguardo. Il commissario invece sì. E le loro sono solo due delle mille facce di questa città”. Santo Piazzese è il creatore di questa coppia di investigatori complementari e disomogenei. Nella sua Trilogia (I delitti di via Medina-Sidonia, La doppia vita di M. Laurent, Il soffio della valanga) attraversa la città siciliana in ogni suo angolo e ne concede una vista abbastanza ampia. Anche se secondo lui nessun autore può arrivare a cogliere tutti i sottintesi di Palermo, perché la sua è una città a prova di sintesi.

A Palermo coabitano diverse Palermo. Se lei gira per il centro storico, su Corso Vittorio Emanuele trova ancora le rovine dei palazzi bombardati durante la Seconda guerra mondiale, poi girato l’angolo magari le capita di imbattersi in uno splendido palazzo del ‘700 perfettamente restaurato. Questo è solo uno dei simboli di questa coabitazione di diverse Palermo che le dicevo”.

Qual è la sua Palermo?

“È un blues. La città ha una sua tristezza intrinseca, non è facilmente portata all’ottimismo e alla visione positiva di sé”.

Forse dipende anche dal racconto che se ne fa quotidianamente?

“È una città di cui si parla anche troppo. Spesso, guardando il passato, sotto un’angolatura particolare e speciale che è quella degli accadimenti mafiosi. Vent’anni fa in un villaggio nel sud della Tunisia, proprio al limitare del deserto, mi imbattei in un cammelliere. Anzi mi scontrai con un cammelliere all’uscita di un caffè. Ci scusammo e scambiammo due chiacchiere. Lui mi chiese di dove fossi. Io risposi: “Palermo, Sicilia, Italia”. E lui: “Ah Palermo. Totò Schillaci, Totò Riina”. Pensai: “Santo cielo anche qui Palermo è conosciuta per i suoi centravanti”.

Il sarcasmo è una caratteristica come al suo personaggio.

“In Tunisia vent’anni fa conoscevano Palermo attraverso i racconti dei canali della tv italiana, anche lì in quel paese al limitare del deserto sui tetti di lamiera spiccavano le antenne puntate verso la Penisola.  Palermo è una città di cui si è parlato molto, sempre. Nei miei libri io ho deciso di fare lo sforzo di ignorare il fenomeno mafioso, almeno nei primi due. O meglio, ho parlato di mafia in modo tangenziale, perché questo fenomeno è così immanente sulla vita cittadina da rendere superfluo il parlarne in termini espliciti. O almeno questo è ciò che credevo. Nelle mie intenzioni questa scelta avrebbe dovuto essere ancora più inquietante del fare un romanzo di mafia. Nel terzo libro invece, avendo come protagonista Spotorno, il commissario di polizia, la mafia entra a pieno titolo. Lui scopre l’essere mafioso di uno dei personaggi principali e si confronta con una serie di segni della mentalità mafiosa”.

Nei suoi romanzi la chiama la città del peccato di fare. Cos’è?

“È forse il peccato fondamentale della realtà palermitana, e siciliana più in generale. È un peccato che non viene perdonato dagli altri siciliani e, talvolta, neanche dai non siciliani. Molti onesti, seri e capaci imprenditori siciliani sono vissuti spesso con fastidio e ostilità, con un senso di pericolo da chi non è siciliano. Il peccato di fare è questo atteggiamento derisorio nei confronti di qualcuno che si innalza al di sopra della media di quello che è il livello imprenditoriale, intellettuale, politico, della vita civile quotidiana.  Quando c’ è qualcuno che tira un po’ la testa su ed emerge da quello che è il piattume generale, allora c’è il cecchino pronto ad impallinarlo, in modo metaforico e a volte non solo”.

È così ancora oggi?

“Meno che in passato. Adesso diversi imprenditori a Palermo non accettano di pagare il pizzo, ad esempio. Proprio l’altro ieri i ragazzi di Ke palle hanno subito un avvertimento. Questi producono e vendono arancine su ordinazione. I clienti vanno da loro e dettano gli ingredienti con cui riempire le palle di riso. Hanno avuto un successo enorme, tanto che hanno aperto altri due punti vendita. Proprio nei giorni scorsi due di questi negozi su tre hanno trovato i lucchetti incollati con l’attack. Il segnale d’avvertimento da parte del racket della zona per annunciare la visita del loro “addetto alle pubbliche relazioni”. I ragazzi di Ke palle hanno denunciato l’episodio”. 

29922830_da-palermo-al-berceau-del-circolino-marted-piazzese-letture-amene-0C’è aria di cambiamento?

“È cambiato qualcosa nella reazione all’intimidazione. Questo tentativo di opposizione, anche se limitato, è dovuto anche al fatto che la mafia ha subito dei duri colpi da parte dello Stato. Uno dei motivi per cui sono aumentati gli scippi, per esempio, è stato conseguenza del fatto che i mafiosi hanno bisogno di soldi per sostenere le famiglie degli affiliati in carcere”.

Nei suoi romanzi La Marca e Spotorno attraversano tutta la città. E mostrano sia la borghesia criminale che la delinquenza comune. Ma qual è il cuore nero di Palermo?

“Sono disseminati un po’ ovunque, non solo in periferia. Alcune delle famiglie mafiose più importanti sono quelle di Porta Nuova, un quartiere in una zona di confine tra centro e periferia. Per la mafia in Sicilia continua ad essere importante il controllo totale del territorio.  E poi ci sono le periferia tradizionali. Ancora oggi Brancaccio resta uno delle zone in cui è più presente il fenomeno mafioso. Ma anche in quei posti ci sono molte persone che nonostante le intimidazioni quotidiane continuano a lavorare”.

Le periferie di Palermo sono state descritte in passato come dei luoghi senza legge e bellezza. Come sono ai giorni nostri?

“Queste periferie esistono ancora. Dallo Zen allo Sperone, sono dei luoghi incompleti privi di manutenzione, con l’intonaco cascante, non c’è verde, non c’è un cinema, ci sono solo sale giochi. Per cui in questo tipo di luoghi è più facile che attecchisca una certa manovalanza mafiosa e di piccola delinquenza. Sono quartieri che sono stati abbandonati dalle amministrazioni. Solo negli ultimi anni qualcosa è sembrato muoversi. Si parla di recupero delle periferie. Il vero intervento, secondo Renzo Piano, è un rammendo di questi luoghi. Non deve essere però solo un discorso urbanistico, ma il primo passo per un recupero anche etico”.

Qual è il rapporto dei palermitani con i quartieri come lo Zen

“Adesso si chiama San Filippo Neri. Il cambiamento del nome è una delle azioni messe in campo per cercare di cambiarne l’identità. Una volta ho incontrato i ragazzi del carcere Malaspina di Palermo, ad un certo punto ho chiesto a uno dei ragazzi da dove venisse e lui non voleva dirmelo. Alla fine mi ha detto di venire dallo Zen e che si vergognava profondamente di quel luogo. È stato un progetto complesso, nato in modo anomalo. Erano casermoni senza luce, acqua e fognature in cui i palermitani dei quartieri del centro storico sono stati invogliati ad occupare abusivamente. Negli anni 50 infatti si voleva svuotare il centro storico per poter costruire le nuove case della borghesia palermitana. La stessa cosa venne fatta a Borgo Nuovo”.

E oggi com’è la sua Palermo?1911-3

“È una città in divenire. Anche se non saprei che direzione stia prendendo. Però le posso raccontare una storia. Io sono nato in una borgata marinara storica di Palermo, Romagnolo. Fino agli anni ‘60 questi quartieri erano delle piccole perle, composti da piccole case in stile liberty. All’epoca il Golfo di Palermo era pescosissimo. Dal terrazzo di casa di mio nonno avrei potuto vedere gli aculei dei ricci di mare. Poi tutta la zona del Golfo caratterizzata da una splendida scogliera di arenaria è stata coperta dalla terra di risulta degli scavi effettuati nella zona Nord Ovest della città, dove stavano costruendo i nuovi quartieri della borghesia palermitana. E così dov’erano gli agrumeti, i mandarineti e limoneti (la famosa Conca d’Oro) sono apparse le fondamenta dei palazzi. La terra in eccesso è stata scaricata sulla scogliera. Nel giro di 5 o 6 anni si sono accumulati terra e detriti. Da un giorno all’altro il mare non è più stato balneabile, si è trasformato in un’oscenità di colori. Tutto questo è durato per quarant’anni. Da due o tre mesi l’acqua del Golfo è di nuovo balneabile”.