“A Reggio la verità si nasconde. Tutto si fonde, è una città complessa”

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images-17Don Limitri, come lo chiama il suo ex studente Fortunato Amato – anche se sa che così il vecchio si incazza -, non riesce a darsi pace. Il nipote Rosario, poco più ventenne, è stato ucciso e lui vuole sapere chi è stato e perché. Ha già dovuto piangere il figlio quindicenne, ma stavolta è determinato Demetrio Malara: vuole la verità.

Solo che la verità a Reggio Calabria si nasconde e ti confonde. Non sai mai se una cosa sia come apparare o se sia ciò che vogliono che tu creda. E non c’è una netta distinzione tra i buoni e i cattivi. È tutto più complicato. Perciò Malara affida questa delicata indagine a Fortunato, Nato per gli amici, lui forse potrebbe farcela a sbrogliare la matassa. Non che sia un detective, ma è un reggino e della città della Fata Morgana conosce tutto e tutti. È introdotto nei salotti “illuminati” e sa come muoversi in quel vespaio sullo Stretto.

Reggio, la sua città, Nato la sa scandagliare. Non si fa incantare dal chilometro più bello d’Italia, il lungomare da cui ti sembra quasi di poter toccare la Sicilia e l’Etna. I lidi della movida reggina li frequenta e sa che sono una polveriera, risse una sera sì e l’altra pure. E poi dai vicoli si risale verso Corso Garibaldi, l’arteria di Reggio Calabria, un vialone in cui tutto si mischia: famiglie a passaggio la domenica mattina, il giudice che prende il caffè, il boss qualche passo più in là, l’insospettabile fiancheggiatore che sta sfogliando il giornale commenta il degrado della città a una decina di metri di distanza.

In un misto di fiction e realtà Nato e Malara attraversano Reggio e i suoi delitti recenti, i misteri insoluti come l’omicidio di Oriana (l’assonanza con la vicenda della Fallara non è per nulla velata, anzi) e sono guidati in questo viaggio da Gianfrancesco Turano. Turano come il suo personaggio Nato è un reggino di Reggio. Conosce la sua città nonostante il lavoro da giornalista lo abbia allontanato da una terra ricca di bergamotto e disperazione, ma con un mare, un sole e dei colori da fare invidia a molti.

I reggini sono come li descrivono i quotidiani?

“I reggini sono gente brillante che, purtroppo, mostra inclinazioni alla devianza sociale. Lo stereotipo grottesco probabilmente è quello descritto da Antonio Albanese o Rocco Barbaro”.

Quanto c’è di vero?

“Una buona fetta, ma la realtà è più complessa. A Reggio c’è tutto e il contrario di tutto ed è un contesto complesso, nonostante non sia una città grandissima e non ricca. Reggio e i reggini sono complicati”.

Anche nel crimine c’è questa complessità? Qual è il luogo che rappresenta meglio il malaffare di Reggio?

“Anni fa c’è stato qualcuno che ha detto che fosse Palazzo di Giustizia. Forse non aveva tutti i torti. Dipende dai periodi. C’è stato un tempo in cui era vero che fosse Palazzo di Giustizia; c’è stato il momento in cui era vero per il Comune… In questo momento ci sarebbero quasi gli estremi per dire che il palazzo simbolo del malaffare sia qualche palazzo romano, più che qualche palazzo di Reggio”.

In Contrada Armacà (ed. Chiarelettere) attraversi la città e passi dai salotti buoni alle contrade di Reggio, il crimine è trasversale nel tuo romanzo. Lo è anche nella città?

Contrada Armacà” è un titolo geografico. Indica appunto una zona al limite tra la zona “bene” della città (quella dei lidi e dei club) e la zona di Archi, dove si sono insediate alcune delle più potenti organizzazioni criminali della città. In questa zona di transito la periferia è diventata centro e il centro periferia”.

Ma il confine non è così netto…contrada-armaca

“A Reggio è tipica questa convivenza quasi fisica tra bene e male. È illusorio pensare che il crimine sia limitato ai quartieri periferici. In quei quartieri ci potrà essere sicuramente più controllo del territorio da parte delle organizzazioni. C’è da dire anche nelle periferie vive molta gente onesta. È tutto molto complesso”.

Com’è la periferia di Reggio?

“Intanto la città ha avuto una strana vicenda urbanistica: si è confrontata con un’enorme migrazione e un altrettanto importante immigrazione. Negli anni ‘60/’70 ha conosciuto una migrazione verso il Nord e nello stesso periodo c’è anche una forma di immigrazione interna molto forte, soprattutto dalle zone della montagna, della jonica e della Piana di Gioia Tauro. Quindi c’è stato un ricambio forte e secondo alcuni è stato anche il momento che in qualche misura ha favorito l’arrivo delle strutture della ‘ndrangheta a Reggio. La ‘ndrangheta entra in città con i moti e poi prende sempre più piede. La vicenda da quel punto in avanti diventa un po’ particolare. Reggio sostanzialmente è strutturata come una città con un centro storico e delle periferie, ma in realtà queste periferie sono riuscite e riescono abbastanza facilmente ad entrare nel centro storico (soprattutto dai quartieri del Nord della città)”.

Qual è la prima cosa che ti viene in mente pensando alla periferia di Reggio?

“Torno indietro agli anni ’70. Penso a San Giovannello, zona nord, dove la gente viveva nei container. Mi viene in mente il Cep di Archi (complesso popolare, ndr) e Gebbione dalla parte opposta in zona sud. Penso a tutti i quartieri che si sono sviluppati negli anni ’80: urbanisticamente disastrosi e disastrati. In questi luoghi è stato più facile che si creasse quel tessuto favorevole alle organizzazioni criminali che hanno potuto impiantare la loro rete in quartieri in cui si combatteva per avere l’acqua e la luce in casa”.

Com’è cambiata la periferia da allora?

“Non mi pare che sia cambiata molto. Sono cambiati i modelli delle auto, ma al di là di questo non ho visto stravolgimenti. Ci sono più case. Reggio è una città famosa per le sue incompiute architettoniche. Basta arrivare in aeroporto, attraversare i quartieri Sud e andare verso il centro città per scontrarsi con i tipici palazzi non finiti reggini con i pilastri e i tondini a vista. Questa mi sembra purtroppo una costante. Ed è così sia in periferia che in pieno centro. Ci sono palazzi in totale abbandono come l’ex cinema sulla via Marina. Sono uno scandalo. Il Roof Garden è in uno stato di disfacimento costante, se ne sta lì all’inizio del lungomare, è visibilissimo. Non ci si può neanche passare vicino quando piove, perché rischi che ti arrivi addosso una specie di torrente di sabbia e acqua. Quindi no, non vedo mutamenti”.