Maria Amelia Monti: “Che fatica agli esordi quando avevo la erre moscia”

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intervista_fotoSarai in scena al Teatro Manzoni di Milano dal 24 novembre all’11 dicembre 2016 con Nudi e crudi di Alan Bennett. Cosa ti ha colpito di questo testo tradotto e adattato da Edoardo Erba (drammaturgo, nonché suo marito, nda)?

“Bennett osserva come la coppia reagisce di fronte alla casa completamente svaligiata. Sicuramente mi ha colpita il personaggio della signora Ransome che, parte in un modo, ma pian piano si libera di tutti gli orpelli sempre mantenendo la coerenza e la serietà della signora inglese che rispetta il marito (interpretato da Paolo Calabresi, nda). Lei riesce a fare un percorso stando in armonia coi cambiamenti, cosa che è molto difficile, di solito quando le cose mutano ci si spaventa, invece lei la considera un’opportunità e da una condizione di vuoto, rinasce”.

Giocando un po’ con le parole, se dovessi dire qualcosa a qualcuno in maniera “nuda e cruda” cosa ti verrebbe in mente istintivamente?

“Siamo in un momento in cui bisognerebbe essere un po’ più semplici e diretti in tutte le cose. Ci identifichiamo con tantissime cose, ci facciamo delle guerre perdendo di vista poi quello che siamo e cioè “piccoli” (lo dice teneramente, nda). Siamo degli esseri umani che arrivano e se ne vanno”.

In Nudi e crudi si parla del rapporto di coppia, cos’è per te?

“Io sto con mio marito da più di vent’anni, ci siamo spostati dopo quindici anni. Io credo che alla base del rapporto di coppia stia il non dare mai per scontato niente, considerando sempre una magia che tutti i giorni si riforma. Sicuramente bisogna avere molti progetti in comune, perché poi, alla lunga, quando ci possono essere degli alti e bassi, se ci sono degli obiettivi condivisi, si rimane legati e questo ti dà la forza anche di star meglio e superare l’eventuale momento di stanchezza”.

C’è un episodio OFF che hai voglia di raccontarci?

“Ai miei esordi avevo la “r” per cui quando ho cominciato a frequentare l’Accademia dei Filodrammatici, diretta da Ernesto Calindri, mi cambiavano le battute, ad esempio se dovevo dire «arriva l’arrosto», veniva mutato in «venite, c’è la cena». Io di questo soffrivo tantissimo e Calindri mi ha aiutato molto ad accettarmi. Nel primo saggio, Dieci piccoli indiani, io non avevo una parte con battute, ero colei che portava nell’albergo i dieci protagonisti. Calindri mi disse quest’indicazione: «tu fai quella che guida la barca, ridi, magari mentre mangi un panino», allora io mi esercitavo a far finta di masticare. Il giorno del saggio decisi di mangiare veramente, ma poiché il panino era troppo grosso ho preferito prendere una sorta di brioche. A un tratto, però, si è creato una specie di tappo in gola. Provando quasi la sensazione di soffocamento, ho messo il dito in bocca per liberarmi. Ecco quella situazione ha provocato la prima risata e il primo applauso involontari della mia carriera”.

Nello spettacolo de La lavatrice del cuore parlavi anche della tua esperienza, avendo adottato. Dallo sguardo di chi ha vissuta e vive l’adozione, cosa pensi dell’ipotesi di allargarla a tutti, comprese le coppie omosessuali?

“Vedendo personalmente le situazioni che ci sono negli orfanotrofi e negli istituti credo sia una pazzia già far aspettare quattro/cinque anni una famiglia “regolare” e non facilitare le adozioni nazionali. Detto questo, sono favorevole alle adozioni da parte delle coppie gay e dei single”.