La rivoluzione è un pranzo di gala (con gli artisti)

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Christine Macel

Venezia e Biennale, ovvero il centro del centro dell’art system mondiale. Alla rituale conferenza stampa per la presentazione dell’edizione 2017 che inizierà a maggio, Christine Macel, direttore designata, è emozionata e non lo nasconde: rinuncia al francese, cosa non da poco per una parigina doc, capo curatore del Centre Pompidou, glissa sull’italiano che pure parla bene, e si adegua all’inglese, la lingua franca del contemporaneo.

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Ma il titolo scelto resiste ai barbarismi e viene presentato senza traduzione: Viva arte viva. Un titolo apparentemente semplice, e geniale nella sua essenza di palindromo, lontano da quelle tentazioni roboanti o intellettualoidi che spesso hanno colto i predecessori. D’altronde Christine Macel è stata scelta per la sua carismatica e algida ritrosia dal mondo dei supercurator e delle consorterie, lo ammette lo stesso presidente Paolo Baratta quando dice che dopo Enwezor e la sua age of anxiety bisognava fare un giro di boa, mica «l’ansia del presente può diventare un manierismo», né la Biennale può essere ridotta alla passerella ideologica o di vanità del curator di turno. Giusto. Più spazio dunque agli artisti e meno a critici, considerando che la Macel nel progetto proposto scrive che «l’arte di oggi di fronte ai conflitti e ai sussulti del mondo testimonia la parte più preziosa dell’umano in un momento in cui l’umanesimo è in serio pericolo. È il luogo per eccellenza della riflessione, dell’espressione individuale e della libertà è un sì alla vita». C’è dunque un richiamo nel titolo e nel concept, immaginiamo consapevole, a quell’«elan vital», lo slancio vitale, l’evoluzione creatrice di bergsoniana memoria che tanto ha influenzato l’arte moderna: l’artista è una sorta di «illuminato» a cui l’esuberanza creatrice permette di superare l’utilitarismo della tecnica e del mercato, e rende possibile intuire la vera natura della cose.

E non è un caso che il secondo richiamo forte della Macel riguardi l’otium, inteso alla latina e non nel modo peggiorativo dell’inglese leisure o entertainment; piuttosto come il luogo e il tempo della libertà, dell’utopia, della dimensione spirituale, quel tempo di inattività e di disponibilità, e di lavoro dentro di sé in cui nasce l’opera d’arte. Quello dell’otium è un tema caro alla filosofia, recentemente ne ha scritto in Francia Marc Fumaroli dimostrando come tutta l’arte rinascimentale sia frutto di questo stato di sospensione, in passato e in modo definitivo ne scrisse Bertrand Russel. Ma nel richiamare la centralità della «dimensione spirituale» (già di per sé una dichiarazione controcorrente della Macel, in un momento in cui l’arte è frutto più del mercato che dello spirito), nel richiamare l’inoperosità laboriosa del meditante, la fremente attesa prima del colpo, quell’istante di grazia in cui l’artista è immotus nec iners, immobile ma non inerme, crediamo che abbia peso anche la passione della curatrice per le arti marziali e per la concezione filosofica che ne deriva.

Christine Macel
Christine Macel

Una Biennale che dunque potrebbe essere veramente di svolta, in un mondo del contemporaneo sempre più prono a mode e vizi e tic, una mostra che riporti al centro l’arte che non vuole provocare bensì costruire, l’arte non del nichilismo ma della vita, appunto «viva». Più in generale, uno dei progetti a corredo delle «stanze» secondo cui si svilupperà la Biennale, quasi fossero strofe di una poesia che propone allo spettatore l’esperienza di un viaggio dall’interiorità all’infinito, è denominato Tavola Aperta: ogni settimana durante i sei mesi della mostra, verranno messi a disposizione due padiglioni centrali ai Giardini e all’Arsenale dove un artista pranzerà con il pubblico creando così un’occasione di dialogo, una cenacolo, in cui poter spiegare la dimensione del proprio lavoro. A coté, il progetto Pratiche d’Artista, un insieme di video realizzati dagli stessi artisti, prodotti per far scoprire il loro universo e il loro modo di lavorare, piccole clip che saranno pubblicate, una al giorno, sul sito della Biennale, nei mesi precedenti l’apertura. Infine, il progetto La mia Biblioteca ispirato al saggio di Walter Benjamin del 1931, Aprendo le casse della mia biblioteca. Discorso sul collezionismo, che consentirà agli artisti di riunire in una lista i loro libri preferiti, mettendo a disposizione di visitatori questa sorta di playlist.

Ora mancano solo gli artisti che verranno svelati all’inizio dell’anno. Tra scoperte e riscoperte, artisti giovani e dimenticati, la Macel preannuncia che saranno esplorate specifiche aree culturali come l’America Latina, il Medio Oriente, l’Asia e ovviamente l’Europa, con un focus sulla Russia e i confini orientali.