Gastel, ovvero la connessione tra arte e poesia

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ritratto-giovanni-gastel“Credo che tra la fotografia e la poesia ci siano delle cose in comune”. Questa dichiarazione campeggia su una delle pareti che ospitano la grande mostra antologica di Giovanni Gastel a cura di Germano Celant negli spazi del Palazzo della Ragione di Milano, celebrazione di quarant’anni di carriera nel climax della fashion week di Milano e che illustra il carattere proteiforme di una produzione visuale da sempre  sospesa a mezz’aria fra moda e sperimentazione (leggi: arte).

Iniziò negli anni Settanta coi matrimoni e finì per scattare per Missoni, Krizia, Trussardi, Versace (in mezzo gli still life per Chirstie’s), collaborando a riviste cult come Vogue Italia, Donna e Elle insieme a pezzi da novanta come Helmut Newton, Richard Avedon, Annie Leibovitz, Oliviero Toscani, Ferdinando Scianna.  

Ma Giovanni Gastel è anche poeta (a soli sedici anni la sua prima pubblicazione), autore di suo pugno e non per interposto giornalista di una recente autobiografia, attitudine creativa che con ogni probabilità è la concausa di una produzione visiva non limitata alla “classica” fotografia informativa ma che mette in evidenza anche il “quid” che la proietta nell’universo dell’arte: pur non atteggiandosi a superstar del contemporaneo, le mostre e le monografie a lui dedicate in Italia e all’estero non si contano. Figlio di Ida Visconti di Modrone, nipote di Carlo Erba e Luchino Visconti, Giovanni Gastel “cresce nel bello” (ipse dixit) ma anche in una specie di dimensione extra mondana, la qual cosa non solo ne accresce la sensibilità, ma evangelicamente lo porta nel mondo senza esserne dipendente: un mix di benzina creativa perfetto, pronto a esplodere.

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E infatti. Annabella, 1982: da qui i primi still life e a seguire Vogue Italia, Mondo Uomo e Donna, insieme ad Amica e Femme Vogue e le succitate pubblicazioni, tutti esemplari esposti nel percorso espositivo insieme ai cataloghi (segnalo, inclinazione personale, il bellissimo libro di pregio di Valentino) e naturalmente alle serie di fotografie che nella curatela di Celant prendono la forma di una vera e propria narrazione suddivisa in capitoli.

Fra le meraviglie esposte a Palazzo della Ragione (fino al 13 novembre, quindi niente scuse), meritano particolare menzione, a giudizio di chi scrive, le serie Ritratti di Living per Elle Decor, reminiscenza pittorica che ci fa pensare alle solitudini di Hopper e che ritroviamo nella “pittoricità” degli Angeli caduti e delle Maschere e spettri (ricordiamo di averle viste anche in una precedente mostra, già curata dallo stesso Celant) e che farebbero impazzire il nostro miglior talento nel campo del disegno, Corrado Roi (andatevi a vedere le sue tavole), nonché le immancabili Ferrari e Coca (cola), dove l’occhio di Giovanni Gastel vira decisamente nella direzione di un’espressività Pop, mentre altrove indugia su suggestioni mitiche e letterarie (la foto per Vanity Fair di una novella Circe) e reminiscenze simboliste (la serie realizzata per Chopard), nel nome delle recondite armonie che legano la fotografia non solo alla poesia, ma anche a una forte idea di “pittoricità”.