Antonio Manzini: “vi presento la Valle d’Aosta…criminale”

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manzini_214204Quando lo informarono che sarebbe stato spedito ad Aosta aveva dovuto cercarla sulla cartina. L’unica certezza era che si trovasse in qualche punto tra Torino e la Francia. Aosta per un romano di Trastevere è un non luogo.

Il vicequestore della polizia di Stato Rocco Schiavone sa di essere in esilio. È lì per scontare i suoi crimini. Il cattivo della sua storia è lui. Antonio Manzini nei suoi racconti (editi da Sellerio) ha creato la vera belva della letteratura contemporanea italiana e le sue malefatte si aggirano per gli scaffali delle librerie. Schiavone sotto la divisa nasconde un uomo pericoloso, un criminale cresciuto nei quartieri popolari di Roma con i peggiori.

C’era stato solo un momento in cui aveva promesso di rinunciare al suo vero modo di essere, poi la vita si era messa in mezzo. E Schiavone era stato catapultato di nuovo nella sua miserabile esistenza con una violenza e una brutalità che lo aveva incattivito ancora di più.

Adesso deve anche convivere con il freddo pungente, con le cime innevate e con i suoi ricordi. Aosta è diventata la sua quotidianità, gli abitanti delle Valli i suoi vicini, la loro lingua uno degli ostacoli da sormontare. Si trova in uno di quei luoghi convinti di essere il centro dell’universo e che le colonne d’Ercole siano il Pont Saint Martin. Oltre il confine con il Piemonte c’è la fine del loro mondo.

Solo le rotture sono sempre le stesse da Aosta a Roma. E nella nuova stazione di polizia hanno imparato alla svelta il decalogo di Rocco Schiavone.

Perché ha scelto Aosta come luogo in cui far espiare i propri peccati al suo personaggio?

“Per un romano di estrazione popolare, nato a Trastevere, Aosta non esiste. È un luogo climaticamente opposto a Roma. Un posto per il quale Rocco Schiavone non è attrezzato né fisicamente, né culturalmente. Volevo dare chiaramente la sensazione e l’idea dello sbalestramento, della solitudine del personaggio. Non può più confidare e fare affidamento sui suoi amici o su quello che conosce”.

Nonostante questo Schiavone sembra tutt’altro che spaesato…

“La Valle d’Aosta ha una curiosa somiglianza con il personaggio. Nel senso che è una zona molto chiusa. È una strada che passa in mezzo alle Alpi. Le vette valdostane sono fatte di roccia nera, non come quelle dolomitiche che sono rosa. È una roccia molto appuntita e tagliente. È respingente, incombente. In questa zona ci sono le vette più alte di Italia e d’Europa. Sono montagne con cui non si può scherzare. Sono insidiose e piene di crepacci e strapiombi. Sono delle montagne che uccidono se non si è più che attrezzati ad affrontarle. Al contempo in Valle d’Aosta girando un angolo si aprono dei panorami straordinari, penso al Gran paradiso, al Monte Bianco, alla Val d’Ayas. Però è un luogo che non ti regala nulla devi guadagnarti tutto. E in questo somiglia a Rocco Schiavone. Anche lui ad un primo sguardo è brutale, scostante e antipatico, poi se scavi meglio, se entri dentro di lui è capace di slanci di generosità pazzeschi”.

Qual è il lato oscuro di Aosta?

“Sta in questo dover scavare per capire le cose. Non c’è chiarezza. Il simbolo di questa oscurità sta nel criptoportico. Sotto terra si apre questo immenso foro romano. È in questo dover sempre cercare dietro le cose. E se uno scava dietro le facciate di quelle meravigliose case con i fiorellini e i cortili, in realtà puoi scoprire la parte oscura. Non te l’aspetti, ma sta lì nascosta molto bene. E quando la scovi è più impressionante di quella che puoi trovare nelle periferie romane. A Tor Tre Teste o alla Magliana te lo aspetti, mentre lì tra quelle montagne ti spiazza”.

Però è strano pensare ad una Valle d’Aosta criminale

In realtà lo è e vi accadono molti crimini. La Valle d’Aosta ha un’infiltrazione mafiosa spaventosa e da 10 anni a questa parte il fenomeno è cresciuto senza interruzioni. È stato il palcoscenico di omicidi passionali. Ed è una terra di confine. Data la vicinanza con la Svizzera, ad esempio, fino a qualche anno fa c’era un via vai dei cosiddetti spalloni ed era il crocevia di traffici illeciti lungo il passo del Grand-Saint-Bernard”.

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Ci sono altri luoghi che rappresentano questa oscurità valdostana?

“Penso a questa struttura a Saint Jacques, credo sia un vecchio manicomio. Ci si arriva per una strada tortuosa, svolti un paio di curve e te lo trovi davanti. Ti si apre davanti questo scenario alla Psyco di Alfred Hitchcock. È lì, c’è. Non si fa vedere, ma c’è”.

Le indagini di Schiavone sembrano essere il pretesto per raccontare altro.

“Sì, ogni scrittore credo scelga un luogo per raccontare le persone che lo animano. A me il crimine interessa poco. In realtà, la cosa più interessante da descrivere sono le differenze sociali. Della Valle d’Aosta mi piace raccontare gli ultimi della classe”.

Chi sono?

“Sono gli immigrati e le fasce più povere della popolazione. Sono i derelitti. Finché questa resterà una regione a statuto speciale gli impatti della crisi saranno contenuti. Ma se qualcosa dovesse cambiare la situazione sarebbe diversa. La maggior parte degli aostani vive e lavora con lo Stato, non c’è un grande tessuto imprenditoriale – a parte qualche singola eccezione”.

È un concentrato dei peggiori vizi italiani?

“Ad Aosta era stato costruito anche un aeroporto per i charter provenienti da Norvegia, Svezia e Danimarca. Da quei paesi arrivavano un sacco di turisti. La pista però non è stata quasi mai usata, forse una volta quando Renzi è andato sul Monte Bianco è atterrato lì. I charter invece sono stati tutti cancellati ed è rimasta questa cattedrale nel deserto”.

È l’Italia di provincia?

“La trovo più vera. Prima facendo l’attore facevo le tourne in giro per la provincia italiana e osservavo questa realtà molto curiosa. È un mondo fatta a cipolla, ha più strati e per conoscerlo devi scavare molto di più. Soprattutto se sei un forestiero”.

5002-3Gli aostani sono chiusi come le loro montagne?

“Sono persone riservate. A loro modo sono generosi, ma per arrivare a quel punto ci vuole tempo e pazienza. Devi dimostrarti affidabile, devi creare un contatto. A prescindere non c’è niente. La Valle è un luogo a se e i suoi abitanti vivono di abitudini. Non sono né francesi né italiani. Sono valdostani. Chiusi nelle loro montagne. Hanno la loro autonomia. Anche linguistica”.

E la periferia di Aosta esiste? In cosa è diversa da quella romana?

“Aosta una periferia non ce l’ha. Ha dei quartieri meno abbienti di altri, ma a vederli sembrano i quartieri bene di Roma. La loro periferia in confronto a Tor Bella Monaca o a Tor Tre Teste fa ridere. Però sono un po’ più disagiati, sia economicamente che mentalmente. Comunque stiamo parlando di 50 mila persone, forse neanche un quartiere romano conta una popolazione così piccolo. Anzi fai conto che la Valle d’Aosta ha lo stesso numero di abitanti di Monteverde. Se uno va ad Aosta è perché ha trovato lavoro. Non ci va per cercarlo, non si arrivava casualmente là. Adesso le cose stanno iniziando a cambiare. Inizia anche lì ad intravedersi un’immigrazione diversa e qualche disagio lo sta portando”.

Qual è il luogo che meglio rappresenta la “periferia” di Aosta, che segna il confine delle contraddizioni della città?

“Via delle Gallie. In quel punto la città cambia completamente. Finisce la città antica medievale e cominciano i palazzoni fascisti. È un cazzotto in un occhio. Ci sono anche altre contraddizioni strane. Aosta è la città con il maggior numero di rovine romane dopo Rom. Però le vestigia romane in Valle d’Aosta sono state costruite con marmi neri. Una cosa che per noi romani è stranissima”.