Ivana Lotito: “Gomorra è un film educativo!”

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ivana-lotito-1Il grande pubblico l’ha conosciuta nella seconda stagione di “Gomorra – La serie”. Stiamo parlando di Ivana Lotito. Con un tono di voce dolce, pacato e al contempo entusiasta e determinato, si è raccontata in una piacevole chiacchierata a due nella magica e suggestiva cornice di Borgo Egnazia per la 14esima edizione del Salento Finibus Terrae.

Partiamo dai tuoi esordi, tra l’altro teatrali. Ti va di raccontarli ai lettori di OFF?

“Certamente, ho cominciato col teatro, non ho fatto le scuole ufficiali come accademie e simili. Son andata via dalla Puglia subito dopo il liceo, ho frequentato l’università laureandomi in “Lettere e Filosofia” e parallelamente andavo a scuole private di teatro a Roma. Seguivo stage e seminari e ho avuto la fortuna di fare il primo spettacolo teatrale ufficiale da protagonista in un teatro off romano, la Sala Uno. Abbiamo portato in scena con Alberto Di Stasio la storia d’amore tra Dostoevskij e la sua stenografa, la regia era di Claudio Boccaccini e il testo di Giuseppe Manfridi”.

Manfridi è un bravissimo drammaturgo italiano…

“Sì, io ho realizzato anche una tesi di laurea su di lui, il quale ha anche collaborato al progetto di tesi. Ho analizzato un filone particolare: la meta-scrittura, come lui mettesse in scena uomini di penna, gli scrittori, da Giacomo Leopardi a Dino Campana o appunto a Dostoevskij. È stato interessantissimo perché in un certo senso si è rappresentato lui stesso diventando così un viaggio introspettivo per lui”.

Sarà stata un’emozione ancora più forte portare in scena un suo testo

“Senz’altro avevo un legame di stima e conoscevo la sua drammaturgia in toto per cui credo che questo sitetta promessa sia avvertito lavorando a questa pièce. Tra l’altro son venuti a vedere questo spettacolo Ida Di Benedetto, grande produttrice e attrice, e Carlo Lizzani. Stavano preparando proprio l’ultimo film di Lizzani, “Hotel Meina”, sulla prima strage di ebrei avvenuta in Italia. Ho colpito in particolar modo Ida, la quale ha insistito tanto per farmi fare i provini e poi vincere questo ruolo principale.
Ho iniziato entrando dalla porta principale, per di più con questo lungometraggio siamo andati alla Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia per cui io ho visto il luna park. Chiaramente non è stato tutto in discesa dovendo proseguire gli studi e mantenermi, i miei genitori mi aiutavano, ma non avevo un lavoro costante. Tra alti e bassi riconosco di esser stata abbastanza fortunata, anche perché da “Hotel Meina” son cominciate le prime fiction e in seguito altri film. Non c’è mai stato lo scarto che porta a fare ruoli centrali da un tot momento in poi, ma penso sia dovuto anche a una ragione fisiologica, dovevo crescere ancora, in più sono una persona anche molto riservata”.

Si vede e si percepisce…

“A me piace che non si parli di un attore e che un artista lo si veda nel momento in cui interpreta dei personaggi. Poi innegabilmente non può funzionare solo così e devi prender parte a questo mondo”.

Tornando al tuo percorso hai lavorato con un altro grande regista teatrale, Giancarlo Sepe, che tipo di esperienza è stata?

image_gallery“Lui non mi conosceva, però qualcuno mi aveva segnalata dopo avermi vista nel film di Lizzani. Sepe ha voluto incontrarmi per provinarmi. Per fortuna nella mia vita ho avuto l’opportunità di sostenere dei provini e vincerli. Nell’ “Otello” ho avuto la parte di Desdemona e lavorare per mesi avendo accanto anche Andrea Giordana è stato significato, tra l’altro per Sepe era un momento clou perché finalmente, dopo tanto teatro off, di cantina sociale, riusciva ad entrare nel circuito ufficiale portando la sua arte anche al grande pubblico.
Successivamente c’è stato Checco Zalone (“Cado dalle nubi”, nda) e diverse fiction”.

Pensando ai maestri, cosa ricordi di Carlo Lizzani?

“Di lui ricordo il silenzio con cui padroneggiava il set, non volava una mosca. La sua voce flebile si sentiva perché nessuno osava parlare, eravamo tutti consapevoli di essere accanto a un monumento. Lui era di un’umiltà stratosferica, aveva bisogno di dire molto poco, con quella calma a cui adesso non siamo più abituati, presi dalla frenesia. Lizzani era estremamente delicato, aveva un sacro rispetto di questo lavoro e degli attori e, infatti, il set era una specie di tempio”.

Mi colpisce la sottolineatura che hai fatto riguardante i provini e l’esperienza che hai avuto di produttori e registi che vengono a teatro scovando dei talenti. Ultimamente sembra più difficile che avvenga, tu che idea ti sei fatta?

“È così ed è anche sempre più raro prendere anche volti sconosciuti. Forse negli ultimissimi tempi, anche dopo il successo di serie come “Gomorra” si sta rischiando un po’ di più, prendendo non solo i famosi, ma anche professionisti che poi diventano noti semplicemente per via del talento”.

Accade anche che, quando alcuni artisti vengono “trasformati” in idoli per via di un determinato personaggio, il pubblico si dimentica da dove provenga. Tu accennavi ai tuoi esordi teatrali e lo stesso Marco D’Amore è partito da lì…a te infastidisce come dinamica?

“Io penso che se si continua a fare quel percorso non si viene etichettati solo come nuovi idoli, magari la maggior parte delle persone certo ti hanno conosciuto per quel ruolo che ti ha conferito particolare notorietà. Marco (D’Amore, nda) è un artista che continua a lavorare artigianalmente, a settembre sarà in scena all’Eliseo (“American Buffalo” di David Mamet, dal 28 settembre al 23 ottobre, nda) anche conivana-lotito-2 una sua regia, non fa solo lo scritturato ed è quello che cerco di fare anch’io. Lavoro in una compagnia autonoma. Con una mia amica storica, Claudia Lerro, con cui ci conosciamo da piccole e che ha creato un’associazione culturale, Teatrificio 22, facciamo da un paio d’anni uno spettacolo scritto da lei. S’intitola “Riccardo e Lucia”, è la storia dei suoi nonni. Siamo in scena io e Pio Stellaccio per raccontare questa grande storia d’amore toccando anche argomenti come fede, politica e i valori smarriti. Nella drammaturgia sono state inserite anche le pagine originali del diario.

Claudia ha voluto comporre questo testo dopo aver ritrovato il diario in cui venivano descritte tutte le fasi dell’incontro con questa donna, la costruzione di una famiglia e l’attesa che la nonna ha dovuto sopportare in quanto lui è venuto a mancare molto prima di lei. Chiunque viene a vedere lo spettacolo ne esce cambiato perché non si sentono più storie di questo tipo, la gente ha bisogno di bei racconti e di credere che le cose belle esistono e noi, nel nostro piccolo, diamo questa possibilità. Abbiamo vinto nella stagione 2013/2014 il concorso “Salviamo i talenti – Premio Attilio Corsini”, svoltosi al Teatro Vittoria di Roma e abbiamo girato in alcuni circuiti off. Purtroppo non è semplice la distribuzione da noi, ma ci piacerebbe molto portarlo in giro per tutto lo Stivale”.

Dalla tua prospettiva artistica come vedi la situazione teatrale e cinematografica?

“Quella teatrale la vedo ardua visti anche i pochi finanziamenti e supporti. Io ammiro tantissimo quelli che autonomamente riescono a ritagliarsi uno spazio proprio perché altrimenti bisogna sgomitare. Purtroppo vedo anche che manca la curiosità, nei teatri vedi solo in cartellone i grandi nomi e spesso la programmazione è deludente. Pensando a Roma, devo dire, però, che la stagione dell’Eliseo sembra molto interessante.
Per quanto riguarda il cinema credo che le cose stiano cambiando, si sta sentendo l’influenza del nuovo modo di girare e concepire il cinema, l’anti-divismo, il racconto-verità, non più solo quello patinato. Certamente c’è la commedia, com’è giusto che sia, ma credo anche che il grande cinema tratti delle storie notevoli riprodotte sempre con autenticità e senso della verità per cui anche la recitazione si sta adeguando a questa nuova tendenza. Ben vengano le serie come “Gomorra” e opere come “Lo chiamavano Jeeg Robot” di Gabriele Mainetti e “Non essere cattivo” di Claudio Caligari”.

A proposito di cinema: sarai in concorso, con “Il più grande sogno” di Michele Vannucci, nella sezione Orizzonti alla 73esima Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia, che reazione hai avuto a questa notizia?

“Per noi è stata una sorpresa incredibile. Non ci pensavamo, abbiamo girato questo film per raccontare il sogno reale di Mirco Frezza che è il protagonista del lungometraggio, mettendosi tra l’altro in gioco in prima persona. Si tratta della storia di redenzione di un uomo che, dopo un passato tempestoso, legato alla tossicodipendenza e alla malavita, passando anche per la detenzione in carcere, riesce a edificare un progetto culturale e collettivo di grande portata come la costruzione di un centro per accogliere gente poco abbiente, dando la possibilità di sostentamento. Il centro si trova nella periferia romana“La Rustica”. Frezza si è veramente voluto ricreare una vita nuova mantenendo intatta la propria personalità. Noi ci siamo completamente addentrati con lui in questo centro per mesi. Vivevamo lì, servivo il cibo a chi veniva, volevamo essere parte integrante. Abbiamo girato senza nessun copione, non c’erano battute, il regista ci dava la traccia al momento e noi eravamo talmente intrisi di questa storia che eravamo in grado di creare da zero per cui è davvero sperimentale come film. Realizzare “Il più grande sogno” è stata un’esperienza intensa e indimenticabile, arricchita dal lavorare con Alessandro (Borghi, nda), che è un carissimo amico, e dal conoscere Mirco e il regista”.

Rispetto, invece, alla tua esperienza nella seconda serie di “Gomorra”, sia come artista che come persona hai vissuto un po’ lo scollamento tra realtà e finzione? Ti è capitato di interrogarti su possibili soluzioni su cosa si potrebbe fare?

Ivana Lotito in Gomorra“Il mio personaggio non mi ha consentito di stare a stretto contatto con quel mondo perché la mia “Gomorra” era un po’ filtrata. Il mio contesto era, infatti, quello romano sebbene mio padre nella serie fosse un boss camorrista, però la mia vive in una realtà più ovattata in cui la “sporcizia” mi arriva in seconda battuta. Nonostante questo, la produzione mi ha dato la possibilità di fare una full immersion dentro Scampia e le Vele per capire di cosa si stesse parlando e quali fossero le mie origini. Diciamo che poi l’essersi trapiantati a Roma ha comportato una finta ripulizia, quel sangue  contraddistingue Azzurra tant’è vero che poi alcune scelte che compie corrispondono a quel modello di vita. Credo che progetti come “Gomorra” facciano solo che bene, non credo alla semplicistica  traduzione che “Gomorra” significhi emulazione perché si rivolge a un pubblico vastissimo dotato anche di senso critico. Non ci sono solo i ragazzini che si fanno il taglio di capelli come Genny Savastano, ma ci rivolgiamo a persone che possono cambiare le cose. Le cose si cambiano se si guarda in faccia la realtà e si comprende che c’è un punto di non ritorno per cui bisogna agire. Anche per ciò che riguarda lo specchio che si dà di Napoli, non sono del parere che “Gomorra” fornisca questa equazione e cioè: Napoli uguale Gomorra.
Adesso c’è una curiosità incredibile verso il territorio partenopeo. La bellezza che c’è lì è straziante, la bellezza è fatta di contrasti, è una città fatta di estremi, c’è il troppo bello e il troppo brutto che convivono insieme, ma purtroppo è questo che la rende drammatica”.

Purtroppo, però, si avverte anche una sensazione di non sicurezza quando si arriva…

“Questo è ahimè legato al pregiudizio connesso a questa città, è un preconcetto che può essere scardinato, io ho vissuto per mesi a Napoli e ci sono stata benissimo. Io sono convinta che raccontando la verità si possono mutare le cose anche perché è un cancro onnipresente soprattutto in Italia, ha nomi diversi da noi e in tutto il mondo, ma c’è da sempre. Sicuramente la denuncia della situazione può essere uno strumento di rivoluzione, almeno questo è quello che possono fare registi, attori, sceneggiatori e scrittori. La politica deve fare altro”.

Certo è incredibile che siamo cresciuti con fiction come “La piovra” e per la vostra serie ci sono stati atti di ostruzionismo o è emersa questa paura dell’emulazione…

“Il cinema deve fare il cinema, la cronaca farà altro, è ridicolo e banale credere che sia anti-educativo perché l’educazione passa anche attraverso la conoscenza, non passa tramite la negazione. Se si ha voglia, ci sono tante drammaturgie e letterature che raccontano la bellezza napoletana”.

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C’è un aspetto di te che volessi emergesse?

“Spero che da qui in poi le cose che faccio siano nello stile di “Gomorra” e de “Il più grande sogno”, tutto quello che mi riporta alla verità insomma, cercando di essere più fedele alla realtà. Mi piace lo studio dal vivo di alcune realtà, il lavoro che mi è stato permesso di fare per “Gomorra” perché l’elemento della ricerca e della costruzione di un personaggio dal vero credo che sia per un attore l’aspetto più edificante. Non, quindi, storie finte, propotipi patinati o soltanto storie d’amore, ma anche quelle che appartengono più all’essere umano. In tal senso mi auguro di poter raccontare belle storie e regalare momenti di riflessione. Dare un pensiero in più prima di andare a dormire: questa credo che possa essere una bella missione per un attore”.

Prossimi progetti?

“Andrà in onda la serie di “Immaturi” tratta dal film, per la regia di Rolando Ravello e la sceneggiatura sua e di Paolo Genovese. Ci sarà la terza serie di “Gomorra”, ma non so quali saranno le sorti di Azzurra. Poi la mia vita cambierà perché sta per arrivare Diego”.