Salvare il Palazzo d’Avalos, salvare il patrimonio italiano: salvare l’identità

0
139

121Ci sono luoghi che hanno il potere di fondare lo spazio identitario di una comunità. Tale spazio non è riempito semplicemente da una confusa somma di individui, ma è costituito da una comunità di destino, dal popolo. Così, esistono davvero luoghi che rappresentano il corredo materiale della cultura di un’intera nazione o anche di una piccola comunità, come quella ad esempio di Procida e del suo Palazzo d’Avalos.

Il “Real Palazzo” sorge nel borgo di Terra murata, primitivo nucleo abitativo di Procida, anticamente conosciuto come Terra Casata. Questo grandioso complesso, insieme alle mura, fu costruito tra la fine del ‘500 e gli inizi del ‘600 dal cardinale Innico D’Avalos, feudatario di Ischia e Procida, destinato a residenza e strumento di difesa del territorio dalle incursioni corsare. Nei primi decenni del ‘700, Carlo III di Borbone riuscì ad acquisire il palazzo dai D’Avalos, mutandolo in Palazzo Reale dei Borbone i quali, agli inizi dell’800 lo trasformarono in scuola militare, poi in carcere del Regno con successivi ampliamenti. Definitivamente chiuso nel 1988, il Palazzo è stato abbandonato cadendo di conseguenza in rovina. Ora si sta avviando un complesso progetto di valorizzazione, dopo l’acquisito dall’Amministrazione comunale nel 2013.

Proprio nel solco di tale valorizzazione si inserisce il volume intitolato “Procida. Il Palazzo d’Avalos”,23 edito da Clean di Napoli, scritto a quattro mani dall’architetto, urbanista e fotografo per passione Gianlorenzo di Gennaro Sclano e dallo scrittore, artista e promotore culturale Pasquale Lubrano Lavadera. Il libro è attraversato interamente dal tema del “recupero della bellezza” e dell’ “armonia perduta”, restando ben saldo sulle vite e le vicende storiche dei personaggi e dei luoghi che furono, senza mai cedere il passo ai rimpianti nostalgici d’una sognante “età dell’oro”. Il lavoro è piuttosto un’analisi critica efficace, funzionale al presente, al qui e ora della riflessione estetica e politica del Paese, orientata alla elaborazione di strategie e progettualità future che partono dalla responsabilità dell’appartenenza per approdare a vere forme di impegno civile per la salvaguardia dei luoghi identitari.

Un’operazione che si presta bene ad un’estensione della riflessione all’intero nostro patrimonio storico-culturale dimenticato, abbandonato alle ingiurie del tempo e all’incuria dell’uomo. Questo atteggiamento è tra le cause della perdita della bellezza per la vita pubblica, per la comunità e la città. La cultura del pragmatismo, dell’efficientismo, dell’economicismo hanno svuotato di senso i luoghi e represso il bello in ogni sua forma. Eppure la bellezza è ovunque, è nei paraggi, dietro ogni angolo, sulla linea d’ogni orizzonte. Da ciò consegue una relazione col luogo che non risponde soltanto ad analisi o intellettualismi, ma investe la sfera esistenziale. Questa relazione identitaria pervade lo spirito che unisce le cose tra di loro e ci unisce alle cose. Riporta l’attenzione alla bellezza, all’indefinibile che si sottrae alle spiegazioni e ci lascia senza fiato, avvolti dalla meraviglia.

18È quello che accade guardando, ad esempio, il Palazzo d’Avolos, così esotico e antico da commuovere l’animo nel profondo. Ciò che in lui rimane nascosto, precluso, e riemerge dalle profondità della storia ci spinge a scoprirlo, dà immanenza alle nostre passioni e ci costringe a vedere le cose in un altro modo, ci costringe a venire alle prese con ciò che la bellezza rivela. Forse non è errato chiedersi come è possibile che la bellezza, che ha svolto un ruolo così evidente nella storia del nostro Paese sia, in alcuni casi, assente, dimenticata, sconosciuta. Proprio la bellezza ci invita, invece, a portare in primo piano i luoghi, a cercare in essi il contatto identitario e spirituale. Nel nome di tale contatto potremmo rivedere persino la nostra idea e cultura della manutenzione, proponendo la cura in opposizione all’incuria. Perché è nel contatto che nascono le immagini e nella cura continuano ad abitarci.

Questo pensiero immaginale sollecita le relazioni di appartenenza e si pone alla base dello stesso processo di conoscenza e di intervento concreto. La stessa politica si può dunque configurare come un’azione liberatrice della bellezza, che ripristina il contatto tra l’uomo e il luogo, tra l’io e lo spazio, tra i gli italiani di Procida e il per sempre nostro Palazzo d’Avalos.