Perché le ragazze di Non è la Rai piangevano?

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Non-è-la-Rai_980x571Prima di Maria De Filippi e del Grande Fratello, quando il trash non era ancora diventato il nostro pane quotidiano, venne il giorno in cui uno show televisivo aprì i salotti di casa a una nuova era, quella in cui pudore e dignità furono arbitrariamente barattati in nome dei “15 secondi di gloria”.

Spetta senza dubbio a Non è la Rai il merito di aver mostrato il potenziale paradossale del mezzo televisivo con il suo sperimentare meccanismi e idee ancora “sconosciute” alla neonata tv di stampo commerciale.

Il format, in onda per la prima volta il 9 settembre del 1991, fu un’alternativa del varietà comunemente concepito incentrato su un parterre di aspiranti veline.

A prima vista le ragazze di Non è la Rai sembravano adolescenti prive di controllo sui propri ormoni che amavano dimenarsi nei loro abiti succinti sulle note di musica tamarra. Probabilmente fu così ma per alcune il programma rappresentò una sorta di gavetta che garantì loro una continuità nello showbitz con rari casi di eccellenza.

Un inno alla femminilità enfatizzata nella sua più blanda espressione che si trasformò in un programma di culto seguito da un pubblico principalmente femminile ma anche da ragazzi che fecero delle nuove “divette” della tv l’incarnazione dei loro sogni proibiti.

Le ragazze di non è la Rai non erano teenager speciali. La parte di show più “estrema” proponeva performance canore che secondo leggenda venivano eseguite in playback, registrate previa messa in onda da cantanti professioniste. Eppure questo bastava per conferire una precaria immortalità ad alcune di esse. Ambra Angiolini, la maitresse che dall’alto dei suoi tacchi dominava la platea di indomite coetanee, si assicurò fuori dagli studi, la pubblicazione di quattro dischi, un ruolo da protagonista in un film e la conduzione di una nuova trasmissione. Insieme a lei riuscirono a brillare di luce propria per qualche tempo Pamela Petrarolo, Antonella Mosetti e Francesca Gollini, quest’ultima “bendetta” da una cover di Rosso di Raffaella Carrà.

A coloro che non bucavano lo schermo non restava che attirare l’attenzione durante le scene di ordinariaNON-E-LA-RAI_980x571 follia che prevedevano momenti di danza indemoniata in una  inappropriata valle di lacrime sul tunz tunz internazionale. (Qualcuno addirittura insinuò che usassero del collirio per ottenere lacrime facili e catturare l’occhio della camera).

No, le ragazze di “Non è la Rai” non erano affatto speciali, né si distinguevano per acume ma piacevano tanto.

Il programma chiuse i battenti, il 30 giugno del 1995, in un triste giorno che l’Italia ricorda ancora con amarezza. Per l’occasione fu organizzato un finale commovente (questa volta lacrime vere) sulle note di T’Appartengo, la canzone che catapultò sempre lei, Ambra Angiolini, nella top ten italiana.

“Non è la Rai” rappresentò un successo indiscutibile tanto che oggi a 25 anni di distanza ancora se ne parla con celebrazioni televisive.

Ma quale fu il merito di tanto clamore?

Sicuramente è stato il precursore di una nuova tv, pur essendo un fenomeno tutto italiano preparò involontariamente il pubblico a quell’invasione della privacy che avvenne con i reality show, i talent e la real tv che sarebbe arrivata qualche anno dopo dagli Stati Uniti. Il filo conduttore di questa evoluzione è senza dubbio la mancanza apparente di un copione e la messa in scena di persone comuni, i Re per una notte.

Ma chi sono le ragazze di Non è la Rai di oggi?

Nel mare magnum dell’attuale proposta televisiva ci sono alcuni format ad alto gradimento emotivo che generano fenomeni di divismo molto simili al passato, capaci di monopolizzare l’attenzione del pubblico anche nell’off air. Quel genere di programmi che ti fanno sentire un outsider se non li guardi, soprattutto quando sei dal parrucchiere.

Reality trash in tv
Reality trash in tv

Temptation Island a questo proposito rappresenta il “delitto perfetto”: suspance, gossip e anonimi protagonisti mai apparsi in tv privi di qualsiasi tipo di talento. In questo caso si tratta di coppie tendenzialmente annoiate messe alla prova dopo una separazione non forzata su due isole diverse dove ogni metà della mela cercherà di non cadere in tentazione alle continue pressioni di scalmanati single, aspiranti tronisti morti di fama.

Il loro mostrarsi senza alcun pudore li erge a nuovi miti stagionali e stagionati per l’italiano medio. Lo confermano i dati di ascolto, uno share del 16%  che genera fenomeni di fanatismo ingiustificato. E per i concorrenti più svegli, coloro che si distinguono per un atteggiamento politically incorrect, un posto fisso nei salotti tv che piacciono tanto alle casalinghe. Queste persone, senza arte ne parte e che potremmo essere tranquillamente noi, i nostri vicini o la cassiera del supermarket sotto casa, assumono un fascino irresistibile grazie al piccolo schermo. La storia si ripete, anche se cambiano i giochi.

Lo spettatore è attratto da questi soggetti perché riscontra in loro le debolezze dell’essere umano e quindi di sé stesso. Citando Eco “L’ideale del consumatore di mass media – e in questo caso appunto della tv commerciale generalista – è un superuomo che egli non pretenderà mai di diventare – e continua – La Tv presenta come ideale l’uomo assolutamente medio”.

E pare proprio che sia stato così negli ultimi 25 anni.