A tu per tu con Giovanni Manzoni

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Giovanni Manzoni Piazzalunga
Giovanni Manzoni Piazzalunga

Sono nello studio milanese di Giovanni Manzoni, che i miei piccoli lettori conoscono bene. Ora, potrei rimembrare gli anni vissuti pericolosamente insieme, dalla prima collettiva (lui portò un enorme telo di un metro e mezzo per due a disegno e caffè e lo appese alle finestre di un palazzo della Milano bene: le deae ex machina della nostra avventura erano la titolatissima Maria Sole Brivio Sforza e la fascinosissima Kristina Snajder) alla famigerata e chiacchieratissima mostra C&F (ma sia chiaro, io in quella roba lì non ci ho messo lo zampino). Potrei, potrei, ma non lo farò, perché sarebbero informazioni non richieste. E  poi non sono un nostalgico.

In compenso vi posso dire che l’ultimo studio manzoniano (nel senso, la tana in cui attualmente Giovanni Manzoni vive e lavora) in zona Porta Venezia riflette un po’ il suo gusto per l’arredamento d’interni: grandi spazi, magari ex palestre et similia, in cui perfino il più recidivo fra i malati di agorafobia scamperebbe il pericolo dell’horror vacui, con pareti mosaicate a grandi tessere di carta disegnata al caffè, anatomie che sembrano arrivate a noi direttamente da una bottega d’arte rinascimentale, in mezzo a penne, pennarelli, matite, libri illustrati, un pc sempre acceso, un grande schermo al plasma, un comodo divano, un incrocio a quattro zampe fra un boulledogue francese  e un carlino e un bel po’ di specchi, perché, in fondo in fondo, a casa Manzoni tu non sei mai solo/a.

Mentre in sottofondo una playlist quasi decente (informazione di servizio: Simply Red) commenta il disegno in via di apparizione cui Manzoni sta mettendo mano (committenza di una collezionista), parto a bomba con la prima domanda. Come vedrete, l’impressione è che il mio interlocutore abbia deciso di prendere il largo. O forse si teneva tutto dentro…in tal caso, ho messo in pratica l’arte maieutica di Socrate.

Cosa provi quando  un disegno non ti sta “riuscendo” come vorresti? Ti arrabbi quando sbagli?

Io sbaglio e sbaglierò sempre. Penso che le cose migliori si basino sugli errori, quindi più si sbaglia meglio è. Forse sono un po’ contro corrente rispetto al pensiero che va per la maggiore, che è quello di chi afferma di fare arte innanzitutto per se stesso e poi magari, se il suo lavoro funziona, anche per gli altri: la mia invece è un po’ una visione cinquecentesca se vogliamo, quando il committente di un’opera era felice di ciò che stava guardando, ferma restando l’autonomia creativa dell’artista che aveva realizzato la committenza. Non mi riferisco quindi al classico ritratto su ordinazione, che dev’essere fedele all’ “originale” in ogni dettaglio.

L’arte è per tutti?

Io spero che in futuro, a decidere, non sia semplicemente il mercato, ma il pubblico. Fra gli artisti più venduti alle aste troviamo un Jack Vetriano:  guarda caso molte gallerie e molti critici lo snobbano, forse proprio perché raccoglie un grande consenso popolare. Noi artisti DOBBIAMO fare un’arte popolare: una Cappella Sistina raccoglie un consenso popolare che è universale,  con milioni di visite  in tutti i luoghi  connessi, compresi quelli con le “briciole” di Michelangelo, i suoi “disegnetti” su carta. Ma io quando vedo quei disegni mi emoziono: sono le radici del suo mondo, che è un mondo bellissimo. Quando invece guardo un disegno di Picasso, beh, cosa penso?, penso che sia una sua opera in piccolo…

Non noti una generale rancorosità  verso le cosiddette opere “belle”? Kent Williams non se lo caga quasi nessuno, qui…

Quella di fare “cose belle” è un’accusa facile. Guernica è considerato un capolavoro universale e secondo me questo vuol dire solo una cosa:  il mercato si è imposto totalmente sull’estetica. Mi fa ribrezzo. Guernica è un bel lavoro? Posso capirne l’impatto emotivo e sociale, ma non lo affiancherei mai a una Battaglia di Anghiari. Tutti gli artisti adesso guardano un corpo disegnato in maniera eccelsa e dicono: “Bah, troppo accademico”. E non solo gli artisti, ma anche i professori e tantissimi critici! Proprio loro, che invece avrebbero il compito di marcare la differenza fra ciò che è fatto bene e ciò che è fatto male! Invece, nove su dieci pensano che Guernica sia un capolavoro, mentre uno che dipinge dei corpi bellissimi viene considerato un accademico. E magari artisti non proprio bravissimi ti dicono che è meglio fare un lavoro come Guernica o un’installazione di pilloline o di gonfiabili o dei fotomontaggi pessimi: secondo loro è importante il messaggio, perché la manualità,  la capacità, insomma la bravura, passa in secondo piano.

Il disegno sembra la bella addormentata nel bosco (dell’arte)…

Il disegno è l’ABC di ognuno, in modo particolare degli artisti, è una competenza indispensabile, senza la quale un artista non conoscerebbe i fondamenti del suo mestiere. Uno scrittore “disegna” un suo romanzo,  ne fa una “traccia”…tutti noi, in realtà, abbiamo i nostri “disegni” mentali, i nostri disegni di vita, i nostri progetti, e questo è ancor più vero per un artista, solo che lui dovrebbe saperlo fare per davvero, questo disegno. Un artista che non sa disegnare è come un poeta che vuole scrivere senza conoscere l’alfabeto, o un architetto che non conosce la prospettiva. Poi, se i vari Damien Hirst  e Jeff Koons hanno dimostrato che si può fare benissimo gli artisti senza saper disegnare, vuol dire che il mercato di adesso ha deciso così.15382_10202256753006551_333682943_n

Ti conosco dal 2008 e ho visto l’evoluzione del tuo lavoro, dalla serie dei Supereroi agli ultimi sviluppi, dove la scienza e la religione, unitamente a una certa idea di “società”, hanno un ruolo dominante. Cos’è Giovanni Manzoni adesso, rispetto a otto anni fa? Chi sono i suoi compagni di viaggio?

Bella domanda [l’intervistatore si fa pat pat sulla spalla, n.d.r.]. Me lo chiedo anch’io. Penso che l’arte possa avere una scambio molto produttivo con gli altri mondi. E’ come se uno volesse conoscere il mondo rimanendo nel suo paesino: un paesino, in un mese lo conosci tutto! Noi costruiamo opere d’arte e movimenti artistici senza allontanarci mai dal mondo dell’arte e questo è molto sbagliato: dobbiamo relazionarci anche con altri mondi. Io, nel mio piccolo, mi sono affacciato al mondo di Nikola Tesla, che considero una specie di Leonardo Da Vinci, – spero che in futuro anche altri la pensino come me.  Quelli come lui sono i VERI creativi! I miei Supereroi, per rifarci a quando ci siamo conosciuti, erano questo: personaggi nascosti dalla società. Il sistema ci guadagna, a far passare l’immagine dell’artista chiuso nel suo studio a dipingere paesaggi, perché questo tipo di artista non fa paura a nessuno.  Gli artisti che fanno  paura sono infatti quelli che ridisegnano la società in un modo migliore e, ripeto, non sto parlando di persone che dipingono e fanno mostre. La società li maschera, li nasconde, li addita come pazzi idealisti, in alcuni casi li uccide.

Noi dobbiamo ammirare proprio quelli che stanno creando qualcosa di utile e bello, che serva anche a migliorare l’uomo: secondo me la vera arte è questo.

C’è questa tuo opera contrassegnata dal sincretismo religioso: in un’unica composizione un Buddha ride e prega alla maniera cristiana e le sue mani sembrano quelle di Dürer, mentre alle sue spalle spicca il dio Anubi affiancato da una scultura incaica femminile e sotto un San Sebastiano ci riporta alla tradizione figurativa cristiana. E poi, perché hai disegnato quella Madonna nera con gli occhiali da sole?

Stai parlando della mia serie delle religioni. In quel quadro ho raffigurato anche una scultura incaica femminile e nelle religioni sudamericane non era inusuale che vi fossero anche divinità femminili: le religioni si devono unire! Per quanto riguarda la Madonna nera con gli occhiali da sole, quel quadro l’ho intitolato Adozione e in parte è un lavoro biografico: mi chiamo Manzoni e ho il profilo di un indio. Sono un figlio adottato e quando rileggo la storia della Natività cristiana, beh, penso che Gesù sia stato il primo bambino adottato. Quest’opera rappresenta un po’ il mio modo di vedere l’adozione oggi: quando io sono in un bar e vedo una famiglia italiana che tiene in braccio un bambino africano, mi si riempie il cuore, perché queste persone hanno voluto così tanto quel bambino da decidere di andare dall’altra parte del mondo e salvargli così la vita. Diverso è il caso invece di chi vuole a tutti i costi un bambino e è disposto a spendere un sacco di soldi pur di averlo. Il mio quadro rappresenta questo: una Madonna contemporanea, con gli occhiali da sole, che tiene in braccio un bambino adottato.

40270_1559147064911_6552124_nCosa pensi dei disegni di Charlie Hebdo?

Io la penso come Miyazaki: le persone imparano solo quando le cose si mettono male”. Non puoi prendere in giro le fede degli altri. Secondo me quella di Charlie Hebdo è stata una provocazione inutile, inutile come il cesso di Duchamp e i tagli di Fontana. Ma magari mi catalogheranno fra gli ignoranti che non capiscono niente…

Cos’è l’arte, per te?

Penso che l’arte sia un’idealizzazione di quello che abbiamo davanti agli occhi. Se vuoi vedere una persona dal di fuori, falle una foto; se vuoi vedere com’è fatta dentro, falle un ritratto.

Giovanni Manzoni, le donne, i corpi. Sei reduce dalla mostra C&F: che differenza c’è fra la pornografia e i tuoi disegni?

La pornografia, se fatta con un certo carattere (il che non vuol dire: fatta bene/fatta male), può essere molto interessante. A me non dispiace. Non ci vedo nulla di male a rappresentare quel che accade nella nostra intimità, con prospettive dettagliate e ravvicinate. Uno dei quadri più belli di Giger è una penetrazione vista dalla prospettiva dei testicoli e nella sua complessità sembra una gigantesca e bellissima architettura. Eppure si tratta di una penetrazione. Ricordo gli stupendi disegni di Tarlazzi per la rivista Selen, ma anche quelli di Manara, con quello stile molto aggraziato, poetico ed erotico.  Crepax poi è il mago, ha un segno così scoglionato che ti chiedi come possa suscitare certe emozioni: con una linea unica fa vedere a malapena un corpo.  Questa magia è la stessa che ritrovo nei disegni di Klimt e Schiele, con linee semplicissime che rappresentano giganteschi mondi erotici che mi affascinano e che cerco di emulare.

Ultima domanda: un tuo giudizio su quelle artiste e/o aspiranti tali, solite postare su Facebook i loro autoscatti come mamma le ha fatte. A volte non si tratta nemmeno di foto che fanno parte di una serie artistica…

Siamo in un mondo “pseudo libero”, quindi ognuno fa come gli pare. Uno può fare quattro schizzi che vorrebbero raffigurare un paio di gambe e poi dire: “Questa è la mia arte”. Ok. Ma la situazione si fa pericolosa quando entra in gioco il gallerista che finge di dare credito all’artista in questione perché è una bella ragazza, o quando il critico scrive un articolo favorevole al suo lavoro magari perché lei gli ha offerto “una cena”, diciamo. E’ colpa loro, ma è soprattutto colpa di un sistema che appoggia tutto questo. E’ la solita storia. Come diceva Woody Allen, “non ho niente contro Dio, è il suo fan club che mi spaventa”. Praticamente abbiamo creato il fan club di tutte queste primedonne che nel Cinquecento avrebbero sicuramente lavorato in cucina e basta.