Se i vinti tornano a scrivere la storia…

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massari1Si sa, la storia la scrivono i vincitori e per i vinti non ci sono tributi. Nessuna medaglia da appendere al petto, neppure lo spazio di una fugace citazione. Il loro sacrificio è vano. E’ il sacrificio dei perdenti, e si dissolve nei giorni della pace, nel rumore degli uomini. Eppure, la storia raccontata dai vincitori “prende in considerazione soltanto un punto di vista, quello dell’oggettività delle battaglie, delle strategie, dei fatti ufficiali dei documenti. Mentre la guerra raccontata dai vinti è più realistica, parla di vita”. Con queste parole Maristella Massari, preziosa firma della Gazzetta del Mezzogiorno, ci motiva la sua impopolare volontà, in un mondo in cui l’alone aureo degli eroi ammalia più degli occhi umidi e terribilmente umani di chi ha fallito, di porre i vinti come protagonisti del suo libro, intitolato appunto La memoria dei vinti (Mandese Editore, pp.120, Euro 1) .

I vinti protagonisti sono tutti quei giovani italiani che durante le guerre mondiali del secolo scorso, strappati precocemente dall’uscio di casa, si sono trovati catapultati in una realtà inaspettata, della quale, spesso, non comprendevano le cause e la necessità. Sono vinti i ragazzi che, con ai piedi stivali di cartone compresso, hanno dovuto imbracciare un fucile e disporsi alla morte, ad uccidere e ad essere uccisi. E’ un vinto Vincenzo, il fante del Sud, che non aveva mai visto la neve e che scampa alla morte nella battaglia di Caporetto perché occultato sotto un tappeto di cadaveri italiani. E’ un vinto Michele, il silurista che indossando la giacca del suo comandante è stato salvato dagli Inglesi. E’ un vinto anche Giovanni che viene risparmiato dalle decimazioni tedesche grazie alle suppliche di un prete e che sentirà per tutta la vita come una colpa l’essere sopravvissuto ai suoi commilitoni. Sono vinti. Tutti vinti a cui è stata restituita la dignità del ricordo attraverso le pagine di questo libro, che si attesta come un tentativo ben riuscito “di vivere e far rivivere non la guerra, ma la vita in tempi di guerra. Non soltanto il legittimo timore dei soldati al fronte, ma l’angoscia di tutti quelli che non avevano mai avuto a che fare con bombe ed uniformi e che dovevano, ora, guardare in faccia il dolore, dalla casalinga al ragazzino richiamato al rifugio dalle sirene di allarme”.

massari2 copertina libroL’abitudine alla sofferenza, il distacco coatto dagli affetti, i fiumi di sangue e i cirri di polvere, il pendolo emotivo tra il sollievo della sopravvivenza e lo spasimo della morte, l’animo spoglio dagli orpelli del benessere e della sicurezza, la pelle indurita al sole, hanno instillato in tutti i sopravvissuti un’elevata capacità di resilienza. L’ostinata determinazione a vivere, la curiosità potenziata nei confronti della realtà, la volontà, prendendo in prestito le parole del film L’attimo fuggente, di “succhiare tutto il midollo della vita”. “Tornarono dalla guerra affamati -ci spiega l’autrice- in senso letterario e metaforico. Sono state persone che si sono godute la vita fino alla fine, con il desiderio di lasciare il segno del proprio passaggio sulla terra, un passaggio che ha vacillato, non sempre scontato”. Al cospetto delle dieci storie di resilienza, ciò che avvilisce, come italiani, è osservare in tutti gli scampati un atroce ed incazzato turbamento, ispirato non dai postumi fisici delle battaglie, ma dal peggior peso dell’abbandono, dalla pubblica ingratitudine. E’avvilente scoprirsi parte di un Paese che “chiagne e fotte” e non si guarda indietro. “L’Italia è un paese strano, che non riesce a dare il giusto peso alla sua memoria, perché non ha cultura della memoria”, così conclude la giornalista Massari. La conseguenza è immediata e stigmatizzabile attraverso le parole pronunciate dal Rabbino inglese Jonathan Sacks in occasione del Premio Templeton: “Senza memoria non c’è identità. E senza identità, siamo solo polvere sulla superficie dell’infinito”.