Tra divino e terreno, alla ricerca del Bello: Simona Benedetti

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Le mani dei ARTE_FOTO 2vecchi, gli occhi delle creature, i volti nell’attimo. Un realismo sorprendente quello di Simona Benedetti, giovane pittrice viterbese, originaria di Nepi, formatasi artisticamente a Viterbo. Una narrazione dicotomica del quotidiano divenire, compresa tra il Divino e il terreno, accompagna i suoi lavori, e si pone da un lato nei significati – il Sacro, l’Assoluto, l’Eterno, il Ritorno, il Bello, come fine ultimo, sono assoluti protagonisti -, dall’altro, nell’ estrema ricercatezza tecnica che modernizza il senso proprio della pittura classica, così fortemente evocata dalla Benedetti, con inquadrature del soggetto sulla tela che richiamano alla cinematografia – sfumatura di quel volto piegato dall’emozione, nei primi piani del neorealismo nostrano, eco di Anna Magnani – eARTE_FOTO 3 alla fotografia – nei volti di Steve McCurry -, nei grandi occhi, porta dell’uomo, immancabili nelle sue rappresentazioni umane, e con una scelta cromatica che genera contrasti, che si esprime in una pennellata marcata, offrendo un’opera fortemente materica. Una pittura completa che intercorre agilmente tra il chiaro/scuro, il dinamismo, la rigorosa geometria ed ambienti che fanno eco ai grandi, come Van Googh, in Sapori di casa mia, olio su tela. Una produzione che, però, non è sempre esaltazione metafisica; forte è la contemplazione dell’attualità, come in Umanità spezzata – matite colorate su carta – in cui si rievoca l’eterno conflitto tra Israele e Palestina. Nel pennello della Benedetti – reduce da una collettiva nella Orvieto del maestro Umberto Verdirosi – vive un sentimento degno, una simbologia concreta, una tecnica limpida che, fortunatamente, si allontanano dallo Sgunz, per dirla con Angelo Crespi, e viaggiano verso una dimensione più pura dell’arte