A tu per tu con Francesco Diluca

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Francesco Diluca studio_xiHa da poco aperto il suo nuovo mega studio in zona Navigli -due piani, con pareti mobili e zone dedicate: lavoro, esposizione, “living room” – e l’inaugurazione è coincisa con una performance durante la quale ha esposto al pubblico il lento processo di combustione di una sua scultura, che è andata incontro al suo inesorabile processo di disgregazione. “Il fuoco vive della morte della terra e l’aria vive della morte del fuoco”: questo aforisma eracliteo spiegherebbe alla perfezione la nuova serie di Francesco Diluca, Post Fata Resurgo: i riferimenti religiosi sembrano evidenti, ma si andrebbe lontani dal vero se si pensasse alla forma simbolica del memento mori o dell’evangelico polvere eri e polvere ritornerai.

Alcuni [del pubblico, n.d.r.] vedevano la conferma del nostro morire ogni giorno, altri la fine, cioè l’opera “in fiamme” che, da un certo punto di vista, rappresenta la fine, la morte: brucio perché vado a morire. Ma perché? Non potrebbe essere che il bruciare è l’unico momento di vera vita cha ha quell’opera? All’inizio e alla fine quell’opera non vive: vive quando ha questo brulicare di fusioni nell’insieme. Ma questa è una delle interpretazioni possibili“. Così Francesco Diluca a proposito di Post Fata Resurgo e delle sue diverse chiavi di lettura, che discendono dalle diverse prospettive culturali -laica, buddhista, giudaico/cristiana, millennial e chi più ne ha più ne metta- con cui viene vista. Ne parliamo con lui, in un’afosa mattina milanese di luglio, nel fresco del suo studio. 

“Sai cosa sarebbe bello? Fare un’intervista in cui io ti dico tutto il contrario di tutto”. Diluca ed io siamo già da un po’ seduti l’uno di fronte all’altro come nel film  Coffee and cigarettes, con l’unica differenza che il posto in cui mi trovo ora è molto più gradevole del baraccio di Iggy Pop e Tom Waits. Intorno a me gli elementi d’arredo (si dice così, no?) sono “assemblage” esteticamente molto potenti, mix di objet trouvé (ma di design) che sono tavoli, sedie, mobiletti, lampade et cetera rielaborati dall’artista milanese: risultato, un arredo totalmente personale e ineguagliabile. Non so perché, ma la rubinetteria della zona cucina -in realtà non c’è nessuna zona, siamo in un open space -mi fa molto pensare allo stile steampunk o all’asta del microfono che Blackie Lawless sfoggiava ai suoi concerti –basterebbe un teschietto lì sopra, ecco.  Ma queste sono impressioni personali, il mega studio di Francesco Diluca non è un’architettura diabolica, anzi lui l’ha pensato e realizzato come una struttura molto razionale. E poi in cortile c’è pure un’edicoletta votiva.

Quella che poteva essere un’intervista a la Cattelan sarà in realtà un’intervista molto tradizionale e senza i fuochi d’artificio, anche se il fuoco sarà sempre presente e non sarà mai un fuoco fatuo. Quando Diluca mi parla della vicinanza del suo lavoro alla struttura delle reti neurali e del cosmo, gli chiedo a bomba a cosa voglia mirare.  ”Quando tu fai un lavoro, non è detto che tu abbia in mente quel lavoro”,  prosegue lui.  “Ora parliamo di reti neuronali et cetera: beh, non è detto che queste cose qua entreranno nel mio lavoro.  Magari sarà una cosa completamente diversa. A mio parere l’artista dovrebbe aprire una porta e basta: guarda, cos’è?”.

Del resto mi trovo al cospetto di un artista, non di un professore di Fisica: “L’artista non è quello che deve dare spiegazioni, l’artista dovrebbe essere quello che si affascina per qualcosa. Io mi sono ispirato a questo, non è che l’ho cercato”. Sembra quasi schermirsi, Diluca, quando mi parla di Post fata resurgo, di questo crocevia estetico  fra cosmologia e neuroscienze. “L’ho visto come un’associazione estetica. Io non sono né un filosofo né un astronomo, quindi l’ho assorbita esclusivamente su un piano estetico. A livello puramente estetico la cosmologia ha delle forti similitudini con quello che avviene nel nostro cervello e anche nel nostro apparato linfatico: possiamo vedere la materia oscura e l’immagine che ne esce è tremendamente vicina a quella che hai sul monitor quando fai una risonanza magnetica del tuo cervello. Quello che si vede è una ragnatela. Quando facevo le prime prove, che sono poi la trasposizione su carta, facevo dei globi, delle masse informi tipo il “cervello” che hai dietro di te [mi indica una scultura”filamentosa” all’ingresso, n.d.r.]: quando la vai a bruciare, non prende fuoco come un pezzo di carta qualsiasi, ma metti in moto un processo di autocombustione che comincia da un punto e va a un altro punto. Questo filamento è uguale a quel processo che avviene con la stimolazione di alcune parti del tuo cervello, è la stessa cosa di quando si è calcolata la massa della materia oscura. Io percepisco tante analogie, l’universo, il nostro cervello, le sinapsi et cetera”. Eccolo qua, il “terzo occhio” dell’artista, che “vede” in maniera intuitiva e non razionale la stessa cosa che vedono lo scienziato o il filosofo, quella che enfaticamente potremmo definire la struttura dell’essere. A un artista possiamo e dobbiamo concedere di fare spallucce, perché lui/lei non deve dimostrare nulla. Non è il suo compito. Per usare le stesse parole di Diluca, l’artista apre una porta, a te il compito di varcarne la soglia.

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Gli chiedo della lana d’acciaio, di cosa l’abbia portato alla scelta di questo materiale, se sia  stata una causa o una conseguenza del suo nuovo lavoro. “La nuova serie di opere prende in prestito il termine latino Post Fata Resurgo, il motto della Fenice, “dopo la morte mi rialzo”. Il suo processo è legato, in effetti, ad un continuo rinnovamento. Creazione e distruzione si alternano nel mio lavoro, dalle prime sculture bianche (il senso dell’assenza) alle figure di polvere metallica.  Post fata resurgo evoca la massima alchemica, ciò che continuamente si trasforma non può deperire, il continuo rigenerarsi rende eterni. Il mio intento è quello di abbandonare la paura che spinge alla conservazione ossessiva della forma abbracciando il concetto di impermanenza l’opera potrà essere vista sotto una nuova luce. Utilizzando questa lana d’acciaio mi sono riappropriato della manualità vera, quella senza strumenti, sentire nuovamente il materiale, in senso tattile. La scultura e nelle mani. La lana d’acciaio rispecchia, nella sua estetica, l’esatto momento evolutivo del mio lavoro sicuramente, oggi, la combustione assume  un significato più completo”.

E mentre il nostro italianissimo caffè ha ceduto il posto a un altrettanto italianissima acqua e limò –traduzione per i salotti: acque fredda con limone-, penso che Francesco Diluca sia l’artista adatto cui porre la fatidica domanda: siamo soli nell’universo?Mettiamola in questo modo”, mi fa lui. “Secondo alcuni cosmologi la realtà supera di gran lunga l’immaginazione”. Ma dai.

Nel suo studio ci sono anche molte carte, su cui i resti del processo di combustione formano una sorta di costellazione. “Si tratta di un negativo quasi un cielo al contrario. Ho voluto descrivere la presenza di una fortissima forza e il suo opposto l’opera si compone in tre parti, il foglio di carta, la parte ferrosa, fatta di filamenti di acciaio, ed un atto performativo. Quest’ultimo è rapidissimo ed estremamente significativo io lo paragono quasi ad un respiro ad un risveglio.”

E mentre fuori e dentro lo studio infuria il silenzio (finalmente uno che non mette su musica a cazzo come fossimo in un centro commerciale), gli chiedo: l’artista è un cretino? (citofonare Duchamp). Diluca mi dà una risposta diplomatica:  “Da molto tempo descrivo un condizione umana attraverso molteplici forme antropomorfe. L’interesse per le scienze e la cosmologia fanno parte delle mie ricerche  sul l’anatomia umana trovando sempre più interconnessioni in diversi campi. Scrittori come artisti o artisti come scrittori. Servono entrambi! Cretino o no, l’artista esiste! E per fortuna nel bene e nel male continua a raccontare.”

Ci riprovo con una domanda che vorrei porre a tutti i cretini -ops, i creativi- e gli chiedo: se volessi inventarti una religione, quale sarebbe questa fede? Ma non ricevo la risposta che mi sarei aspettato dall’autore di una serie di sculture in fiamme dal titolo Post Fata Resurgo:  “Mi serve un caffè!”, fa lui. Vabbeh, gli concedo il beneficio del dubbio e del caffè, così la situazione torna ad essere com’era all’inizio, coffee and cigarettes. That’s all,folks!