Artigiani, contrabbandieri e prostitute: la Genova noir di Bruno Morchio

0
176

Bruno_morchioDallo Stradone Sant’Agostino, Bacci Pagano parte in sella alla sua vespa, percorre i caruggi della città vecchia di Genova, costeggia i palazzi color pastello, sfreccia tra edicole e creuze. Non è stato fiaccato dalla vita. Si è fatto 5 anni di carcere, da innocente, con l’accusa di terrorismo, ha un matrimonio fallito alle spalle e hanno tentato di ucciderlo. Il solco più profondo in lui però lo  ha lasciato il suicidio del suo amico Cesare Almansi.  Lui e Cesare erano spiriti affini, degli idealisti con un gran cuore. Solo che Bacci è uno con gli occhi ben aperti sulla realtà e il suo cinismo lo ha sempre mantenuto con i piedi ben saldi per terra.

Definire il personaggio di Bruno Morchio un investigatore atipico sarebbe sminuirlo. Dal primo romanzo di cui è stato protagonista Bacci Pagano. Una storia da carruggi (edito da Fratelli Frilli Editori), fino ai più recenti Lo spaventapasseri, Un conto aperto con la morte e Fragili verità (ed. Garzanti), una cosa è stata chiara: a Bacci Pagano risolvere i casi non interessa. O meglio, non nel senso tradizionale del termine. Non gli importa di consegnare il criminale alla giustizia. I confini in cui si muove per venire a capo delle indagini sono sempre oltre il limite della legalità. I suoi informatori sono ex galeotti, prostitute e personaggi tutt’altro che raccomandabili. Bacci Pagano vuole solo capire cosa spinge il disgraziato di turno a incasinarsi la vita. Non è lì per giudicarlo o punirlo in qualche modo.

È come la sua Genova Bacci Pagano. Sono entrambi intricati, neri e nascondono il loro lato migliore. Sono delle questioni controverse in cui convivono l’oscurità e la luce.

E come in ogni situazione complessa anche Genova ha le sue anomalie…

Genova è la tipica città portuale mediterranea. In queste realtà la periferia percepita come pericolosa è il centro. La città vecchia dai genovesi è una zona che concentra le più grandi bellezze insieme ai segnali del cosiddetto degrado. Le ragioni di queste anomalie sono storiche.

E quali sono?

La città è una lingua di terra di un trentina di Km tra mare e monti. La Grande Genova è nata solo nel 1926 come agglomerato legislativo che univa di 19 comuni: Apparizione, Bavari, Bolzaneto, Borzoli, Cornigliano Ligure, Molassana, Nervi, Pegli, Pontedecimo, Prà, Quarto dei Mille, Quinto al Mare, Rivarolo Ligure, Sampierdarena, San Quirico, Sant’Ilario Ligure, Sestri Ponente, Struppa, Voltri. Ogni città aveva una storia, un’identità e un centro storico. E così è rimasto. I municipi di Genova non si percepiscono come periferie e i cittadini che vi abitano non ci pensano proprio a trasferirsi nel centro storico. Anzi i genovesi quando devono andare in centro dicono “Vado a Genova”.

Diceva che il centro storico è considerato pericoloso dai genovesi…

Dal dopoguerra in poi c’è stato un progressivo abbandono della zona. Le case de centro sono molto particolari. I vicoli sono molto stretti, ci sono problemi di luce e spazio e spesso sono delle strutture che non hanno l’ascensore. Negli anni ‘60/’70, con il progressivo esodo dal centro verso le alture, il cuore della città è diventato un angiporto. In questi luoghi vivevano artigiani e commercianti, accanto a contrabbandieri e prostitute. E poi la grande migrazione degli anni ‘80/’90 ha incrociato un centro storico in decadenza e poco costoso e quindi sono arrivati gli immigrati. Così che Genova è diventata ciò che è oggi.

Che cos’è?

Genova è un miscuglio di razze. Ad esempio conta la più grande comunità ecuadoregna in Italia. Ci sono tanti africani, cinesi, cingalesi, slavi. È un melting pot ed è questo il fascino della città. Poi è anche una città colta con un’intensa attività culturale.

È una città dai molti contrasti…

È uno scenario fantastico per un noir. I giochi di luci e ombre sono straordinari. Le case sono alte, i vicoli sono molto stretti. La parte più oscura è quella della civitas, cioè della zona assolutamente adiacente alla parte nobile. Dall’altro lato abbiamo via San Lorenzo e il porto antico. La zona racchiusa fra questi luoghi di luci e ombre, di splendore e oscurità è via dei Giustiniani che è per certo la parte oscura. Però è anche quella che a me piace di più. Non si tratta di luoghi marginali, almeno non nel senso in cui possiamo intendere l’esclusione delle banlieues, dei quartieri di Marsiglia.

Però anche Genova ha le sue sacche di degrado?

Ci sono delle zone che ricordano le cinture industriali delle grandi città. La Val Bisagno ad esempio, o la Volpara, il deposito della spazzatura, il gasdotto. E poi il Cep di Prà era una zona di emarginazione, così come l’area di Pegato. Oggi però, per quanto siano brutte, non hanno più quella configurazione degradata, negli anni infatti diverse associazioni hanno lavorato per abbellirle. 

Uno scorcio di Genova in cui si percepisce la marginalità?

Le Lavatrici. Sono dei megaedifici costruiti da un architetto sopra l’autostrada che va a Ponente. Quel paesaggio e quella costruzione, secondo me, danno l’idea della marginalità. Anche in questo palazzo è stato fatto un grande lavoro di valorizzazione. La bruttezza dell’esterno contrasta la vitalità e dell’interno. A pensarci bene però sull’autostrada per Nervi hanno costruito un gruppo di palazzine bellissime, un piccolo presepe in stile borgo marinaro. È un agglomerato costoso, molto bello. Secondo me però quello è un luogo più marginale delle Lavatrici. Un posto in cui se dimentichi il latte sei rovinato.

 Mi sarei aspettata che citasse il porto o uno dei quartieri limitrofi

La zona del porto è stata off limits per tanto tempo. Almeno fino alla fine degli anni ‘90 quando il preside della facoltà di architettura ha deciso di trasferire la sede dell’università di fronte la casa del mio personaggio Bacci Pagano. E con il cinquecentenario della scoperta dell’America è stata operata una vera e propria bonifica della zona. Da quel momento una parte di genovesi colti e di discreto reddito sono ritornati a vivere nel centro storico. Oggi c’è una stretta coabitazione delle due anime di Genova in questi luoghi. Da un lato i palazzi nobiliari restrutturati e rivalorizzati accanto a strutture rimaste fatiscenti.

 Bacci Pagano si muove sempre tra queste due anime genovesi?

L’humus in cui si muove il mio personaggio è quello dei vicoli del centro. I suoi informatori si muovono in quella realtà.

Però i delitti avvengono sempre nella società borghese

Sì era una cosa su cui non avevo mai riflettuto. Lo spaventapasseri è un costruttore, anche se proviene da una famiglia molto povera. Anche l’ambientazione del mio primo romanzo è nel centro storico, ma la protagonista è una famiglia borghese. I crimini della borghesia li trovo più interessanti di quelli delle classi povere. Anche perché nella realtà le teste del crimine non vivono nei quartieri poveri.

È bella la sua Genova?

Io amo la mia città. Anche se è una città vecchia. I genovesi sono vecchi. La mia più grande preoccupazione è che Genova scompaia. Non riuscirei a vivere da un’altra parte. Girare per i carruggi mi rilassa. Mi trovo a mio agio. Ho abitato per poco più di un anno fuori dal centro storico, ma appena ho potuto sono tornato. Ne amo anche la puzza.

Di che odori parla?

Quello del pesce che viene sia dal mercato e dalle pescherie. Passeggiando per i vicoli è uno degli odori più forti. Poi c’è quello di alcune drogherie. Il profumo della frutta e della verdura che vengono dai besagnini. E l’odore di piscio che si spande per alcuni caruggi. Infine, ovviamente, il profumo salmastro del mare.