Ma quali iPhone, Youtube e Spotify: gloria alla musicassetta!

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C’era un tempo in cui se volevi ascoltare la “tua” musica avevi solo due alternative: acquistarla  o sperare che la passassero alla radio. Opzioni che rendevano un’attività comunemente sottovalutata un privilegio riservato a giovani rampolli, che avemmo descritto come privi di un adeguata sensibilità musicale, o a sociopatici solitari. In quello stesso tempo se ti andava di sentire proprio “quella canzone” ed eri così fortunato da averla nella tua collezione, non potevi banalmente selezionarla e premere il tasto play, come accade ordinariamente oggi, ma eri costretto quasi sempre ad ascoltare un album per intero, o almeno solo una metà, prima di beccarla. E andava bene così, nessuno ha mai avuto attacchi di panico o eruzioni cutanee per questo motivo.

Era il 1963 quando la Philips, oggi nota ai più per gli epilatori elettrici e i frullatori, introdusse per la prima volta sul mercato il formato compact cassette. Poco dopo quel sistema fu convertito anche e soprattutto a soluzione low cost  per l’industria discografica.

Già perché la musicassetta, come fu declinata per questo fine, rappresentava una rivoluzione, una variante del disco in vinile nonché l’unico modo per far uscire a basso costo molti artisti indipendenti. (Per avere un’idea artisti come Pixies e Sonic Youth negli anni 80 erano definiti indie per il loro stile controcorrente)

Cassette dei Sonic Youth
Cassette dei Sonic Youth

In effetti accadde questo e molto di più. La musicassetta rese la musica “mobile” prima dell’iPhone, Youtube o Spotify perché le permise viaggiare in automobile grazie agli autoradio e per strada attraverso lettori portatili, un breve capitolo di storia durato meno di 20 anni che prende il nome di walkman.  Ma soprattutto raggiunsero il loro picco massimo di mitizzazione per noi comuni mortali diventando registrabili.

Le mixtape rappresentano esattamente l’amor cortese negli anni dei lustrini e delle pailettes, Nei loro formati “vuoti” da 60, 90 e 120 minuti permisero ai giovani dell’epoca di creare un nuovo tipo di comunicazione più romantico, che avrebbe anticipato tutto quello che avviene oggi sui social network: le compilation personalizzate da condividere.

Il tempo delle mele. Le musicassette erano romantiche
Il tempo delle mele. Le musicassette erano romantiche

Nick Hornby ne ha parlato nel suo osannato romanzo Alta fedeltà teorizzando l’arte della seduzione attraverso la compilation perfetta su cassetta, regalandoci una serie di regole in cui noi hipster tardoni ci siamo riconosciuti tutti: mai due canzoni di fila dello stesso artista; la canzone che si vuole far ascoltare all’altra persona va messa a metà del secondo lato per non far perdere interesse al resto. Insomma, realizzare una cassetta perfetta, soprattutto se il destinatario coincideva con un amore platonico fino a quel momento, era alquanto difficile. Al pari di un’equazione di Hamilton.

Il tocco finale che rendeva una compilation pronta all’uso era la copertina che spesso prevedeva un tocco di personalità da parte dell’autore (la mia generazione prediligeva i colori fluo). Quel piccolo oggetto del desiderio era pronto e racchiudeva una piccola parentesi di vita ma anche il presagio di un rifiuto quasi certo, il tutto in modo molto dignitoso però. Ogni musicassetta “artigianale” raccontava una storia di quelle adolescenziali che ricordano i soggetti dei film con Molly Ringwald e poco importava se per realizzarle avremmo ereditato forme acute di tendinite (I tasti degli impianti stero di allora non erano affatto touch).

Una scena di Sixteen Candles con Molly Ringwald
Una scena di Sixteen Candles con Molly Ringwald

Ma ciò che rese le musicassette un cult fu la modalità di ascolto totalizzante dei contenuti. Era diverso l’orecchio e la musica si ascoltava per davvero.

Torniamo ai giorni nostri e facciamo un breve confronto. La musica è onnipresente nella nostra vita, un po’ come l’ansia da prestazione, ma in verità non ci arriva completamente.  A questo proposito un paio di anni fa la Universal ha monitorato un campione di ascoltatori con account gratuito su Spotify per 30 giorni, per ricavarne dati in merito alle abitudini di ascolto. Il risultato più evidente di questa ricerca è stato che meno del 10% degli utenti aveva ascoltato un disco per intero, dalla prima all’ultima traccia, in quell’arco di tempo.  

La fruizione è decisamente cambiata rispetto al passato, troppe informazioni, troppe distrazioni sulle piattaforme streaming correlate di artisti simili, video consigliati e non dimentichiamo la pubblicità. Ma è anche vero che oggi siamo così “viziati” di musica da essere diventati consumatori molto disattenti, tanto da perdere irrimediabilmente dei pezzi fondamentali nella colonna sonora della nostra vita.