Tallone e i segreti nascosti dell’aristocratica Torino

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tallone-massimo-foto-particolareCrede solo nel denaro e nel proprio interesse il Gufo. Nessun buonismo o finto senso del dovere e della giustizia ne governano le scelte. Il Gufo, all’anagrafe Guglielmo Ferrando Odetti, vive assecondando le folli richieste di bizzarri personaggi mantenendo sempre il suo aplomb torinese. Ha come collaboratori Anna e il signor Vienna. Quest’ultimo è atipico come investigatore tanto quanto il suo titolare, Vienna infatti è un uomo di cristallo. Non proprio un tipo adatto all’azione.

I personaggi creati da Massimo Tallone ne Il diavolo ai giardini Cavour (ed. E/O) sono tutt’altro che tradizionali e si muovono in una delle città più controverse d’Italia, Torino. Il salotto buono d’Italia, la prima capitale del regno, un’aristocratica sonnolenta, la patria dell’industria automobilistica italiana. La Detroit italiana è sempre stata vista con una certa diffidenza dal resto della Penisola e nel tempo ha assunto una propria visione del mondo. Così come i torinesi.

Tallone sfrutta la città come se fosse un palcoscenico in cui i suoi bizzarri personaggi si muovono. Oltre al Gufo, questo autore ha creato infatti anche il memorabile Cardo, un clochard che vive agli estremi confini di Torino, a Stupinigi. Il Cardo è l’unico inquilino di una cascina e ha come vicini barboni e ubriaconi. Ed ancora Lola, una 22enne appena uscita di galera dopo aver scontato una condanna di 6 anni. Questa ragazza è la protagonista della serie di romanzi scritti a quattro mani da Tallone e da Biagio Carillo.

L’unico punto fisso delle sue storie è Torino…

Ho un rapporto viscerale con Torino. È la coprotagonista di tutti i miei romanzi.

È vero che Torino è snob?

Non è così. Ha una caratteristica poco italiana: i torinesi non amano parlar di sé, anzi minimizzano. Se uno è bravo dice che è abbastanza bravo, se uno è un genio dice è solo il mio dovere. Agli occhi di un torinese è sgradevole parlare di sé. Cosa contraria a quanto avviene nel resto d’Italia. Lo snobismo torinese in realtà è una forma di pudore

Com’è cambiata la città? La crisi, il ridimensionamento della Fiat l’hanno trasformata?

Chi conosceva Torino prima delle Olimpiadi invernali del 2006 la trova cambiata in toto. Prime era una Torino dormitorio della Fiat. Di sera si camminava in quartieri pressoché deserti. Adesso invece il centro di Torino è rinato, i quartieri hanno una vita notturna piena. San Salvario, il Quadrilatero, Vanchiglia sono zone in cui frotte di persone si ritrovano e c’è una vitalità rara. È come se la dissoluzione della Fiat avesse liberato energie latenti che stavano lì sopite, sotto la cenere. Era una città dormiente, operosa e difficile. Adesso invece Torino è vitale gaudente e difficile.

Che rapporto c’è tra centro e periferia nel salotto d’Italia?

Come in tutte le grandi città anche qui le periferie e i quartieri centrali e collinari sono distanti. Nei miei romanzi umoristico noir, pubblicati con i Fratelli Frilli, che hanno come protagonista il Cardo uso questo personaggio estremo e sociofobico e lo faccio entrare in conflitto con situazioni di malaffare, di illegalità della Torino che conta. In questo modo le anime della città si fondono. Questi romanzi sono imperniati su questo conflitto tra periferia e status ordinario della città.

C’è un luogo che rappresenta questa differenza tra centro e periferia a Torino?

La curva delle cento lire. È un’espressione tipica torinese usata per indicare una curva parabolica che c’è nella zona Nord della città tra Borgata Rosa-Sassi e Casale Monferrato. In quella strada ci sono tre corsie di traffico che dividono geograficamente le zone. La curva delle cento lire è uno di quei punti in cui si creano delle voragini, delle zone di non accessibilità. Il mio ultimo romanzo deve il suo nome proprio a questa espressione. In alcuni dei quartieri a Nord di Torino ci sono ancora di queste cesure. C’è anche il Trincerone, la ferrovia divide una porzione della città, senza lasciare alcun punto d’accesso tra i due poli.

La curva delle cento lire e il Trincerone rappresentano degli snodi?

Sì. In questi stradoni accadono cose che non sono percepibili dalla società. Lì capita tutto l’ignoto. È la periferia della città diventa periferia dell’essere, dei comportamenti e della sociologia. È interessante analizzare questi puzzle di tipo morale, perché in questi passaggi ci sono scelte di vita in alcuni casi criminali, mentre in altri inevitabili.

La periferia nei suoi noir quindi che ruolo gioca?

Le periferie sono luoghi in cui le cose avvengono 20 anni prima. A Mirafiori sud, ad esempio, il problema multietnico era già sorto un ventennio fa esattamente come si è poi manifestato nel resto della città. Questi luoghi sono degli osservatori privilegiati per chi racconta. Il noir credo sia un genere dalla natura esplorativa. In questo tipo di romanzi si esplorano porzioni ignote della città e dell’essere. La periferia dell’essere, oltre quella dell’urbano, è il luogo naturale del noir.

Perché c’è questo legame tra marginalità e periferia?

Non so dirle perché. So che nelle grandi città sono caratterizzate da contrasti e elementi irrisolti. Sono formate da parti che guidano e da altre zone in cui la guida viene ignorata o subita. Sono contrapposizioni senza soluzione né sociologica, né politica. Le si può solo esplorare. Vedere le forze in campo e tentare di leggere le situazioni.

Nei libri pubblicati con E/o l’azione è spostata nel centro dei salotti buoni di Torino?

Nei due testi pubblicati con loro (Il diavolo dei giardini Cavour e Il fantasma di Piazza Statuto) hanno polarità diverse. Sono libri in cui si osserva la parte della città dei salotti borghesi. Le azioni si svolgono nei circoli dove si fanno sedute spiritiche, si parla di arte e di letteratura con uno snobismo fastidioso. Si svolge insomma un’esplorazione dell’ignoto ma in luoghi all’apparenza disinfestati.

Qual è quindi il lato oscuro della città la periferia o il centro?

Il lato nero è nelle persone, non nella città. La città è un organismo vitale, ma il lato nero è sempre nell’individuo. Non penso che il lato nero di una persona si attribuibile alla periferia. La città è fatta di persone che sviluppano elementi della loro natura ed in alcuni casi questa natura è oscura. È un discorso che va al di là delle appartenenze, non mi piace fare classificazioni di tipo sociologico. Non mi piace dividere: qui stanno i buoni e qui i cattivi. A me sembra che il vero problema sia l’immensa incomprensibilità e complessità della natura umana.