La Firenze di Marco Vichi: quale segreto nasconde la Bella d’Italia?

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Una nuvola di fumo avvolge il commissario Franco Bordelli che con la sua immancabile sigaretta beve il primo caffè della giornata. Il sole sorge sulla sua Firenze e rischiara il Campanile di Giotto, Piazza della Signoria, Santa Maria Novella, il Ponte Vecchio, Piazza Michelangelo, gli Uffizi. L’indagine che lo attende Bordelli non riguarda nessun contorto ragionamento, non c’è nessun cruento omicidio da svelare. Dovrà rispondere solo ad una domanda.

Qual è il lato oscuro di Firenze?

«A Firenze i luoghi in cui avvengono, in cui sono sempre avvenute le cose più cupe, più nere, più disgustose sono sempre stati palazzi dei ricchi, i grandi poteri. È un non luogo, ma reale. È al chiuso dei grandi palazzi, delle grandi ricchezze, in cui i grandi poteri si stringono la mano»

Marco Vichi, il creatore di Franco Bordelli e di una serie di romanzi che hanno come protagonista questo commissario con problemi di donne, una dipendenza dalla nicotina e che come amici ha prostitute e scassinatori. Vichi è un figlio del Giglio, chi meglio di lui può raccontare una città che sembra non avere segreti. Firenze è la bella del ballo sempre in perfetto lustro, pronta ad accogliere i milioni di turisti che sono lì in attesa, bramosi di ammirare le bellezze sparse in ogni angolo della città.

Eppure Vichi in più di un’occasione ha dichiarato che dietro questa facciata spendente si nasconde qualcosa.

Cosa c’è dietro al di là dello specchio?

«Le sensazione è che Firenze non mostri mai la sua vera faccia, come se tutto avvenga di nascosto. Dietro le mura medievali, dietro arazzi e secoli di storia. Altre città che hanno le banlieue, dove le città finiscono di essere tali e diventano luoghi di sofferenza, qui è il contrario».

È un’ipocrita aristocratica?

«Di per sé certa ricchezza si porta dietro questa ipocrisia, Firenze ha molto accentuato questa tendenza. È una città molto presuntuosa e ha un passato che le dà quasi un’assoluzione eterna. È una città che non si apre all’esterno perché si guarda molto allo specchio. Questo è evidente anche nei fiorentini che infatti sono molto stereotipati. In realtà Firenze è una città molto chiusa e inospitale, anche con gli stranieri. Che poi per i fiorentini stranieri sono anche quelli di Prato».

Quindi com’è realmente Firenze?

«È una città piena di arte e di bellezze, ma non si concede mai. Sembra accogliente e solare, in realtà è cupa. È cupa anche nelle sue pietre, nei suoi vicoli. Forse è questo suo essere una città d’arte che dà la sensazione che abbia un carattere gioioso. Così non è. Se si guarda bene Piazza della Signoria, per esempio, le sue statue raffigurano teste mozzate, storie violente. Firenze è la capitale del Rinascimento, però io mentre cammino per i suoi vicoli ne sento l’anima cupa».

Cupa. Un aggettivo insolito. Quali altri le vengono in mente se pensa a Firenze?

«Inospitale… E morbosa».

Morbosa?

 «Sì, dal punto di vista emotivo. I fiorentini, secondo me, hanno un rapporto difficile con i propri sentimenti, soprattutto con quelli positivi. Li reprimono. Si autocensurano rispetto ai sentimenti positivi, come se non dovessero mai mostrarli».

E che colpa ne ha la città?

«È una città molto forte che dà un’impronta ai suoi cittadini È come se Firenze fosse più forte dei suoi cittadini e che questi si sentano in dovere di obbedire alla città e ai suoi dettami».

Anche il suo commissario ha questo tipo di problemi. Ma torniamo alla città e al suo lato oscuro. Il commissario Bordelli trova spesso i suoi colpevoli tra insospettabili borghesi…

«Se uno vuole raccontare la realtà non deve pensare che il male sia espressione solo del degrado sociale. Il male c’è anche dove ci sono grande cultura e raffinatezza. È troppo facile relegarlo in un contesto di ignoranza dando a quest’ultima la colpa di generare la crudeltà. Non è così. Il male avviene nei luoghi più colti e più ricchi. Ovviamente questo non è un parametro universale. Tutte le generalizzazioni sono sbagliate».