5Stelle: bisogna saper perdere e capire la disfatta

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Va detto: da chi vince bisogna apprendere, capire. Soprattutto se non si sa più come vincere.

Mea culpa, mea culpa, mea maxima culpa. Da ripetere tre volte al giorno fino al 2018 – forse…-. Sordi alle sirene, nella forte convinzione di essere un tantino più furbi degli altri, abbiamo preso un gancio sinistro al fegato. Tutti.

Nel frattempo monta la frenesia del cambiamento a qualsiasi condizione: da Renzi contro tutti a tutti contro Renzi. Ma non solo…

Che sia una setta mascherata da operazione commerciale che ha saputo cavalcare la rivoluzione digitale, sempre promessa e mai arrivata, poco importa. Che sia un colpo di spugna, che sia una grande farsa all’italiana, romanzata e provinciale, che sia la maggior attrattiva, o alternativa, nazionalpopolare oppure una struttura solida, poco conta. Negli ultimi anni ha sbaragliato tutto in concomitanza con la semplificazione ideologica, e questo va detto. Certo gli indagati, Pizzarotti, Capuozzo, Nogarin, e le storture gestionali, la democrazia “due pesi e due misure”, vedasi la sospensione di Pizzarotti, le funivie romane, quell’ “onestà” infilata ovunque tipo parolina magica e risolutrice, l’astensionismo paraculo sulle Unioni Civili, certamente segno di scarso coraggio per chi vuole difendere gli italiani dal male.
Certo, gli italiani non stanno trascorrendo il miglior momento di popolo, non perdonano, non votano neanche più. Certo, gli italiani da quel settembre ’43, in fondo, non sono mai cambiati: gli piace vincere facile, quando possibile, gli piace essere protagonisti e quasi mai perdenti; se perdono cambiano, lasciano alle spalle e vanno altrove, nella pretesa di rivoluzioni veloci ed efficaci. Giurano di non aver visto, di non aver sentito, di aver capito male. Rinnegano, rimpastano, rieleggono, balzellano e la beata sovranità, a livello di maturità nazionale, non sempre se la meritano come dicono. Al contempo gli italiani di oggi, pigramente battaglieri, si sono rotti le palle di vedere sempre le stesse facce parlare per loro, ignobili, ridicole, persi in ritornelli già detti, già spesi, in tradimenti e nella continua visione egoistica della cura ossessiva del proprio orto, nelle discettazioni da sede provinciale alla riunione sempre più deserta. Certo, di arroganza ed improvvisazione, ce ne sarà da vendere, da Roma a Torino, passando per quei pochi Comuni, su più di 9000, in cui il 5Stelle governerà.
Certo, si apre la riflessione:  la sovversione e il potere forte. Come quando il comunismo, espresso nelle sue varie sfaccettature, cercava e otteneva il potere e, utopisticamente, la distruzione dello stesso. Nasci pompiere, muori incendiario. Nasci antisistema e, un giorno, diventi parte integrante del sistema stesso. Nasci potere nazionalpopolare, muori potere forte?

Torno a scrivere, come un mantra, che di certo non è testimonianza di poca fantasia, ben altro: chi è senza peccato? Chi lo è, in questo Paese, scagli la prima pietra. Per i più maliziosi, ecco arrivata la prova del nove per i pentastellati. Per i più ottimisti, ecco arrivare la rivoluzione tanto attesa. Di sicuro il disastro – interno e duraturo, non proprio elettorale – della destra e della sinistra è visibile a chiunque e, forse, finalmente arrivato, così da non perdere più tempo, così da poter recuperare lo spirito e riscrivere le pagine del tempo Così che politiche urgenti per la famiglia, per i disoccupati, per i giovani, ad esempio, non faccia rima con Patto del Nazareno. La storia mette tutti davanti allo specchio. Non si fugge. Ci mise la prima Repubblica, i suoi loschi intrighi, la seconda, atterrando il berlusconismo ed instillando una nuova concezione di sinistra, anch’essa in fase di declino mortale, e ora ci metterà la terza che monta, quella del grillismo, soprattutto in un’epoca che corre alla ricerca di bisogni ultraterreni e materialistici a velocità siderale, nel soddisfacimento di bisogni.

Di sicurezze ce ne sono già tante. Ma di certezza una: possiamo stare dritti sulle macerie, a viso alto, pieni di ferite, giurando di aver lottato – come la Meloni a Roma o Parisi a Milano – oppure dentro una stamberga buia in cui passa un solo raggio di luce, a renderci conto che non siamo di fronte alla rivoluzione, né alla storia che cambia ma ad un sistema politico innovativo che ha saputo dare lettura del reale, ha saputo interpretarlo per poi tradurlo alla sua gente, sbarazzandosi di alcune zavorre – come il potentato intellettuale,35982158 il peso di una storia comune da condividere e mantenere moderna o come il ricorso a cavalli storici, colonnelli e collaudati – e creando nuovi input – come l’illusione della partecipazione globale – . Non come un pugile suonato che vede sfocato, ha il fiato rotto e le braccia pesanti. Quel modo di comunicare e di coinvolgere che il Movimento 5 Casaleggio, pardon Cinque Stelle, ha saputo plasmare, viene prima di ogni proclama smielatissimo e falsamente battagliero – alla Raggi maniera che chiama l’esercito al voto -, di ogni pupazzata grillesca – vedasi l’affaccio dal balcone post vittoria -, prima di ogni manifestazione di superiorità interna – alla Di Battista maniera, con lo spirito del popolo eletto, unto dal Signore -, ed esterna, alla grillino soldato semplice di provincia -. Non da queste ultime accezioni bisogna imparare a capire, ma dalle prime due elencate.
E la sua gente? La sua gente è un mélange, per questo quasi inattaccabile, tra camerati cinque stelle, conservatori, liberali fritti misti, stufi da competizione, moderati paraculi, leoni da tastiera, eccellenze territoriali mai confrontatesi con la politica attiva per mancanza di una casa identificatrice, millenials nati nella deflagrazione della politica culturale, spirituale, partitica, ricchi premi e cotillons, semplici – categoria di cui il cinque stelle è rigonfia oltremodo, semplici operai, semplici casalinghe, semplici dentisti, semplici architetti, semplici fregauncazzoamedellapolitica -.
E ci siamo signori: l’affermazione della banalità prende vita, né rossi, né neri ma liberi pensieri. La pericolosa ascesa del compitino da fare, della mediocrazia, della trasformazione del voto come espressione del buon senso, il medesimo che non hai mai rivoluzionato alcunché, quel buonsenso che “è un giudizio formulato senza riflettere, condiviso da una classe intera, da unanazione intera, o dall’umanità intera”, per dirla con Giambattista Vico.

Ed ora sarà durissima andare a spiegare ad un diciottenne cosa destra e sinistra siano, cosa destra e sinistra, soprattutto, siano state, dal loro assetto valoriale, alle battaglie sociali condotte senza quartiere per le fasce più deboli, alle visioni culturali e spirituali. Ed ora sarà durissima spiegare ad una ragazzo di trent’anni che potrà trovare spazio tra le fila della destra e della sinistra, che potrebbe essere lui quel nuovo salvifico, che può togliersi la tuta e cominciare a scaldarsi, che fra poco entrerà in campo, debuttando.

Palla lunga, pedalare e nel silenzio, ragionare, capire, comunicare.