Come nasce un serial killer: il boia

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“Il Boia” esce nel febbraio 2005. Ambientato a Rho, all’epoca anonimo e grigio centro della provincia milanese, è il primo di una trilogia che Edoardo Montolli dedicata alla futura città della Fiera. Nerissimo, scrive il critico Gian Paolo Serino “Montolli mette a nudo un aspetto ancora poco indagato dai “noiristi” milanesi: il confine, spesso labile, tra perversione ed esoterismo. Ne aveva già accennato Giuseppe Genna nel thriller Nel nome di Ishmael, ma è ne Il boia che questa realtà prende corpo”. Pubblicato da Hobby & Work in tre edizioni diverse, finisce nel 2008 anche nella collana “Il Giallo Mondadori presenta”. “Il Boia”, che Algama riedita oggi in ebook, è un psycho thriller che, nel narrare il mondo delle sette sataniche, racconta la nascita di un serial killer e ne esplica le “ragioni”, ponendo una domanda di fondo, peraltro mai risolta in criminologia: si è sanguinari per nascita o è la vita che porta l’uomo a specchiarsi nell’abisso?

LINK AL LIBRO:

http://www.algama.it/2016/04/14/il-ritorno-de-il-boia-un-classico-del-thriller-italiano/

IL BOIA
Stralcio che rappresenta un flashback, uno dei tasselli utili a risolvere il caso
(Di Edoardo Montolli)

24 dicembre 1993

— Stia tranquillo, vedrà che domani suo figlio verrà… — Il ragazzo spinse la carrozzina fino all’ascensore. Il signor Alberto Bernardi si sistemò la coperta a quadretti verdi sulle ginocchia, si asciugò gli occhi e si soffiò violentemente il naso, sputando nel fazzoletto.
— Sì, ma oggi è il mio compleanno…
— Verrà domani, si fidi di me.
— Domani è Natale!
— Appunto, mi dia retta. Le farà una bella sorpresa. — Digitò il tasto del primo piano.

La stanza del signor Bernardi era un cubicolo di due metri per quattro, con un lettino, un armadietto e un lavandino. — Eh, sì, sì… Guarda cosa mi resta della vita — disse indicando la stanza che puzzava di aria vecchia. — Uno tira grandi i figli, lavora per cinquant’anni…
Il ragazzo sembrava non prestargli attenzione. Lo sollevò dalla carrozzina mettendogli un braccio sotto l’ascella e lo fece sdraiare, adagiandolo sul letto.

— Non voglio restare in ospizio — pianse Bernardi, stringendolo a sé. — Aiutami, ti prego. Sei l’unico amico che ho…

Il ragazzo lo scostò gentilmente e gli rimboccò le coperte. — A nanna, su… ma prima le medicine.

— Non le voglio!

Il ragazzo stirò un sorriso amaro e prese il bicchierino di carta in cui l’infermiera aveva lasciato le pillole. Rovesciò il contenuto nel palmo della mano e glielo mise davanti. — Come non le vuole, non vorrà mica morire…

— Decido io quando morire! — urlò il vecchio, provando invano ad alzarsi. — Ho ottantuno anni, io! — Iniziò a tossire e sputare.

Il ragazzo ammiccò: — Va bene, va bene, ma ora facciamo i bravi… Dovrebbe essere felice. L’altro giorno aveva chiesto all’infermiera di prenderne una in meno, si ricorda?

— Sì!
— Ecco che l’ha accontentata. Una di meno, anche oggi.

Il signor Bernardi ebbe un moto d’orgoglio e si gonfiò il petto. — Te l’avevo detto io, sun mì a cumandà!

— Scusi?
— SONO IO A COMANDARE! Ma non lo capisci ancora il milanese?

Scoppiarono a ridere insieme. Il ragazzo gli diede un bacio sulla fronte e andò a prendersi un caffè al distributore automatico che stava in corridoio. Rimase a sorseggiarlo alla finestra, ma dopo pochi minuti fu richiamato nella stanza, dove il vecchio aveva azionato il campanello. Entrò. E lo vide che si agitava nel letto, convulsamente, il volto bianco, poi paonazzo, violaceo. Si avvicinò velocemente e spense l’allarme. Il signor Bernardi cercava di respirare ma non riusciva più a farlo. Il ragazzo appoggiò i gomiti sulla sponda e si sorresse la testa con le mani, osservandolo in silenzio mentre si contorceva spasmodicamente. Il signor Bernardi assunse in quella disperata maschera di dolore un’espressione velata di sorpresa. Accortosi che il ragazzo lo fissava senza muoversi e senza chiamare aiuto, tentò tremante di riafferrare il campanello. L’altro, senza scomporsi, attese che fosse lì per prenderlo. Poi, con lentezza, glielo spostò di qualche centimetro, dove il vecchio non poteva arrivare. Lo stupore del signor Bernardi si trasformò in un moto di panico. Non aveva più forze, la vista gli si fece confusa, ebbe solo il tempo di sentirsi sussurrare in un orecchio:

— Buon Natale.

Un rivolo di bava gli uscì dalla bocca. Il ragazzo aspettò ancora un istante, si accostò al viso del vecchio, tirò un respiro calmo e profondo, indugiò a sbirciarne le pupille dilatate, annusandolo. Quindi buttò una pillola sulla coperta e azionò l’allarme. Lo scrutò un’ultima volta. Infine gridò, correndo ansimante in corridoio.

Dieci minuti più tardi, il medico di guardia si tolse lo stetoscopio. — Infarto. Poveraccio. Bisogna avvertire la famiglia. — Prese in mano la cartella clinica.

— Elvira?
— Sì? — rispose l’infermiera facendo capolino dal corridoio.
— Glielo dava sempre l’anti-ipertensivo?
— Certo, dottore. È tutto scritto lì.

Il medico notò una pillola sulla coperta. La raccolse e la mostrò all’infermiera.

— È questa?

Elvira divenne rossa in viso:

— Sssì, oddio… ma l’avevo lasciata nel bicchierino, come al solito…

Lui si fece severo:

— Quante volte le devo dire che con i cardiopatici bisogna sempre accertarsi che prendano i salvavita?
— Ma le giuro… — si spaventò l’infermiera. — Le giuro che l’aveva sempre preso!

Il medico bofonchiò qualcosa e si azzittì. Compilando l’ultima cartella del signor Bernardi. Venti minuti dopo il decesso del signor Bernardi, il dottor Ambrogio Vanoni si rivolse alla direttrice della casa di riposo:

— Che cos’ha quel tipo?
— È stato lui a trovarlo — gli rispose la donna.

Il dottor Vanoni sbuffò. Vide quel ragazzo seduto su una sedia in fondo al corridoio, accasciato su se stesso, una mano sugli occhi e l’altra per tirare qualche boccata di fumo. Un’infermiera gli stava accarezzando la testa amorevolmente.

— È giovane… È il nipote? — chiese ancora il medico.
— No. Non l’ha mai visto? È uno dei volontari… viene quando può, ma i pazienti gli vogliono tutti bene.

Ambrogio Vanoni scosse il capo:

— Troppo debole. Questo mondo non fa per lui.

L’infermiera si avvicinò alla direttrice con aria preoccupata:

— Dice che se ne vuole andare…
— Perché?
— È già il terzo morto che vede. Siccome è uno che si affeziona…
— Lasciatelo andare — si intromise mormorando Vanoni. — O finirà con l’ammalarsi.

L’infermiera lo implorò:

— Chiede se non possiamo eseguire l’autopsia su Bernardi, per sapere di cosa è morto.

Vanoni ironizzò:

— See, ne muore uno al mese; adesso sta a vedere che facciamo l’autopsia a tutti!
— Ma…
— Luisa, Luisa — la tranquillizzò il medico afferrandola per le spalle. — Se vuole ci parlo io.
— No, non importa, grazie — si scrollò lei abbassando lo sguardo.

Il dottore le sollevò il mento e con molta serenità le sussurrò: — Allora glielo spieghi, che non c’è niente di strano se un cardiopatico ottantenne muore d’infarto…

— Ha ragione — ammise l’infermiera.

La direttrice cercò di sdrammatizzare:

— Il problema è un altro, dottore. Mi sa che la nostra Luisa si è presa una bella cotta.

Luisa avvampò di imbarazzo. Il medico, che conosceva da anni la sua infermiera, le rivolse un sorriso bonario: — Ma come, lei non era quella che amava i tipi tutti d’un pezzo?

Luisa alzò la testa stupita:

— Ma guardi che l’ho conosciuto in palestra.
— Ah sì?

Mimò orgogliosa un gancio destro:

— Sì. Tira anche di boxe.
— Un pugile un po’ troppo sensibile al dolore — ridacchiò Vanoni — Non farà molta strada.
— Non rida, dottore, è un ragazzo che ha sofferto molto — lo giustificò l’infermiera. — Se vedesse che cicatrici ha sulla schiena!