Il dito nella piaga dei musei italiani

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La galleria degli Uffizi a Firenze
Una sala dei musei capitolini di Roma
Una sala dei musei capitolini di Roma

Dice bene Gianfranco de Turris nella postfazione al libro necessario – Museologia e tradizione di Riccardo Rosati (Solfanelli, pp.122, € 11)– “destiniamo ai Beni Culturali una percentuale di PIL inferiore a quella degli altri paesi”. La cosa potrebbe essere accettabile, se fossimo islandesi. Ma siamo italiani: viviamo nel Bel Paese per eccellenza. Ma sessant’anni di politica di sinistra, svelta a elargire denari per “musei” d’arte contemporanea, hanno condannato la tradizione italiana a languire.

Non siamo un paese normale. E il libro di Rosati, florilegio di suoi articoli di museologia scritti per Il Borghese, ne è la dimostrazione. Il personale dei musei è impreparato, mentre laureati in Storia dell’arte e Beni culturali sono a spasso. Gli italiani all’estero ammirano estasiati il British Museum e il Louvre, ma non visitano il museo che sta a un isolato da casa, eppure è ricolmo di opere di valore. Trattasi di un problema culturale, di impostazione economica e politica.

museologiaetradizioneCome se ne viene fuori? Questo Rosati, giovane museologo di razza, non lo sa indicare, preso com’è a descrivere una matassa intricata che, se un governante di razza si mettesse a dipanare, diventerebbe una risorsa dal valore inestimabile per l’Italia. Dunque che fare? Innanzitutto informarsi sulla situazione attuale. Questo libro fa al caso nostro. Ci fa scoprire cose sconosciute. Per esempio, che i musei trascurati dalle autorità. Dagli Uffizi alla raccolta di reperti romani dell’ultimo borgo d’Italia. Pochi sanno poi che nel nostro paese dimorano le collezioni d’arte orientale più importanti d’Occidente e collezioni lascito di nobili inglesi di rara bellezza.

Ecco, a latitare è il vocabolo “bellezza”. Come se ce ne fosse troppa e ne fossimo assuefatti: non se ne stupisce più nessuno. È necessario ritrovare lo stupore e la capacità di far fruttare un patrimonio ineguagliabile. Qualcosa è cambiato con le Fondazioni, in cui i privati gestiscono beni statali, sebbene seguiti con attenzione dalla cosa pubblica. Ma è solo un timido inizio. Verso una rieducazione alla conservazione del glorioso passato dell’Italia, attraverso il quale si intravede anche un inedito criterio di educazione per le prossime generazioni.