Parisi: “Non si devono tagliare i fondi per la cultura”

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“Non dobbiamo portare la Scala al Lorenteggio, ma riattivare una più generale (e impegnativa) attenzione culturale soprattutto fuori dai luoghi istituzionali”. Così Stefano Parisi sulla progettualità culturale per Milano.

Cinquantanove anni, nato a Roma ma milanese dal 1997, Stefano Parisi è il candidato sindaco di Milano per il centrodestra. Ha lavorato sia nella pubblica amministrazione che nell’impresa privata, ha fatto parte dello staff del Presidente del Consiglio con Giuliano Amato, Carlo Azeglio Ciampi e Silvio Berlusconi e a Palazzo Marino è stato city manager nella giunta presieduta da Gabriele Albertini. E’ stato direttore generale di Confindustria e amministratore delegato di Fastweb e nel 2012 ha creato la startup Chili.tv, società italiana di streaming on line di film e serie tv.

Il suo progetto per la cultura è un classico progetto liberale: lavorare nella cultura significa cambiare la logica del lavoro nelle istituzioni pubbliche, liberandole dagli interessi partitici e dando spazio all’attività di professionisti bravi che sappiano fare il mestiere fuori dalla logica dell’appartenenza politica, con l’obiettivo di cambiare il “vestito” degli spazi istituzionali e aprirli alle risorse private (non: privatizzandoli) per massimizzarne l’efficienza. Stefano Parisi vorrebbe trasformare Milano in un vero e proprio luogo di produzione della cultura contemporanea a partire dal basso, scovando nei quartieri, nelle strade, nelle scuole, nelle biblioteche e nei grandi spazi inutilizzati i talenti creativi inficiati da un sistema autoreferenziale che ne blocca la crescita.

Ne parliamo col diretto interessato.

Dottor Parisi, il recente incontro sugli stati generali della cultura al Teatro Franco Parenti da Lei presieduto aveva nel titolo la parola “avanguardia” (Torna la Cultura d’Avanguardia. Liberiamo i talenti dalla solitudine): perché la scelta di questo termine così “importante” e carico di simbolismo?

Quello che ho fatto il 14 maggio non possiamo definirli “stati generali della cultura”, che peraltro prometto di fare entro l’anno se diventerò Sindaco, ma ho pensato di organizzare una giornata di ascolto e dialogo con alcuni di quelli che la cultura la vivono e la respirano ogni giorno per prendere spunto e completare il mio programma. E’ così che ho chiesto, tra gli altri, al Presidente della Triennale Claudio De Albertis e alla Presidente degli Amici del Monumentale Carla de Bernardi di intervenire. Ma ho chiesto a gran voce che a intervenire fossero interessanti voci fuori dal coro, volevo ascoltare le loro esperienze, come nel caso del giovane regista teatrale Alberto Oliva, che dal giugno 2013 tiene una rubrica domenicale su un quotidiano milanese dal titolo Anime Nascoste. Un viaggio alla scoperta dei tesori milanesi, perché sono questi i luoghi da cui dobbiamo partire. La Milano pubblica deve tornare a fare cultura di Avanguardia, deve dialogare con le bellissime realtà private che già esistono come la Fondazione Prada o l’Hangar Bicocca per rinnovarsi e sperimentare con i più giovani. La città sotto questo punto di vista ha perso l’orientamento. Se parliamo di contemporaneità pubblica a Milano oggi purtroppo dobbiamo prendere atto di essere terribilmente indietro rispetto alle più grandi e importanti metropoli internazionali. L’attuale Assessore alla cultura Del Corno in un suo post su Facebook si è tanto vantato di un bell’articolo della stampa estera su Milano in cui si parlava delle eccellenze milanesi in merito all’arte contemporanea, ma se avesse letto meglio si sarebbe accorto che sono stati citati solo luoghi o istituzioni private e non una, dico una istituzione pubblica comunale, non Palazzo Reale, non il PAC, non il Mudec e neppure il Museo del Novecento. Non possiamo permetterci durante il Miart (fiera d’arte moderna e contemporanea) di avere il PAC chiuso, quel luogo deve essere un centro sperimentale di cultura deve presentare agli stranieri le eccellenze italiane. Chi amministra Milano ha un compito importantissimo: deve sostenere i giovani, deve aiutarli a dimenticare la noia, deve aiutarli a crescere, a sperimentare, a lavorare bene e con passione; insomma deve essere protagonista, deve anticipare i tempi imparando dalla sua storia. La politica deve snellire la burocrazia per aiutare la cultura, ma non deve mai condizionarla, diversamente non andremo mai verso il futuro.

Ma Le piacerebbe istituire una notte futurista con performance in tutta la città per onorare il Futurismo, il “padre” di tutte la avanguardie, nato proprio a Milano con Marinetti?

Mi piacerebbe istituire tante notti e tanti giorni contemporanei per dare spazio a tutti, in ogni angolo della città, anche i più degradati. Sempre durante uno dei miei confronti con dei giovani milanesi, ho scoperto un collettivo inglese: Assemble, collettivo di giovani architetti, designer e artisti, vincitore del Turner Prize con “Granby Four Streets CLT”, un progetto di rigenerazione urbana nella periferia proletaria di Liverpool. Vorrei portarlo anche a Milano per far tornare vivo, non solo il centro della città, ma anche ogni angolo della periferia. Vorrei che i residenti di un dato luogo adottassero una piazza o un sottopassaggio per farlo diventare qualcosa di veramente unico lavorando attivamente per sostenere l’attività sociale nelle loro strade facendo conoscere i loro talenti: musicali, teatrali etc… Credo che non basti commissionare ad un artista famoso una scultura per una piazza. Quell’artista magari tutti lo conoscono, il genio della street art italiana ventenne o il futuro Mozart magari no.

La Sua tavola rotonda sulla cultura era incentrata, fin dal titolo, sui talenti in solitudine. Ebbene, durante Expo sono stati dati 8 milioni di euro al Cirque du soleil e praticamente zero ai teatri milanesi (e quelli che son rimasti aperti han fatto la fine del deserto dei Tartari perché tutti andavano a Rho). Una Sua opinione in merito?

Non so se sono 8 i milioni dati al Cirque du Soleil e non so se zero è quanto dato ai teatri milanesi perché purtroppo i conti di Expo non ci sono ancora stati consegnati. Quello che so è che abbiamo grandi artisti in Italia bravi almeno tanto quanto i grandi professionisti che hanno fatto conoscere il Cirque du Soleil al mondo. Io personalmente avrei preferito sostenere i miei giovani come i Kataklò e forse avrei chiamato loro, perché Expo doveva essere sei mesi di opportunità anche per i nostri giovani, per far conoscere le nostre eccellenze, non solo nel cibo ma in tutte le arti.

E a proposito di teatro e di talenti, Lei ha detto di recente: “Non dobbiamo portare la Scala al Lorenteggio, ma riattivare una più generale attenzione culturale”. Dottor Parisi, una volta si diceva: la fantasia al potere!, dunque facciamo un gioco, mettiamo da parte le relazioni di potere e i pesi e i contrappesi e le querelles nei ruoli direttivi e diamolo, questo potere, agli artisti: chi le piacerebbe vedere alla direzione del sancta sanctorum della musica, il Teatro alla Scala?

Sì, gli artisti – non le logiche di potere – devono guidare quella che era una delle principali istituzioni musicalifonte: il Giornale.it al mondo. Voglio che la Scala riacquisti il suo ruolo: intorno e in relazione alla Scala, per due secoli, Milano è stata uno dei luoghi di produzione artistica più importanti del mondo. Al tempo stesso, la Scala deve tornare ad essere una casa dei milanesi, non soltanto un’attrazione per i turisti stranieri. E’ molto difficile fare dei nomi, ma almeno in un settore ce n’è uno su cui non si dovrebbe discutere: trovo scandaloso che un’artista straordinaria, simbolo assoluto della danza classica e di Milano come Carla Fracci, non abbia un ruolo centrale alla Scala, in particolare per quanto riguarda la scuola di danza. A questo intendo porre rimedio subito, appena diventato sindaco, naturalmente se i milanesi mi daranno il privilegio di guidare la nostra città.

Che tipo di incentivi darebbe a chi investe in cultura e negli spettacoli dal vivo?

Vorrei aiutarli il più possibile. Vede, viviamo in una società che ci chiede sforzi quotidiani per ridurre il debito ma non fa nulla per smettere di produrre quel debito. E’ da questo che io vorrei partire: smettere di produrre quel debito. Non è affatto scandaloso dire che con la cultura si mangia. Dobbiamo uscire da una logica – che in Italia risale addirittura al rinascimento – secondo cui la cultura è un atto di munificenza del principe, oggi della pubblica amministrazione, quindi un puro costo. Anche perché questo costringe gli artisti ad essere dei cortigiani, cioè l’opposto di quella libertà di espressione artistica che io considero un grande valore. Rendere la cultura una risorsa e non un costo non significa affatto mercificarla, significa darle valore. Se diventerò Sindaco una delle prime cose che vorrei fare non è tagliare i fondi alla cultura, ma crederci e costituire una società di Fund Raising per la cultura per attrarre sponsorizzazioni, donazioni e partnership, per trasformare in un lavoro strutturato, permanente e professionale ciò che oggi si fa solo occasionalmente. Vorrei poi creare un gruppo di lavoro che coordini la vita musicale della città attraverso l’utilizzo di spazi pubblici inutilizzati per lo svolgimento di iniziative musicali, agevolazioni burocratiche e individuazioni di locali per la musica dal vivo e istituzione di uno o più “Open Day” che permettano ad artisti e autori di incontrare i rappresentanti del settore e far conoscere il proprio talento.

Ma alla cultura serve di più un professore o un manager?

Serve una persona che si rimbocchi le maniche e lavori attivamente con passione ogni giorno per il futuro di Milano, una persona anche qui generosa e non concentrata su se stessa o sulla propria passione personale. Una persona che formi una squadra di ottimi professionisti che per ogni settore della cultura possano aiutare, attraverso le loro specifiche competenze, a fare scelte responsabili per organizzare un sistema che guardi al futuro e che si confronti con altri gli operatori del settore in Italia e all’estero.

Il prêt-à-porter milanese ha la Camera della Moda: come vedrebbe l’istituzione di una Camera dell’Arte Contemporanea?

Non ci avevo mai pensato, ma potrebbe essere un’idea interessante. La approfondirò con i professionisti del settore come i galleristi, i collezionisti, i critici, i curatori, i proprietari di istituzioni private, i Direttori di Museo e i direttori della fiera.

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Emanuele Beluffi
Milanese, dal 2008 cura mostre d'arte e scrive per i relativi cataloghi; nel 2009 inventa una rivista di critica d'arte (“Kritika”, con l’artista Mihailo Karanovic e il critico Stefano Mazzoni). Dal 2018 è responsabile di redazione a Il giornale OFF, spin off culturale del quotidiano il Giornale. Ha scritto di arte su magazine specializzati. Autore, con Flaminio Gualdoni, della monografia sull’artista Andrea Mariconti per conto della galleria milanese Federico Rui Arte Contemporanea (Skira editore, 2012). Nel 2016-17 collabora alla campagna elettorale di Stefano Parisi come coordinatore del Gruppo Cultura di Energie PER l'Italia, organizzando la parte culturale del programma politico. È stato promotore editoriale (editrice Mursia), archivista in Fondazione Biblioteca di via Senato e Biblioteca d'Arte del Castello Sforzesco, agente editoriale (Librimport, libri illustrati d’importazione) entrando in contatto con svariate agenzie di comunicazione come Armando Testa, Lowe Pirella, Ogilvy, Leo Burnett et cetera e redattore in un'agenzia di pubblicità specializzata.