Albertazzi, immortale maestro di vita

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“Arrivederci amici, ciao!” era il commiato con cui immaginava di uscire dal palcoscenico della vita Giorgio Albertazzi, maestro dell’irregolare, difensore dell’arte del non finito, protagonista di una teatralità vissuta come un atto erotico, unico e solo mentore di se stesso. Emblema di un attore che non recita né si cala nel suo ruolo, ma piuttosto esiste, vive e si mostra nel personaggio, il più grande e anticonformista dei nostri mattatori è scomparso stamattina alle nove nella tenuta toscana della moglie Pia Tolomei di Lippa, sposata davanti a Valter Veltroni nel 2007 nella chiesetta sconsacrata di Caracalla, quando lui aveva 84 anni e lei 48. Non si può scrivere della morte di Albertazzi perché, anche con i suoi 92 anni, era sempre l’apoteosi della vita.

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Raccontava della sua passione per la letteratura e per il teatro come espressioni di amore, di un’attrazione non fatale, bensì vitalissima, per il genere femminile che ha guidato e condotto la sua esistenza fin dalla più giovane età: “A scuola, ormai tredicenne, ero innamorato di Cinita, la mia professoressa di italiano: aveva trent’anni, i capelli rossi e gli occhi verdi. Mi chiamava spesso a leggere Dante alla cattedra e commentava: “Può fare l’attore, ci pensi”. Talvolta facevamo “forca” insieme, cioè marinavamo la scuola, e al bar mi parlava di Shakespeare e di Goethe che non erano in programma. A due metri da lei provavo “tremori danteschi” e avevo anche un rivale in quest’amore, un certo Pandolfini, con cui ci scazzottavamo”.
Per seguire Bianca Toccafondi aveva iniziato a recitare, senza mai smettere di intrecciare relazioni sentimentali ed esperienze sceniche, incontrando la parola dei grandi autori alla ricerca inesausta del significato più profondo dell’essere. Insofferente alla regia, ostile all’idea di calarsi in un personaggio e consapevole di essere prima di tutto Albertazzi, ha creato una magica sinergia con alcuni incontri che hanno segnato la sua esistenza e la sua carriera: Dante, Shakespeare, Borges e Calvino su tutti, con cui si è fuso e confuso in un’identificazione lontana dall’immedesimarsi e più vicina alla moltiplicazione e alla condivisione d’identità.

Nato il 20 agosto del 1923 a Fiesole, ha debuttato ne “Il candeliere” di De Musset, diretto da Enriquez. Con Visconti ha interpretato Alessandro in “Troilo e Cressida”, ma il successo è arrivato con “Il seduttore” di Fabbri con Anna Proclemer, con cui inizierà un sodalizio di vita e scena. Indimenticabile il suo “Amleto” del 1964 al Teatro Old Vic di Londra con regia di Franco Zeffirelli, come pure gli sceneggiati televisivi di cui fu un pioniere: “Delitto e castigo”, “Come le foglie”, “Re Lear”, “L’idiota”, “Lo zio Vania” e molti altri. Per il cinema è passato da “Lorenzaccio” di Poggioli a “L’anno scorso a Marienbad” di Resnais e al suo “Gradiva” con Laura Antonelli. Il suo spettacolo cult è sicuramente “Memorie di Adriano”, tratto dal capolavoro di Marguerite Yourcenar con regia di Maurizio Scaparro e diventato per l’attore la più alta epifania scenica della sua intimità, che ha superato i 18 anni di repliche e i 500 mila spettatori fra l’Italia e l’estero. E’ recente la sua partecipazione sul piccolo schermo a “Ballando con le stelle” per amore del tango. Grazie al suo segreto, “invecchiare senza diventare adulti”, ha vissuto intensamente senza nessun timore della morte, sapendo che consegnandosi completamente all’amore e all’arte sarebbe stato immortale.

E così è per il suo pubblico, per le donne che sono state sue compagne e anche per chi, come me, ha avuto il privilegio della sua stima e della sua calda amicizia: Giorgio non è morto perché la sua unica e autentica rappresentazione è la vita stessa in tutte le sue infinite possibilità.

4 Commenti

  1. e’ morto bhe.. no nera tra i miei preferiti del resto il teatro non mi prende, ha fatto la sua vita le sue scelte giuste o sbagliate che fossero, pace all’anima sua, maestro di vita??? adesso non esageriamo, non e’ tutt’oro quel che luccica, grande attore forse.. francamente gli preferivo attori di cinema quando e’ mancato tony Curtis bravo attore di grande simpatia mi e’ spiaciuto molto, mi ricodava tanto il passato e i bei momenti che ho vissuto , lo scoprii da bambino, the pesuaders per me il miglior telefilm ann’70e’ morto Albertazzi bhe non mi fa ne caldo ne freddo, ha campato fino a 92 anni direi che e’ stato fortunato, se questa fortuna sia meritata o meno non so!

  2. Albertazzi non ha bisogno dei miei commenti anche se favorevolissimi.Dico solo che se e’ riuscito a diventare quello che e’diventato avendo avuto tutto contro nell’Italia ipocrita del dopoguerra, essendo stato un ufficiale della R.S.I.la ragione e’ una sola: E’veramente un grande e indimenticabile artista. Onore a Lui come AGalileortista e soprattutto onore a Lui come Persona che non ha mai rinnegato il suo passato militare.

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