Godimento e intrighi nell’ultimo mondo libero

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È un tiro mancino della lingua italiana, rea di mutare il senso di alcuni vocaboli volgarizzandoli. Prendiamo la parola libertino, oggi sinonimo di debosciato. Costui – il libertino appunto – tutto fu fuorché un uomo privo di coraggio e di spirito. Basta aver letto le Memorie di Casanova per saperlo. Il punto è che dei libertini si è perso lo stampo, perciò nell’ignoranza dei fatti è facile fare confusione. Perfetto è dunque il titolo dell’ultimo libro della francesista Benedetta Craveri, Gli ultimi libertini (Adelphi, pp. 620, Euro 27), che del libertinaggio racconta splendori e miserie fino all’ombra del patibolo, rendendo giustizia a una tendenza politica e di costume in voga fin dal XIII secolo in Francia, Italia e Germania, destinata a raggiungere la massima espressione nella Francia del Re Sole e poi all’epoca dei Lumi.

R_Il libertino è uno spirito libero, o meglio un libero spirito, stando al nome delle sette diffuse agli inizi della carriera di costoro, destinati a essere numerosi e indimenticabili. Nel medioevo li si accusava di panteismo e di edonismo, soprattutto in fatto di morale sessuale. Il libro però si concentra sul Settecento ed è di quelli da non perdersi, se si ha buona memoria per i nomi interminabili, la passione per la rivoluzione francese, gli intrighi delle dame di corte e i romanzi di cappa e spada. Ci sono, come da manuale, i gentiluomini costretti dall’arrivo del cornuto a nascondersi in un armadio. Non mancano i rituali di Versailles, le bizze di Maria Antonietta, la bonomia un po’ sciocca di Re Luigi XVI, in un’atmosfera degna delle Relazioni pericolose di Choderlos de Laclos, il quale compare nel libro stretto tra cospiratori e monarchici.

C’è spazio per molti personaggi in queste pagine, non per la confusione, nonostante la molteplicità delle fonti e degli attori in scena. Pare di stare su un palcoscenico, in onore a una società – l’Ancien règime – che fu profondamente teatrale, e in cui l’esprit, l’arte del motteggio, lo sfoggio di cultura, la buona educazione e le maniere amabili erano, se non tutto, molto. L’inizio è trionfale, nel racconto della personalità e delle gesta degli ultimi libertini. Ultimi di fatto, perché se non perirono sotto la ghigliottina fu per fortuna o per arguzia e la loro vita è la testimonianza di un mondo scomparso per noi oggi difficile da comprendere fino in fondo. Scrisse bene Chateaubriand in Memorie d’oltretomba, ricordando il Duca di Lauzon: “Vidi passare, in divisa da ussaro, al gran galoppo su un cavallo berbero, uno di quegli uomini in cui finiva un mondo, il duca di Lauzon”. Tre righe soltanto per dire l’essenza di un uomo che, se ebbe una giovinezza dorata, scintillante sotto le luci della ribalta di Versailles, godendo i favori di dame raffinatissime e leggere come piume, fu prima di tutto uomo d’arme.

Se la godevano, è innegabile. Ma ciò faceva parte del loro retaggio: il matrimonio era un patto tra 68ad5f3e70e46c2a49507c8816484f71_w600_h_mw_mh_cs_cx_cyfamiglie in cui l’amore non c’entrava nulla, così uomini e donne dell’alta società lo cercavano altrove, volando di fiore in fiore. L’importante era salvare le apparenze e il patrimonio. Lauzon non era certo un cicisbeo, come non lo erano gli altri protagonisti del libro di Craveri: il visconte di Ségur, il duca di Brissac, il conte di Narbonne, il cavaliere di Boufflers, il conte di Ségur e quello di Vaudreuil.

Nomi da francesisti o da topi da biblioteca, si dirà. E invece in queste pagine si dipana una grande lezione di storia che non annoia, raccontata com’è attraverso uomini straordinari. I libertini erano gli ultimi discendenti della nobiltà di spada e con le armi ci sapevano fare. Si battevano in guerra e non temevano la morte pur amando la vita alla follia. Avevano ricevuto un’educazione di cui il bon-ton era solo l’apparenza, mentre la sostanza era fatta di una cultura classica ineccepibile, poi arricchita dal gusto per l’arte, il teatro e la musica. Sapevano di politica, di economia, di faccende di Stato: il re distribuiva a costoro le prime cariche dello Stato e Dio solo sa come riuscissero a fare tante cose pur divertendosi un mondo e scrivendo. Le loro opere, scampate alla mattanza del Terrore di Robespierre, sono fonte primaria di questo libro.

Erano, sopra ogni altra cosa, liberali infatuati della monarchia costituzionale inglese ansiosi di importarne le regole in patria per svecchiare un sistema che mostrava le corde, nonché affiliati alle logge massoniche che erano giunte sul suolo francese dalla perfida Albione. La politica fu dunque per loro la prima e più grande passione. Lottarono per gli ideali illuministi senza mai tradire il Re. Ma l’aristocrazia illuminata si fece mettere nel sacco dai rivoluzionari: non aveva fatto i conti con le ambizioni della borghesia. Il resto è tutto tra le pagine dense di questo libro, di cui sarebbe ingiusto svelare le storie. Ci limitiamo a scrivere che i sopravvissuti al patibolo, perduto il loro patrimonio, si guadagnarono da vivere come drammaturghi e giornalisti. E ricordiamo la fine di prim’ordine del Duca di Lauzon, che servì l’esercito fino all’ultimo respiro, anche quando era giunta l’ora della Repubblica. Rinchiuso in carcere in attesa della ghigliottina disse finalmente: “È troppo tempo che questa gente mi importuna: mi taglieranno la testa, ma almeno sarà tutto finito”. Lo si giustiziava per colpa della sua nascita e lui visse le ultime ore come se fosse a corte: poco prima di salire al patibolo con un distacco colmo di disprezzo, si fece portare ostriche e vino d’Alsazia, invitando il carceriere a bere con lui: “Dovete aver bisogno di energie, col mestiere che fate”.