Il primo Facebook? Le nonne a spettegolare sulla panchina

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Ma quale computer, wifi e connessioni a banda larga. L’unica banda, un tempo, era quella del paese che scortava il Santo. Niente tasti, né cavi, nessun orpello di modernità: i social network, prima dell’esplosione digitale alla portata di tutti – ma veramente tutti – erano i luoghi della vita sociale, le abitudini della nostra normalità, della concretissima quotidianità dei nostri paesi, dai microscopici borghi toscani o emiliani, alle grandi città, negli anfratti, nelle viscere, nelle venuzze di case e cemento.

Altro che metafisica. Whatsapp? Una cabina telefonica. Twitter? La panchinetta sempre sotto il balcone, davanti a quel muro sgarrupato, base narrativa per intere generazioni di nonne. Facebook? Niente di meglio che la bacheca del Paese. E ancora, Ebay è il negozio di alimentari, Wetransfer, l’apetto azzurro dell’allegro contadino, Avast? La farmacia, e così via.

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Dove siamo? In un mondo di mezzo, in una dimensione superiore in cui si fonde realtà ed irrealtà? Facciamo i seri: siamo in Molise. Cosa succede? A Civitacampomarano, 400 abitanti, in provincia di Campobasso, nella beata solitudine dell’italianità verace, si torna alle origini della relazione umana, sputtanando a suon d’arte la società dell’ipertecnologia, dell’ipermodernità, presuntuosa “generatrice di novità” indispensabili all’umana esistenza, che poi tali proprio non sono. “In questo paesino ricco di tradizioni popolari internet è un mondo parzialmente sconosciuto: i telefoni hanno difficoltà a prendere la rete e la connessione dati. L’idea provocatoria è quella di dimostrare che queste funzioni virtuali, ritenute dalla stragrande maggioranza della popolazione come necessarie e fondamentali per la vita di tutti i giorni, esistano anche in un paese dove la connessione stenta ad arrivare: nasce così una sorta di internet “in the real life” capace di dimostrare che nelle tradizioni e nelle culture popolari questi strumenti, sotto altre vesti, sono sempre esistiti e hanno permesso a popoli e famiglie di avere interscambi culturali, incontrandosi al bar e vivendo le vie del paese”.

Così la pensa Biancoshock, artista nostrano, che ha scelto Civitacampomarano per portare in scena il suo progetto artistico Web 0.0, allegra parodia della rivoluzione digitale in salsa agreste.

Se l’espressione artistica ritrova una sua funzione cronachistica, se l’intelligenza posta alla sua base torna ad essere installazione a commento (polemico) della realtà, non solo dell’effimera astrattezza o dell’estremismo concettuale.

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Emanuele Ricucci, classe ’87. È un giovanotto di quest’epoca disgraziata che scrive di cultura per Il Giornale ed è autore di satira. Già caporedattore de "IlGiornaleOFF", inserto culturale del sabato del quotidiano di Alessandro Sallusti e nello staff dei collaboratori “tecnici” di Marcello Veneziani. Scrive inoltre per Libero e il Candido. Proviene dalle lande delle Scienze Politiche. Nel tentativo maldestro di ragionare sopra le cose, scrive di cultura, di filosofia e di giovani e politica. Autore del “Diario del Ritorno” (2014, prefazione di Marcello Veneziani), “Il coraggio di essere ultraitaliani” (2016, edito da IlGiornale, scritto con A.Rapisarda e N.Bovalino), “La Satira è una cosa seria” (2017, edito da IlGiornale) e Torniamo Uomini (2017, edito da IlGiornale)