Altro che social! Nei testi antichi la vera natura di noi stessi

0
71

Nella città di Andria si svolge una delle Fiere più antiche d’Italia. Fu istituita dal Duca Francesco II del Balzo il 23 aprile del 1438 per ricordare il ritrovamento delle ossa del Patrono San Riccardo, nascoste durante l’assedio e la distruzione di Andria nel 1350 dall’esercito degl’Ungari sotto l’Altare maggiore della Cattedrale. Lo stesso Duca lasciò uno scritto di memorie intitolato “Historia inventionis et traslationis corpis S. Richardi Ep. Andriensis”, in cui riferisce che nella cassa, coperta da una lastra di pietra segnata da una semplice croce, in un panno di seta rossa erano avvolti lo scheletro e le altre reliquie del Santo, con reperti cartacei di contenuto sacro. Sempre in onore della “Invenzione”, il Duca istituì la Fiera di Andria dal 23 al 30 aprile di ogni anno.

Da 579 anni il popolo andriese rivive ininterrottamente questo momento di forte partecipazione collettiva e identitaria, legato all’antichissimo passato della Città. Nell’epoca dell’ultra-tecnica, della fluidità del presente in cui tutto è virtuale, non è affatto banale il fatto che una comunità sia capace ancora di mantenere i legami dello spirito e della storia con i propri antenati e le proprie origini.

L’origine è ciò che viene prima dell’ordine del tempo e la storia, in quanto memoria del passato o di ciò che è accaduto, testimonia il suo iniziare e insegue nella narrazione il suo significato di principio e fondamento. Cosa saremmo senza le nostre origini, il nostro passato e l’intera narrazione culturale che, al di là del tempo e dello spazio, ha fatto di noi quello che siamo?

Per questo conoscere e ricordare diventano le operazioni genetiche e conservative di una comunità che si riconosce una e indivisa nella storia che l’accomuna. Su questi presupposti si fonda la mostra documentaria intitolata Vetera organizzata della Biblioteca Diocesana “San Tommaso d’Aquino” e dal Capitolo Cattedrale di Andria, all’interno degli eventi in programma durante la 579^ edizione della Fiera d’Aprile. Nella Chiesa di San Domenico, complesso conventuale domenicano del XV secolo, sono esposti i pregevoli Graduali miniati in pergamena risalenti al XVI secolo circa (già interessati dalla campagna Sveliamo l’arte e la bellezza italiana promossa da il Giornale OFF), il Liber Consiliorum, l’Inventario dei Censi e il Registro delle entrate risalenti al XVII – XVIII secolo, relativi al Convento degli stessi Domenicani. Insieme ai “Codici miniati” sono esposti anche alcuni paramenti sacri in damascato gros de Tours rosaceo broccato, confezionati intorno al 1710, che costituiscono un esempio di raffinata e ricca manifattura tessile facente parte del corredo dei domenicani di Andria.

Queste fonti documentano la ricchezza e la potenza dell’Ordine domenicano che, insieme agli altri Ordini – francescano e agostiniano – presenti nella Città di Andria, hanno saputo organizzare il territorio locale dal punto di vista economico, sociale, culturale, religioso e urbanistico. In particolare, il convento domenicano di Andria fu una delle piùFOTO GIORNALE 03 importanti sedi istituzionali della cultura pugliese in cui si studiavano la filosofia, la teologia e le lingue orientali.

Pertanto, in questa mostra si vuole rendere consapevoli i cittadini della complessità e della ricchezza della propria cultura attraverso la conoscenza di alcuni elementi fondamentali della storia locale, a loro volta inseriti nel più ampio panorama della storia nazionale.

Nella mostra Vetera, la conoscenza e la consapevolezza del passato non sono ridotte a puro tradizionalismo. Essa è un contributo importante per la messa in discussione dei rapporti tra la vita e la storia, tra attualità e passato di un’intera comunità. Allo stesso modo delle Considerazioni inattuali di Nietzsche, in cui si legge chiaramente la tensione tra storia e vita, legate in rapporto ambivalente: di conservazione e distruzione, di memoria e oblio. Se dunque il tempo e la storia sono sempre in bilico e in pericolo solo un «un balzo di tigre nel passato»,, citando Benjamin, potrà illuminare il buio profondo del nostro futuro.