Gian Emilio Malerba, tra Rinascimento, Realismo magico e Novecento

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Malerba Gian Emilio ph. Galleria Recta
Malerba Gian Emilio ph. Galleria Recta

Il primo a riconoscere il valore artistico di Gian Emilo Malerba fu Vittorio Emanuele III  che volle acquistare il suo dipinto Il cappello nero, seguito ben presto dall’intuito straordinario di Margherita Sarfatti, collaboratrice e dama segreta di Mussolini. Malerba ( 1880 – 1926) è figlio di un antiquario e respirando subito l’aria odorosa d’arte in famiglia, compie i propri studi all’Accademia di Brera dove apprende la tradizione pittorica del naturalismo lombardo. Illustratore e cartellonista vive il periodo aureo della Belle Epoque e del Liberty nell’immagine pubblicitaria con splendide affiches dai colori pastello e con copertine di periodici, trasformando un’arte applicata in un’arte pura. Soggiorna ripetutamente anche a Parigi, ma più che al simbolismo francese egli deve la propria formazione alla Scapigliatura lombarda e alla sua «pallida giostra di poeti suicidi» e ai loro fantasmi, rifuggendo dunque l’avanguardia Futurista a lui coeva. Espone nel 1923 alla mostra Arte contemporanea italiana il dipinto La collegiale, acquisito subito dalla Galleria d’arte moderna di Lima in Perù. La sua pittura anticipa e partecipa alla corrente denominata Realismo Magico sin dai primi anni Venti con le opere Femmina volgo e Maschere – quest’ultimo già in sintonia con la neonata formazione artistica – oggi alla Galleria d’arte moderna di Roma, dove viene esaltata sempre più un’immagine quasi fotografica discendente direttamente da Piero della Francesca e da Mantegna, con un’atmosfera rarefatta di provenienza lombardo veneta quasi giorgionesca. Nel 1922 Malerba, a Milano, è tra i fondatori del gruppo Novecento così chiamato perché gli artisti che lo compongono si reputano rappresentanti dello spirito nel nuovo secolo, ancorché ancorati all’antica Tradizione italica.

Da degno erede degli artisti rinascimentali italiani, Gian Emilio, si dilettò anche nel comporre musiche, per Ricordi, che sono un tutt’uno con l’elegante sensualità dei suoi dipinti e il solido plasticismo accademico della sua scultura esemplificata dalla Bimba con le trecce.

L’immagine dipinta da Malerba è brillante, solenne ed enigmatica, non diversamente dalle opere del Quattrocento, nei suoi volumi e geometrie nascostamente simboliche, basata su una ben precisa estetica, armonica e riccamente espressiva. Malerba va così in cerca, trovandola, di una formale perfezione pittorica derivata da Masaccio e da Piero, ma anche derivandola dall’espressionismo e dalla pittura impressionista di un Paul Cézanne.

Perfettamente aderente dunque al Realismo Magico, l’artista ha una visione lucida e al tempo stesso stupita della realtà che lo circonda, rarefatta eppure di concreta nella sua limpidezza di dettagli estranianti, desideroso come è di un ritorno all’ordine nel primo dopoguerra ancora insanguinato dall’«inutile strage».

Come Malerba, anche gli altri pittori del Realismo Magico rifiutano le avanguardie per rifarsi alla tradizione figurativa del XIV e del XV secolo. Con le scene immerse in un’incantata immobilità e in un’assorta e talvolta sottilmente inquietante, antichità classica, con la sua purezza delle forme e armonia nella composizione .

Anche con soggetti assolutamente presi dalla realtà del tempo, come Femmina volgo, Gian Emilio Malerba non rinuncia a dipingerli con il medesimo, riadattato, pensiero e amore che esiste nelle tavole del Primo Rinascimento, sublimando la carne in un alabastro tornito d’estetica metafisica che la trascende. Questa è dunque la lezione del Realismo Magico, le sue atmosfere sospese e sognanti – quasi surreali ma non tali – figlie della pittura magica di un Paolo Uccello. Il dipinto dal titolo Maschere riattualizza la simbologia carnascialesca in uno stanco preludio quaresimale, dove la carne s’abbandona e lo stesso Arlecchino non sa più quali padroni servire, dimentico d’essere stato un diavolo cacciatore furibondo in altri tempi ben più scalmanati. Il quadro cela un impianto d’aggettivazione simbolica molto più arduo da interpretare di tanti, soprattutto per coloro che si fermano alla superficie dell’immagine, mentre Il cappello nero e La collegiale sono l’evidente risultato proprio della stessa struttura ritrattistica di Malerba, dovuta alla lezione dei dipinti lombardi del XV secolo tra i quali quelli dello stesso Leonardo.

Gian Emilio Malerba, si spegnerà, sempre nella città di Milano, nel 1924 lasciando molti suoi dipinti in collezioni private e ben pochi in quelle pubbliche, continuando così a rinfocolare il proprio mito di pittore dimenticato, circonfuso da un’aura di magia e sogno senza fine.