Un monaco zen dal teatro ai set cinematografici

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Una carriera costellata da numerose esperienze in Italia e all’estero e l’incontro con quella spiritualità talmente affascinante da travolgere come un fiume in piena vita e percorso artistico. Questa la storia di Pasquale Esposito, attore napoletano, classe ’63, partito dal teatro (tra i tanti spettacoli è stato protagonista di Napoli milionaria, Codice d’onore e Dancing, Dancing –dove oltre a recitare ha anche ballato-), per approdare al cinema, diretto da registi del calibro di Ettore Scola e Dominique De Fazio, e alla fiction più popolare come Carabinieri, La Squadra 2, Don Matteo e tante altre.

Nel suo curriculum anche uno spot con Spike Lee (Opel), e un importante incontro a Hollywood con Ron Howard che lo sceglie per il ruolo di agente segreto in Angeli e Demoni, saltato poi a causa di un imprevisto burocratico.

Ma è nel ’93 che Pasquale comincia ad avvicinarsi alle filosofie orientali, fino a rimanere letteralmente affascinato da quei principi artistici visti dalla prospettiva Zen. Abbraccia così il Buddhismo Mahayana e nel 2001 riceve l’ordinazione come monaco della scuola giapponese Soto.

Da lì una trasformazione della visione esistenziale e lavorativa che lo ha condotto a  conoscere ed ascoltare  se stesso e il mondo circostante, regalando alla sua recitazione l’imprevedibile risposta della spontaneità. Una scoperta come un dono che Pasquale ha deciso però di tenere non solo per sé, ma soprattutto di offrire al prossimo attraverso workshop e seminari in giro per il mondo.

Una passione per l’oriente coltivata anche attraverso studi di medicina cinese, Kundalini Yoga, Chi Kung e Aikido, fino alla scrittura di Reflex una raccolta di racconti ed esperienze personali.

Una piacevole chiacchierata telefonica consente ad OFF di conoscere non solo un artista altamente professionale ma soprattutto una persona di grande spessore morale.

Come ti sei avvicinato al Buddhismo?

Tu dici Buddhismo, lasciami mettere l’attenzione sul fatto che ci sono molte scuole di Buddhismo e che credimi cambiano molto tra di loro per cui e’ importante non confondere. Il Buddhismo che seguo e che rappresento e’ il Buddhismo Zen (Mahayana) scuola giapponese (soto) e lo Zen Giapponese e’ molto legato alle arti.

C’è lo “shodo”  che è l’arte della calligrafia, “Kyudo” l’arte del tiro con l’arco, “Chado” la cerimona del te ed altre. Tutte sono delle vie. Il DO alla fine di ogni parola significa proprio “via”. Sono delle vie per tornare a casa, cioe’ per andare alla sorgente del se originale, tornare all’origine. Mi sono avvicinato allo Zen dopo anni di Kundalini yoga e di Chi kung, di studio nell’insegnamento di Gurdjieff che ancora seguo e di Aikido. Poi ho incontrato maestri d’arte che parlavano di Zen e di principi artistici dal punto di vista dello Zen. Cosi ho cominciato a girare diverse scuole e vedere le diverse pratiche, diversi Maestri che insegnavano Zen.  Fino a che ho scelto e ho cominciato a praticare per 6 anni. Dopo di che  nel 2001 ho preso le ordinazioni dal Maestro Fausto Taiten Guareschi al tempio Zen Fudenji in Italia, a Salsomaggiore. www.fudenji.com

In che modo questo spiritualità ha influenzato il tuo percorso artistico?

In realtà lo ha trasformato totalmente. Ha completamente ribaltato il mio pensiero rispetto all’essere un artista. Un artista di solito deve imparare una tecnica e quindi deve acquisire conoscenza e abilita’. Se invece guardi dal punto di vista educativo dello Zen ti rendi conto che non riguarda nessuna conoscenza né abilita’ da acquisire, piuttosto la trasformazione dell’artista stesso come processo alchemico di base. Il processo di conoscenza di se stessi e del mondo cosiddetto reale intorno,  ecco da lì l’arte comincia ad essere presente.  E’ chiaro che c’è un percorso da seguire in ogni caso, qualsiasi sia il mestiere, eppure nessuna tecnica acquisita può sostituire e quindi evitare il processo di lasciare la natura del “sé” emergere alla luce della consapevolezza.

Questo come vedi mette subito a fuoco la necessità di osservarsi nelle azioni quotidiane, nelle abitudini espressive e comunicative per lo piu inconsce. Quello è il vero campo di lavoro, la vita quotidiana.  Come attore devo curare la mia espressione e comuncazione che sia vera, credibile, reale. Come praticante Zen per spogliare il gioco dell’ego devo osservare me stesso, il mio corpo in rapporto all’ambiente, la mia espressione e comunicazione cosi da vedere le falsità, la meccanicità, l’inautenticita’ di base, la maschera e far restare quello che è naturale, senza manipolazioni di sorta, senza tempo e che è sempre stato presente.

C’è quindi anche un legame tra teatro e Zen…

C’è un forte legame tra Zen e le arti e logicamente anche tra zen e teatro. In  Giappone per esempio c’è il “teatro No”, e tutti i testi per il “teatro No” sono storie Zen scritte dal maestro Zeami Motokikyo, lui era come potrebbe essere Stanislasky in occidente. Partendo dall’ educazione Zen io come attore salgo sul palco o vado sul set cinematografico pronto a diventare, ad essere (metaforicamente parlando)come una finestra aperta attraverso cui gli altri possono vedere e seguire un qualcos’altro oltre me. Di solito regna un altro concetto nelle scuole e accademie di acting che è quello di proporsi come bersaglio, come centro di attenzione. Si deve essere addestrati tecnicamente, vocalmente e fisicamente, cosi da proporre  la storia raccontata attraverso la propria bravura tecnica. La bravura, se posso usare questo termine, nel contesto zen per un attore è invece sparire e far apparire altro attraverso la sua assenza.

In genere, secondo te, qual è l’errore commesso da molti attori?

Io non direi errore, non credo ci siano errori, sono semlicemente scelte, visioni di vita. Diciamo che la maggior parte delle scuole di recitazione e di attori propongono loro stessi, come il centro, il bersaglio intorno a cui tutto gira, cercando di essere bravi nella dizione, nel modo di parlare. 

Da un punto di vista dell’educazione Zen, l’ascolto e’ il principio fondamentale, se non c’è un intimo e preciso ascolto dell’altro e di quello che sta succedendo ora, in realtà non c’e’ niente da dire. Dal punto di vista zen non ci sono monologhi, solo dialoghi. Prima di parlare bisogna imparare ad ascoltare. C’è una possibilità di sperimentare, di dire la prossima battuta in modo tale che sarà una sorpesa a me stesso e all’altro. E non c’è una tecnica se non un ascolto intimo e preciso da coltivare, abbatendo le falsità e abitudini meccaniche espressive. Quindi questo mette in evidenza che il ricevere da un punto di vista educativo dello zen è più importante del fare.  La generosità di ascoltare, di ricevere cosa sta succedendo nell’immediato, invece di pensare a quello che dovrebbe dire l’altro o che dovrebbe accadere come da copione. C’è qualcosa a cui non potremmo mai essere né preparati né avere sotto controllo e che invece possiamo solo essere presenti e seguire: il momento presente (qui e ora).

Tra le tante cose sei anche presidente di un’associazione, Flowers in the Sky, di cosa si occupa?

E’ un associazione che prende cura di divulgare l’educazione Zen nelle arti e soprattutto “ricercare” quello che è il cuore dell’associazione e di tutto quello che propongo. Ricercare,  essere un pioniere invece di seguire quello che ho imparato, fare passi su un sentiero non ancora aperto. Questo è il mio principio e la mia visione della vita.   Devi sapere che ho anche una compagnia di cui sono il direttore artistico che si chiama appunto “Research Performing Arts Company” (compagnia di ricerca e arti performative)in cui la ricerca, l’esplorazione è il perno intorno a cui gira tutto. Avremo un progetto che debutta a Monaco il 24 Ottobre 2016.

Nei tuoi incontri inoltre è presente anche una nuova proposta, Arte e Consapevolezza. In cosa consiste?

Consiste nel creare un contesto (eventi/workshops/spettacoli)in cui il partecipante, che sia un professionista o uno studente, è uguale, vive un esperienza nel non fare. Guido il partecipante a esplorare un equilibrio, quasi una danza  tra il controllo e il non controllo, tra il conscio e l’inconscio,  dove lui/lei in prima persona vive un esperienza (che per sua natura è creativa)e che di per se’ e’ un esperienza di consapevolezza del proprio sè. Devi sapere che la natura di un’esperienza è molto importante per me e gli offro molta attenzione.  Questo è un lavoro ontologico, si rivolge all’essere.

Nei miei eventi propongo esplorazioni (che prendo dalla bionenergetica, che ho praticato per 12 anni e dal Chi kung e alcune le invento tenendo saldo il principio da esplorare)da cui e in cui  c’è la possibilità per il partecipante di scoprire  da sé la falsità dell’ego, l’inautenticità intorno a cui giriamo meccanicamente.

I partecipanti cominciano a vedere la possibilità di non correre a cambiare azioni, intenzioni, o fare facce e voci diverse, piuttosto essere consapevoli, essere presenti alla situazione immediata in cui mi trovo. Essere presenti implica essere vitalmente parte di qualcosa in movimento e più grande di noi (vitalità implica manifestare esprimere l’interdipendenza organica della vita). Io parlo molto in termini di possibilità per il fatto che so di non sapere e di non poter insegnare niente, solo di aprire delle possibilità a qualche cosa di nuovo che possa essere preso in considerazione.

Oltre a presentare questa proposta, cosa avviene negli eventi che organizzi?

Sono eventi in cui inizio sempre dalla meditazione seduta che si chama zazen e poi il lavoro diventa fisico. Il corpo è la chiave sia per l’attore sia per un praticante Zen. Quindi il lavoro è molto fisico ed esperienziale. Sarebbe stupido dire cosa faccio, anche perche ogni volta è diverso, non preparo mai quello che faccio, non c’è uno standard che propongo.  Poi effettivamente non so mai cosa faccio se non ascolto chi ho davanti e dove sono.

Qual è l’obiettivo del corso, cosa rimane a chi lo segue?

Beh diciamo che ribalta un pò la logica che noi abbiamo di obiettivo, di prendere qualcosa da un corso, da un film, da un lavoro, da un rapporto. In questo caso invece quello che potrebbe succedere è che il partecipante potrebbe lasciare andare qualcosa, si rende conto di qualcosa, quindi diventa consapevole di qualcosa di cui prima non lo era. Considera delle cose da una nuova prospettiva e contesto, per cui le vede diverse e le rivaluta. Diventa consapevole di abitudini espressive inconsce che creano solo tensioni e tengono il livello di naturalezza e spontaneità lontano.  Queste sono solo possilbità e sono valutate dal partecipante stesso rispetto alla propria esperienza, queste cose non possono essere insegnate.

Poi, un concetto chiave dell’esperienza è ” l’offerta”

E’ molto importante in quanto deve partire da te, dal cuore. Pensa ad una persona che ti offre un sorriso prima ancora di conoscerti e prima ancora di stringerti la mano. E’ quel tipo di attitudine. Di offrire e di rischiare per primo, di espormi senza aspettare per delle condizioni migliori e più sicure. Per offrire non hai bisogno di sapere, non hai bisogno di abilità né tecnica. E’ il cuore che entra in ballo ed il cuore non è controllabile. Offrire è una scelta: offrire di farsi vedere, offrire di mollare il voler avere ragione, offrire di abdicare il proprio punto di vista. Offrire dal latino implica donare, implica che non faccio qualcosa per avere in cambio qualcos’altro. Offrire significa rendere presente,  lasciar  vedere, rendere visibile qualcosa che senza di me come scelta e come spazio non sarebbe possibile vedere.

Quali sono i prossimi eventi zen in calendario?

Il prossimo appuntamento è Barcellona, il 22 Maggio, poi Monaco in Germania in una scuola di recitazione Artemis (www.artemis.de), poi un importante Symposium internazioanle alla Universita’ di Huddersfield in Inghilterra sulla “meditazione e la performance”, dove ci saranno artisti da tutto il mondo ad esplorare e condividere la loro esperienza su questo tema. Farò un workshop e parlerò del mio libro sull’evento dell’espressione umana ed artistica dal punto di vista dell’ educazione Zen. Poi voglio menzionare il mio website dove ci sono tanti altri appuntamenti www.artandawareness.net e la serata di apertura del progetto “Glass Mirror”, con la mia compagnia “Research Performing Arts Company”, il 24 Ottobre a Monaco, in Germania.

E per quanto riguarda la carriera artistica hai qualcosa in cantiere?

Si ho diversi progetti: c’è un film di produzione canadese di cui sto aspettando la conferma per l’ inizio delle riprese che saranno tra Toronto (Canada)e Roma, Baseballismo 

Poi un progetto a cui tengo molto, scritto da Manrico Gammarota “La via Vegetale” in cui sono il protagonista con la regia di Davide Cincis. E’ un progetto di teatro multimediale che sarà in Italiano.

Tu ora sei ad Amburgo, hai vissuto anche a Los Angeles e ti sposti spesso in giro per il mondo. Perché hai scelto di vivere all’estero?

Bella domanda. In realtà io mi sono mosso anni fa a Los Angeles per il piacere di cambiare, poi sono tornato per la morte di mio padre in italia. Mi sono poi spostato nuovamente ad Hamburg nord della Germania con mia moglie che è metà tedesca e metà persiana. Ho sempre trovato l’Italia un paese bellissimo che amo, il punto è che al momento di essere produttivi sembra che si faccia fatica… e magari è solo la mia esperienza. Sembra che finché si parli di progetti va bene a tutti, ma nel momento in cui uno vuole fare sul serio e c’è un impegno da prendere (perchè un progetto lo puoi mettere in piedi con un gruppo una collaborazione di qualche tipo) lì le cose diventano difficili. Anche una semplice risposta,  finché si parla superficialmente va bene, ma se vuoi una risposta seria e responsabile, che implica un impegni di qualche tipo, si fa fatica a trovarla. Voglio far chiaro che questa è solo la mia esperienza, quindi io ho fatto fatica a trovarla. All’estero la mia esperienza è che c’è un riconoscimento delle competenze di un professionista che vengono rispettate e valutate economicamente.

Come è visto il mestiere dell’attore fuori dall’Italia?

Molto semplicemente all’estero l’attore, l’artista è visto come un professionista con le dovute responsabilità e competenze, orari e pagamenti.

Oggi un artista deve diventare imprenditore della sua proposta e come ogni imprenditore ha bisogno di una competenza ed esperienza che all’estero viene riconosciuta se logicamente valida e pagata. All’estero, e parlo della mia esperienza in California e in Germania, vogliono avere il massimo, il meglio per la loro azienda, o come  loro insegnante, anche se solo per un weekend. Mentre in Italia sembra ci sia un altro metro di valutazione che di solito si usa, dove preferiscono pagare di meno e avere meno qualità, cosi da portare tutta la professionalità ad un livello basso e la qualita’ si rischia che non venga neanche piu riconosciuta.